Università: col nuovo reclutamento dei prof più spazio al merito. O no?
L’addio al sistema dell’Abilitazione scientifica nazionale dei docenti ha dalla sua ottime ragioni. Ma deve vedersela con non poche incognite e controindicazioni

Non c’è pace per il sistema di reclutamento dei professori universitari in Italia. A contare solo i cambiamenti strutturali, le grandi riforme delle procedure si contano sulle dita di una mano (1998, 2005, 2010, con l’ultima importante revisione nel 2022). Ma, se contiamo le variazioni normative minori (modifiche ai criteri di valutazione, alle modalità di chiamata, al numero di titoli da presentare ecc.), il sistema è cambiato quasi ogni anno.
Fino a pochi giorni fa vigeva l’Abilitazione scientifica nazionale (Asn), introdotta nel 2010 dall’allora ministra Gelmini nel quadro di una ristrutturazione generale (contestatissima) dell’organizzazione accademica. Da pochi giorni, l’Asn è andata in pensione, rimpiazzata dalla procedura descritta in una legge promossa dalla ministra Anna M. Bernini, approvata il 7 luglio scorso dopo una lunga gestazione. L’Asn funzionava come segue: una commissione di professori, in carica per due anni (rinnovabili), esaminava i candidati dotati di un certo numero di pubblicazioni e “prodotti” scientifici per decidere se abilitarli o meno come associati o ordinari. Inizialmente valida quattro anni, portati poi a sei, a nove, e infine a dieci, l’abilitazione era solo una patente di idoneità. Se e quando un’università bandiva un posto, l’abilitato poteva presentarsi sottoponendosi a un concorso locale. Altrimenti, rimaneva a spasso. L’iter era dunque in due passi: uno nazionale e uno locale, vagamente somigliante al sistema francese.
Nei dodici-tredici anni della sua storia, l’Asn ha abilitato una folla di candidati (più di settantamila), ma poco più della metà di questi (circa 31.000) ha trovato una cattedra. C’è stata quindi una pesante crisi di sovrapproduzione, come avere molte automobili invendute sui piazzali. Ciò si spiega con alcune stranezze dell’Asn: per esempio, lo stesso candidato poteva essere abilitato nello stesso momento sia ad associato quanto sia a ordinario. Inoltre, le valutazioni sono state talvolta un po’ sbrigative, visto che tra gli abilitati – per quel che ho potuto vedere negli ambiti che conosco meglio – compaiono sia persone di talento sia gente notoriamente non all’altezza. L’inefficienza del meccanismo risulta anche, indirettamente, dall’enorme quantità di ricorsi al Tar che ha generato (per questo, sia detto tra parentesi, sorprende non poco che in Parlamento i rappresentanti dell’opposizione abbiano espresso gran rimpianto nei confronti dell’Asn.)
La riforma Bernini modifica il sistema per l’ennesima volta. L’ambizione è quella di “snellire” (termine sempre temibile nei contesti legislativi) il procedimento. La semplificazione consiste in questo: cancellata la commissione nazionale di abilitazione, i candidati autocertificano di possedere i requisiti per la posizione di professore associato o ordinario: pubblicazioni o progetti, organizzazione o partecipazione a congressi, esperienze presso centri qualificati, continuità della ricerca, premi ecc. (questi requisiti dovranno essere specificati nel dettaglio entro tre mesi dall’Anvur, la potente agenzia per la valutazione della ricerca.) Si crea così una lista di meritevoli. Quando un’università intende bandire un posto per un determinato ambito disciplinare forma una commissione, costituita da un componente interno e da quattro sorteggiati dal Ministero in una lista di professori che si sono dichiarati interessati. La commissione discute coi candidati i loro lavori e può chieder loro di tenere un seminario pubblico per comprovare le proprie capacità. A tre anni dalla chiamata, l’Anvur procede a una valutazione dei neoassunti. Una novità interessante è che dopo cinque anni di servizio i professori possono chiedere il trasferimento in un’altra università in cui siano graditi.
In sostanza, il procedimento non ha più due gradini (come l’Asn e il sistema francese) ma uno solo, somigliando così alla lontana a quello inglese e statunitense. Quest’ultimo, però, ha un preciso criterio interno “di merito”: le università migliori si battono per avere i professori migliori, coi quali contrattano liberamente stipendi e compiti. Possono anche chiamarli direttamente, senza competizione alcuna. I meno brillanti dovranno accontentarsi delle università di secondo o terzo livello. Ciò limita di fatto i potenziali effetti clientelari: gli atenei di qualità non hanno interesse ad assumere il parente o l’amico dell’accademico locale di spicco.
Ad aver coraggio, si sarebbe potuto riprodurre il sistema statunitense, abolendo tout court il reclutamento a concorso, come alcuni hanno suggerito. Ma l’Italia non è gli Stati Uniti: sappiamo tutti che nell’università regna indisturbato uno spirito familistico-proprietario che nessuna legge potrà mai correggere. Il rischio di localismo è di fatto tutt’altro che escluso dal metodo Bernini, che, a dispetto delle intenzioni, non limita ma enfatizza il peso dei potentati locali: chi, tra i membri esterni di una commissione, avrà voglia di opporsi al collega locale che fa il bello e il cattivo tempo nello stesso ambito scientifico? Quindi, alla fin dei conti, se lo snellimento preannunciato sarà probabilmente ottenuto, non è affatto detto che migliorerà la qualità della selezione.
Si sarebbe almeno potuto pretendere una certificazione anche dei dipartimenti chiamanti, in modo da differenziare la loro potestà di assumere in base alla loro reputazione, sia scientifica che etica, le valutazioni ottenute e i crediti accumulati. Ma sarà per la prossima riforma, che – ne sono certo – non potrà tardare granché...
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire Temi






