Ma chi sono davvero i russi? Il viaggio
dalla «Terza Roma» all’era degli zar

Ecco com’è nata e come si è consolidata una potenza destinata a lasciare un segno profondo nella storia europea e asiatica
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July 16, 2026
Ma chi sono davvero i russi? Il viaggio
dalla «Terza Roma» all’era degli zar
Il cavaliere di bronzo: colossale monumento dedicato a Pietro il Grande a San Pietroburgo
Quando verso la fine del XVIII secolo l’imperatrice Caterina II ordinò al suo protetto, il conte Grigorij Aleksandrovič Potëmkin, di garantire al già vasto impero russo un conveniente sbocco nei mari caldi, il condottiero fondò in suo onore la città di Kherson, creò il porto di Sebastopoli in Crimea e soprattutto diede il nome a un villaggio turco sul Mar Nero vicino alla foce del Dnepr che chiamò Odessa. Per non deludere le aspettative della zarina, che aveva intrapreso un viaggio per ammirare i suoi nuovi possedimenti, Potëmkin giocò sul sicuro, costellando il tragitto di Caterina di quinte di cartapesta con finti pastori e pescatori che da allora finirono per essere chiamati con dispregio “Villaggi Potëmkin”. Una perfetta allegoria della Russia che dura fino ai giorni nostri. Prima di allora erano esistite svariate Russie. La Rus’ di Kiev, che nel IX secolo ereditava da Bisanzio una concezione verticale del potere, in cui il sovrano e la fede erano legati da un vincolo quasi sacro. Poi nel XIII secolo arrivarono i mongoli dell’Orda d’Oro, Kiev fu distrutta e per oltre due secoli i principati russi vissero sotto il peso del tributo e della sottomissione. Era la Russia dei khanati.
Il fantasma di un impero cominciò a prender forma attorno al 1453, all’indomani della caduta di Costantinopoli, allorché Mosca si proclamò erede dell’Impero Romano d’Oriente e nacque l’idea della Terza Roma. Fu necessario un altro secolo prima che Ivan IV, detto “il Terribile”, si autoproclamasse zar, dal serbo Czar , contrazione di Caesar. L’appellativo diceva già tutto: il sovrano russo non voleva essere semplicemente un re, ma il custode di un destino imperiale. Ivan allargò i confini verso il Volga e la Siberia, ma trasformò anche il potere in una forma di terrore personale. Nell’autocrazia russa, grandezza e violenza avrebbero spesso viaggiato insieme. E come sappiamo, non hanno quasi mai smesso di farlo. Ma la Russia degli zar cominciò davvero a prender forma con l’avvento di Pietro il Grande, che spostò la capitale da Mosca a San Pietroburgo e aprì quella “finestra sull’Europa” che la Russia della servitù della gleba ancora non aveva. Così nel 1703, sulle paludi della Neva, nacque San Pietroburgo. Non era soltanto una capitale. Era un messaggio: la Russia non sarebbe più rimasta ai margini della storia europea, avrebbe cercato di entrarvi con la forza. Pietro, la cui curiosità era pari alla sua smisurata statura fisica, visitò cantieri navali olandesi, studiò tecnologia occidentale, riformò l’esercito e costrinse la nobiltà russa a cambiare abitudini, persino nell’aspetto fisico: tagliarsi la barba divenne un atto politico. Ma la sua opera più ambiziosa fu quella città. Per anni è stata la vera capitale dell’impero. A perenne memoria, una monumentale statua equestre commissionata da Caterina II e collocata nella Piazza del Senato – Il cavaliere di bronzo – ritrae lo zar Pietro nel fulgore della sua potenza imperiale.
