Virgilio & Co. Perché i classici restano necessari?
Roberto Andreotti
rilancia il tema
degli autori antichi, suggerendo
di interrogarli
a partire dal presente. Senza dimenticare
la grande distanza che ci separa

Irecenti dati sulle iscrizioni al liceo classico, scese al 3 per cento, hanno provocato ancora una volta un dibattito sulla sua validità, dimostrando come si sia indebolita nel nostro Paese, ma anche in tutto l’Occidente, l’idea della cultura classica come patrimonio condiviso. Molti pensano che sia un fardello del passato di cui liberarsi a tutto vantaggio degli studi scientifici, tecnologici ed economici. Perché continuare a fare versioni dal greco e dal latino o mantenere lo studio del latino nei licei scientifici? Eppure negli ultimi anni non sono mancate prese di posizione intelligenti sulla necessità di preservare la cultura umanistica nella civiltà tecnologica in cui siano assorbiti. Come da parte degli scienziati Guido Tonelli e Lucio Russo, quest’ultimo autore di un libro fondamentale, Perché la cultura classica, in cui rammenta che l’immenso patrimonio giunto fino a noi dal mondo antico non riguarda solo la filosofia e letteratura, ma anche la scienza. Da parte sua Tommaso Braccini nel volume Avventure e disavventure dei classici – che se la prende con la cancel culture che vuole imbavagliare alcuni autori antichi – sottolinea come le vicende travagliate dei classici ci debbano spingere a salvaguardarli, perché molto hanno da dirci oggi. Per non parlare di Martha Nussbaum, che nel saggio Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, si dice preoccupata perché, in una civiltà dominata dalla tecnoscienza e dall’economia, stanno scomparendo non solo le competenze associate agli studi umanistici e artistici, ma anche la capacità di pensare criticamente. Molti economisti di formazione statunitense vedono nella cultura classica un ostacolo sulla via della globalizzazione: sono lontani i tempi in cui per essere ammessi ad Harvard bisognava rispondere a domande relative alla grammatica e alla storia greca e romana oltre che a vari quesiti di matematica; non solo, erano previste anche prove di traduzione dall’inglese al latino e al greco.
In Francia e in Germania poi da tempo si ridimensiona l’apporto della latinità alla formazione dell’Europa e si vuole rimuovere il contributo della civiltà romana. Un fenomeno segnalato anticipatamente da Rémi Brague nel libro Europe, la voie romaine, che denunciava lo spettacolo comico della svalutazione dei Romani rispetto ai Galli, operata da un popolo che parla una lingua ereditata direttamente dal latino. Se l’Europa è certamente greca ed ebraica, è altrettanto romana.
Ne è ben cosciente Roberto Andreotti, classicista e giornalista, per lunghi anni curatore di Alias, l’inserto letterario del “Manifesto”, come traspare nel libro Virgilio è urgente (Interlinea, pagine 254, euro 16): un titolo volutamente provocatorio, dato che come spiega lui stesso nelle prime pagine «è solo il contemporaneo che può generare domande nuove e incalzanti da porre ai libri degli Antichi, senza per questo trascurarne la drammatica alterità». Sono Virgilio e Ovidio gli autori cui maggior spazio è dedicato, seguiti da Seneca, Apuleio e Rutilio Namaziano. Della guida di Dante nella Divina Commedia si ricorda la ripresa recente, da Seamus Heaney a Alessandro Fo. Ma da più di un secolo, a partire dallo studio fondamentale di Richard Heinze Tecnica epica di Virgilio, l’autore dell’Eneide viene recuperato e acclamato, con letture pubbliche e performance un po’ ovunque. Senza dimenticare lo sceneggiato televisivo trasmesso dalla Rai negli anni Settanta con Giulio Brogi protagonista.
Se Giorgio Caproni «esaltò il profugo troiano come modello di tutti i perseguitati», la poesia occidentale è nata nel segno dell’esilio, come ci ha insegnato Virgilio. Anche Ovidio rientra nella triste casistica dell’intellettuale inviso al potere. La sua attualità è legata soprattutto al successo delle Metamorfosi, immortalate nei secoli dai grandi artisti e cui si riferiscono più volte poeti e scrittori vicini a noi come Walcott, Brodskij, Maalouf e Ransmayr, ma anche il cinema e le serie tv: «Manipolazione della materia; mutilazione del corpo umano; fantasia genetica; potere catastrofico del desiderio. Sembrano etichette da science fiction, in realtà sono dei temi offerti dalle Metamorfosi, riformulati con il linguaggio corrente», commenta Andreotti. Il quale rimarca come la weltanschauung del poeta esiliato a Tomi sia molto diversa da quella virgiliana improntata alla pietas e all’amor patriae: «Per dirla con Paul Veyne, Ovidio non crede ai suoi miti». Miti peraltro immortali, se si pensa a Narciso e Proserpina o a Orfeo e Euridice.
Come quello di Amore e Psiche narrato da Apuleio, che Andreotti vede rivivere nel film d’animazione La bella e la bestia, soffermandosi poi su Lucio, il protagonista delle sue Metamorfosi, ribattezzate da sant’Agostino in L’asino d’oro, rilevando in quello che viene ritenuto l’unico vero romanzo dell’Antichità anche il primo e forse unico caso di conversione religiosa. Come ha segnalato l’antichista e patrologo Gustave Bardy, infatti, le religioni del mondo greco e romano, ma anche quelle di derivazione orientale, non riuscirono a produrre quella trasformazione spirituale nella quale consiste la conversione, che prevede un rinnovamento da cima a fondo dell’anima e della vita della persona. Lucio invece si converte al culto di Iside dopo essere stato trasformato in un asino e il suo atteggiamento pare mosso da una vera ricerca di santità.
E veniamo a Rutilio Namaziano, il cui poema De reditu, scritto dopo il sacco di Roma da parte di Alarico del 410, è una sorta di lamento funebre per la civiltà romana basata sul paganesimo. Andreotti vuole ribaltare il giudizio di Italo Lana, per il quale il mondo di Rutilio appare «fermo e stagnante» rispetto «a una qualunque pagina di un autore cristiano di sempre». In realtà Il ritorno è un poema struggente e straziante. Non certamente favorevole alla nuova religione, ma curiosamente messo in salvo al monastero di Bobbio.
Una nota finale: spiace che nel volume non compaia alcun riferimento all’opera di damnatio memoriae verso gli autori classici in atto nelle università anglosassoni. La cancel culture cui si accennava all’inizio mette sotto accusa proprio Virgilio perché troppo violento e Ovidio perché antifemminista. I classici possono certamente essere discussi, ma è assurdo cancellarli, riscriverli o ridimensionarli perché fanno parte in maniera inscindibile della nostra cultura.
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