Comunque vada a finire con la legge elettorale, sulle preferenze si è persa un'occasione
La maggioranza non ha presentato una proposta netta per ridare voce agli elettori, che poteva raccogliere consensi più ampi

C’ è un aspetto sottovalutato di questo stallo sulla legge elettorale, dopo la bocciatura dell’emendamento meloniano sulle preferenze. La presidente del Consiglio ci ha messo la faccia, ma se ha deciso di dettare lei stessa il correttivo a una proposta che reca il nome “Melonellum” non è solo, come si è detto, per non regalare allo straripante generale Vannacci il comodo argomento di aver sposato lui una causa portata avanti dalla premier quando era leader dell’opposizione. C’è anche una consapevolezza, cresciuta nella premier, di concreti dubbi di incostituzionalità che la proposta conteneva e contiene. Il Quirinale resta in silenzio e nulla trapela – o trapelerà – in relazione alla successiva promulgazione o meno. Mattarella d’altronde ha sempre chiarito che rientra nelle sue prerogative, a volte, anche quella di dar corso a provvedimenti che non condivide nel merito. Ma ciò non preclude il successivo pronunciamento della Consulta, se chiamata in causa. E in questo caso c’è la cosiddetta Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa, che nel suo Codice in materia elettorale ha bacchettato l’Italia per la sua mania di metter mano alla legge elettorale ogni volta che le urne si avvicinano, ponendo come limite minimo di non farlo a meno di un anno dal voto. Se così stanno le cose, per Giorgia Meloni sembrano due le strade percorribili: o andare alle urne, anche presto, con la legge elettorale in vigore, rinunziando a modificarla; o andarci con il “Melonellum” non più emendato (salvo voler prendere in esame l’ipotesi avanzata da Ignazio La Russa di riprovarci al Senato, dove non è previsto in materia elettorale il voto segreto). Si capisce allora l’estremo imbarazzo della premier: la tentazione di rinunciare del tutto alla nuova legge c’era, anche per evitare di andare incontro a una correzione “chirurgica” e “auto-applicativa” da parte della Corte Costituzionale sul grave vulnus costituito dal combinato disposto dato da liste bloccate e listone del premio di maggioranza. L’elettorato, specie quello più giovane e sganciato dai partiti, non è tenero di giudizi – lo si è visto – verso chi tenta forzature della Carta fondamentale. Se ora invece, come pare, si andrà avanti con questa proposta, si dovrà farlo nei tempi e nei modi richiesti per una fine ordinata della legislatura che il Quirinale è chiamato a far rispettare e che porta a escludere il voto anticipato. Si è dato atto a Meloni di essersi esposta da sola, con le sole eccezione di due partiti minori, come Noi moderati e Italia viva. La proposta avanzata da FdI risentiva però di un clima per cui in questo Parlamento pare vietato parlarsi: invece di avanzare una proposta secca (preferenze, collegi uninominali) per costringere l’intero Parlamento a prendere posizione, si è scelta una mediazione (i capilista bloccati) per tentare di ricompattare la sola maggioranza, dal momento che i partiti alleati avrebbero messo al sicuro lo stesso i loro gruppi dirigenti. L’operazione non è riuscita per un voto solo. Così non si è colta l’occasione della sollecitazione venuta dalla società civile e in particolare dall’associazionismo cattolico per “ridare voce alla democrazia”. Ma purtroppo anche questa proposta – forte, univoca e dal basso – è finita nel tritacarne dell’incomunicabilità fra le forze politiche. Il risultato è l’ennesi-ma occasione persa, in un Paese in cui si rischia di smarrire un’idea del bene comune, con il 40% degli elettori che stabilmente diserta le urne.
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