Caterina la Grande non fu da meno del suo predecessore. Se Pietro aveva aperto una finestra, lei volle spalancare una porta. Tedesca di nascita e russa per scelta, fu una delle figure più contraddittorie del XVIII secolo. Leggeva Voltaire, dialogava con gli illuministi francesi e governava un impero autocratico. La sua ambizione era geografica prima ancora che politica: cercava i “mari caldi”, porti liberi dai ghiacci che permettessero alla Russia di diventare una potenza mediterranea. Ma non ci riuscì. Come non riuscirono i russi a spiegare a sé stessi chi fossero davvero. Già, chi sono davvero i russi? La risposta si nasconde dietro la nascita stessa dell’impero degli zar: un fenomeno multietnico di prevalente impronta asiatica. Il khanato di Kazan e di Astrakhan, i tatari di Crimea, i buriati animisti della Siberia, i cosacchi… popoli guerrieri che si alleavano con gli zar contro tutti i nemici della Russia. Ecco dunque apparire quel mito dei “Calzari asiatici”, definizione di una Russia mongolica invocati dal monaco-filosofo Konstantin Leontev, che nel suo saggio L’Est, la Russia, gli Slavi già nel 1865 invitava i russi «a scuoterne via la polvere romano-germanica». Concetto rielaborato oggi da Aleksandr Dugin, uno dei grandi influencer di Putin, figlio di un ufficiale del Gru (i servizi segreti militari sovietici) e fondatore del Partito nazional-bolscevico. Un intellettuale dalla lunga barba dostoevskiana con scoperte ascendenze che vanno da Heidegger a René Guenon fino a Julius Evola. Tutto si tiene.
E se Mosca, preda ambita e mai domata da Napoleone, era tornata ad essere la capitale dell’impero, San Pietroburgo ne rimaneva l’imprendibile anima volubile. Crudele e traboccante d’alterigia, costruita sul sangue e la fatica di oltre 300mila fra prigionieri e servi della gleba, San Pietroburgo ha macinato per secoli i suoi eroi di ieri e di oggi come un dio sordo e indifferente. Da Puškin, il cantore del Cavaliere di Bronzo , che muore in duello difendendo l’onore violato della moglie, a Iosif Brodskij, condannato ai lavori forzati per “parassitismo” (il crimine sociale numero uno nell’era post-staliniana); da Gogol’, che la città imperiale respinge come parvenu trasformandolo in sardonico accusatore («Tutto è inganno a San Pietroburgo», lascia scritto), a Šostakovič, che con l’accusa di formalismo precipita dalla fama alla disgrazia irritando Stalin e da quel giorno vive nel terrore; da Dostoevskij, che si compromette con i circoli socialisti e scampa di un soffio la fucilazione ma viene deportato in Siberia a Omsk e poi in Kazakistan, all’altero Turgenev, che per primo conia il termine “nichilista”. Tutti quanti, da Puškin a Čajkovskij, dall’idolatrato autore di Padri e figli a Osip Mandel’štam, da Rasputin a Dzeržinskij, da Malevič alla Achmatova, fino allo stesso Putin, nati o vissuti lì, fra i magici canali di quel balocco dai colori pastello appoggiato su un malsano acquitrino lambito dalla Neva che ha visto scorrere la storia nella tempestosa mutevolezza della sua toponomastica (San Pietroburgo, Pietrogrado, Piter, Leningrado, di nuovo San Pietroburgo), figli di una città-teatro che nello spazio di un mattino ti fa sentire un re e un istante dopo uno zek, un internato nei gulag per i quali molto spesso – come per Mandel’štam – il biglietto è di sola andata. Si domanda Gogol’ a chiusura del suo Le Anime morte : «Non è così che anche tu, Russia, come un’ardita insuperabile trojka, voli via? Fuma sotto di te la strada, rimbombano i ponti, tutto si allontana e resta indietro. Si ferma, colpito dal prodigio divino, lo spettatore; non è un fulmine questo buttato giù dal cielo? Russia, dove voli mai tu? Rispondi». Ma l’era degli zar stava per chiudersi. Nel 1905 la sconfitta contro il Giappone frantumava il mito della loro invincibilità. Nel 1917 la rivoluzione bolscevica aveva spazzato via tre secoli di dinastia Romanov. L’anno successivo, nella casa Ipat’ev di Ekaterinburg, lo zar, l’imperatrice e i loro figli furono fucilati. L’impero degli zar non esisteva più. Ne sarebbe risorto un altro, quello sovietico. Con le medesime ambizioni dei grandi zar. Su cui torneremo a parlare.
 (3 - continua)

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