L'Odissea di Nolan: un ritorno alla fine della civiltà

Il regista rilegge il poema di Omero come racconto di nascita e tramonto del mondo antico, tra Vico, Foscolo e richiami da Eliot a Pound. Da oggi in sala
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July 16, 2026
L'Odissea di Nolan: un ritorno alla fine della civiltà
Un'immagine tratta dal film con Matt Damon nei panni di Odisseo
«Dal dì che nozze e tribunali ed are», cantava Ugo Foscolo nei Sepolcri, riprendendo il dispositivo concettuale fissato da Giambattista Vico nella Scienza Nuova: la civiltà nasce nel momento in cui viene istituito il matrimonio, si amministra la giustizia, si pratica il culto. In quel momento le «umane belve» imparano a essere «pietose». Nell’Odissea di Christopher Nolan il redivivo re di Itaca ricorre a una formulazione analoga. Avevamo palazzi, avevamo il commercio, avevamo il linguaggio, dice l’Odisseo interpretato da Matt Damon, e non è privo di significato che anche nell’originale inglese si sia preferita la versione grecizzante del nome, Odysseus, a scapito del più prevedibile Ulysses. Si torna indietro, si torna all’origine, quello che è venuto dopo (i tanti Ulisse dell’arte e della letteratura, da Dante a Joyce) chiede di essere dimenticato. Anche l’Odisseo di Nolan entra in scena come uno smemorato, intento a raccogliere relitti su una spiaggia straordinariamente simile a quella che nel 2011 avevamo ammirato nel finale di The Tree of Life di Terrence Malick.
La citazione potrebbe essere involontaria, senza per questo risultare meno incisiva. Sicuramente intenzionale, invece, è la scelta di Damon, che nei primi anni Duemila aveva interpretato il personaggio di Jason Bourne in una serie cinematografica di grande successo, al di sotto della quale covava il dilemma contemporaneo della perdita di identità. Quei film, nei quali un sicario perdeva la memoria e faticosamente la riconquistava prendendo coscienza delle proprie colpe, non erano diretti da Nolan, che però nel 2000 si era già imposto all’attenzione internazionale con Memento, un thriller che procedeva virtuosisticamente a ritroso, tanto da poter essere rimontato dall’ultima scena alla prima. Il congegno narrativo era il medesimo: un uomo si trova gettato nel mondo senza sapere più nulla di sé. Ha a disposizione solo una collezione di frammenti, tutto dipende da come riuscirà a ricomporli. «Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine», ammetteva poco più di un secolo fa T.S. Eliot nella Terra desolata. Nell’Odissea di Nolan, la Penelope di Anne Hathaway sospetta che il suo sposo si sia perduto tra le «macerie» del passato. Ma questa volta, forse, il rimando è ai Canti Pisani di Ezra Pound, con l’autoritratto del poeta che vaga come una formica solitaria in un’Europa devastata.
Straordinaria per impatto visivo (ma ad accrescere il fascino dell’impianto contribuisce in modo determinante la colonna sonora di Ludwig Göransson, che emula le cadenze della metrica arcaica), l’Odissea di Nolan poggia su una stratificazione pressoché inesauribile di riferimenti interni ed esterni all’opera del regista. Il cavallo dell’inganno ai danni dei Troiani, per esempio, si ispira alle sculture monumentali di Igor Mitoraj, così come l’occhio sghembo di Polifemo sembra derivare da un celebre dipinto di Odilon Redon. L’elmo di Agamennone, tanto diverso da quelli degli altri guerrieri, riprende il tema della maschera che si sostituisce al volto, ricorrente nella trilogia che Nolan ha dedicato a Batman. Nel 2012, in particolare, il malvagio Bane di Il cavaliere oscuro - Il ritorno non si separa mai dal respiratore che gli copre la faccia e Tom Hardy, l’attore che lo interpreta, recita quasi sempre con una maschera da aviatore addosso anche in un altro film di Nolan, Dunkirk del 2017.
