Rosemary Goldie, una laica al Concilio Vaticano II: così la Chiesa si accorse delle donne
Colta, ironica, cosmopolita, non chiedeva privilegi ma solo ascolto.
Fu poi voluta da Paolo VI nella Curia romana e divenne una delle prime figure femminili a ricoprire
un incarico stabile in Vaticano

Quando arrivò a Roma, qualcuno in Vaticano la scambiò per una segretaria. Del resto, nei primi anni Sessanta, una donna che attraversava con passo sicuro i corridoi ecclesiastici senza appartenere a una congregazione religiosa generava ancora un lieve smarrimento burocratico. Ma Rosemary Goldie possedeva una qualità che l’entourage conciliare avrebbe lentamente imparato ad apprezzare: l’ostinazione tranquilla. Australiana, colta, ironica, cosmopolita, Goldie non aveva nulla della devota figurina ecclesiastica. Parlava diverse lingue, frequentava ambienti internazionali, soprattutto possedeva una convinzione quasi scandalosa per l’epoca: i laici – e persino le donne – non erano semplici spettatori della vita della Chiesa. Oggi una simile affermazione appare quasi ovvia. Negli anni del pre-Concilio suonava invece come un piccolo terremoto.
Il Vaticano II fu un’assemblea immensa e totalmente maschile: più di duemila vescovi, cardinali, teologi, periti. Una foresta di talari nere bordate di rosso e porpora. Le donne erano praticamente invisibili. Eppure, proprio dentro quella gigantesca macchina ecclesiastica, Rosemary riuscì lentamente a ritagliarsi uno spazio inatteso. Non fu una rivoluzionaria barricadera. Né una teologa “militante” ante litteram. La sua forza era più sottile: possedeva il talento rarissimo di parlare ai vescovi senza intimidirli, ma senza deferenza servile. Sapeva muoversi tra diplomazia e franchezza. In altre parole: era già post-conciliare prima ancora che il Concilio iniziasse.

Nata a Melbourne nel 1916, Goldie si era avvicinata molto presto ai movimenti internazionali del laicato cattolico. Fu soprattutto l’esperienza del Coetus Internationalis e poi della Conferenza mondiale delle organizzazioni cattoliche a trasformarla in una figura chiave del cattolicesimo internazionale. In un’epoca in cui molti ecclesiastici consideravano i laici come semplici esecutori disciplinati, Rosemary parlava di corresponsabilità, maturità ecclesiale, presenza cristiana nel mondo moderno.
A Roma divenne presto una figura familiare negli ambienti conciliari. C’è un aneddoto che restituisce bene il clima dell’epoca. Durante una riunione preparatoria, un prelato si rivolse a lei chiedendole cortesemente di portare alcuni documenti ai partecipanti, convinto che facesse parte del personale di servizio. Goldie eseguì senza protestare. Poi si sedette al tavolo degli esperti e iniziò a intervenire nella discussione. Pare che il monsignore in questione non abbia più dimenticato la lezione.
Quando nel 1964 Paolo VI decise finalmente di ammettere alcune donne in qualità di uditrici del Concilio, Rosemary Goldie fu tra le prime a essere chiamata. Non entrò nell’aula come simbolo ornamentale, ma come una delle persone che da anni riflettevano sul ruolo del laicato nella Chiesa contemporanea. Naturalmente, oggi tutto questo può apparire tardivo, perfino paternalistico. E probabilmente lo era. Le donne al Vaticano II restarono pochissime, prive di diritto di voto, circondate da un apparato ecclesiastico ancora profondamente clericale. Ma proprio per questo la presenza di Goldie assunse un valore simbolico straordinario. Molti padri conciliari si trovarono improvvisamente costretti a confrontarsi con una realtà quasi rimossa: più della metà della Chiesa possedeva un volto femminile.
Rosemary comprese molto bene i limiti di quella stagione. Non indulgeva in trionfalismi. Sapeva che il Concilio aveva aperto porte senza spalancarle del tutto. Tuttavia, intuì che qualcosa era cambiato irreversibilmente. La figura del laico non poteva più essere pensata come semplice “braccio operativo” della gerarchia. E ancor meno la donna poteva restare confinata dentro un’ecclesiologia decorativa. Per certi aspetti, Goldie apparteneva a quella generazione di cattolici che costrinsero la Chiesa a scoprire lentamente la normalità del dialogo. Non chiedeva privilegi. Chiedeva ascolto. Il suo stile personale contribuiva a renderla anomala nel panorama ecclesiastico del tempo. Non aveva nulla della mistica vaporosa. Piuttosto, ricordava certe intellettuali anglosassoni del Novecento: ironiche, pragmatiche, allergiche alla retorica. Un episodio è sintomatico del suo carattere deciso e risoluto. Una volta Yves Congar voleva inserire in un testo conciliare un passaggio galante, paragonando le donne alla delicatezza dei fiori e ai dorati raggi del sole. Goldie prontamente reagì: «Padre, lasci perdere… dalla Chiesa le donne chiedono di essere riconosciute non come fiori, ma stimate come persone».
Negli anni successivi al Concilio, Paolo VI la volle nella Curia romana. Goldie divenne così una delle prime donne a ricoprire un incarico stabile e di responsabilità all’interno del Vaticano. Una decisione non percepita dall’opinione pubblica, ma enormemente significativa dentro le mura leonine. Eppure il suo nome oggi resta sorprendentemente poco conosciuto. Forse perché non apparteneva alla categoria degli ecclesiastici “monumentali”. Non fondò movimenti, non guidò rivoluzioni, non lanciò slogan memorabili. Lavorava piuttosto sulle relazioni, sui processi, sui cambiamenti lenti. Rosemary Goldie non fu la donna che “conquistò” il Vaticano. Sarebbe una caricatura contemporanea. Fu qualcosa di più intelligente e più difficile: una donna che costrinse la Chiesa conciliare ad abituarsi, lentamente, all’idea che il futuro non potesse più essere pensato soltanto al maschile.
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