I puristi in cerca di incongruenze sono avvisati: mai come in questo caso, la caccia a quello che manca nel film, o che nel libro non c’è, si riduce a un esercizio infruttuoso. D’accordo, dal racconto di Nolan sparisce Nausicaa e con lei l’episodio di Odisseo tra i Feaci. Anche la tappa presso i Lotofagi non viene descritta e il fiore dell’oblio diventa una prerogativa della Calipso di Charlize Theron. In compenso, nella riscrittura di Nolan il viaggio di Telemaco alla ricerca del padre non vale più da antefatto, ma viene elevato a inquadramento narrativo dell’intera vicenda. Durante la visita alla corte di Menelao, inoltre, il principe interpretato da Tom Holland viene introdotto al rompicapo delle differenti leggende sviluppatesi attorno al destino di Odisseo. A ben pensarci, lo stesso Nolan aveva già fornito almeno due rivisitazioni dell’Odissea, in buona misura rispondenti alle varianti del mito: prima nel 2010 con Inception (un padre cerca di ricongiungersi ai figli attraversando i labirinti della mente) e poi nel 2014 con Interstellar (una figlia attende il ritorno del padre, disperso nello spazio-tempo).
Il film attuale si avvantaggia di quello che Nolan ha fatto finora e ne porta a sistema la poetica, fino a costituirsi come documento di consapevolezza civile. L’Elena di Lupita Nyong’o ha la pelle nera non in omaggio a un fantomatico politically correct, ma perché nella civiltà dei commerci i popoli si mescolano, abitano gli stessi palazzi, parlano e scrivono la medesima lingua. Lo esige quella che qui viene indicata come «la legge di Zeus» e che in effetti è la regola aurea diffusa in tante tradizioni spirituali: fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te. Su questa premessa si fonda la cultura dell’ospitalità e del dono, metodicamente profanata dai temibili «popoli del mare» più volte evocati nel film. Nell’Odissea di Nolan la ricostruzione della catastrofica crisi geopolitica della tarda Età del Bronzo (XIII-XII secolo a.C.) viene esposta con precisione addirittura didascalica. Per un riscontro, si può fare tesoro della ricca introduzione con cui il grecista Riccardo Maisano accompagna la sua recente traduzione dell’Odissea omerica, pubblicata un anno fa da Storia e Letteratura (pagine CXVI+880, euro 44).
La decadenza verso una cupa stagione «di anarchia e di dolore» si compie sotto lo sguardo dell’Atena impersonata da Zendaya, il cui tempio è stato violato dall’inganno ordito per soddisfare la volontà di Agamennone. Il rapimento di Elena è un pretesto, spiega Odisseo a Penelope prima di imbarcarsi per la guerra: quella di Agamennone è una guerra per la supremazia economica e, in quanto tale, già infrange la legge di Zeus. Trasformando in maiali i compagni del re di Itaca, la Circe di Samantha Norton non fa altro che anticipare la regressione allo stato primordiale delle «umane belve». E «bestioni» vichiani sono già i pretendenti alla mano di Penelope, capeggiati dal brutale Antinoo di Robert Pattinson.
I palazzi andranno in rovina, il saccheggio sostituirà il commercio, la scrittura cadrà in disuso e di quello che è stato rimarrà soltanto il canto, ritmato dal bastone degli aedi. Ma il linguaggio non andrà perduto, perché «l’Orco fa quel che può fare un orco», osservava Wystan Hugh Auden in una poesia composta nell’agosto del 1968, durante l’invasione sovietica di Praga. Ma, aggiungeva, «l’Orco non può appropriarsi del Discorso». Chissà che l’anglofono Nolan non avesse in mente anche questi versi mentre imprigionava nell’opprimente maschera di Agamennone il volto dissennato della violenza e del sopruso.
Questo articolo anticipa il numero di Gutenberg in uscita venerdì 17 luglio a tema "Eterna Odissea". Da tremila anni infatti il poema attraversa il tempo, dando forma al viaggio e al desiderio del ritorno. Ulisse è insieme eroe e uomo comune, figura dell’intelligenza che salva e dell’inquietudine che non si placa. Mentre il film di Christopher Nolan riporta Omero sul grande schermo, con questo numero di Gutenberg proveremo a riconoscere nei suoi archetipi il nostro mare aperto.

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