Contro la geopolitica pop, pensiamo il «Medioccidente»
Nata in epoca determinismo positivista (e razzista), la geopolitica è tornata come termine à la page, ma nasconde al proprio interno semplificazioni ideologiche. Servono visione nuove che restituiscano una complessità che la carta geografica tradisce

Pubblichiamo una sintesi del contributo di Damiano Palano, direttore dell’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell'Università Cattolica, pubblicato sull'ultimo numero della rivista Vita e Pensiero.
Le scienze sociali europee negli ultimi ottant’anni non si sono limitate a negare qualsiasi fondamento scientifico alla nozione di “razza”, ma hanno anche indirizzato una critica sistematica a ogni determinismo di matrice biologica. Gli studiosi dei fenomeni politici e sociali hanno adottato con convinzione l’idea che lo Stato sia una costruzione esclusivamente culturale, una delle più riuscite maschere costruite dalla politica moderna, mentre le nazioni sono state concepite come “comunità immaginate” e come il prodotto dell’azione di standardizzazione linguistica e simbolica svolta dagli apparati statali. Nonostante questa robusta dose di vaccino culturalista, nelle discussioni contemporanee sul declino dell’Occidente ricompaiono proprio ragionamenti che, più o meno implicitamente, trovano la spiegazione dei processi politici proprio nei tratti immutabili dei popoli e delle civiltà. Facendo rientrare così dalla finestra quel determinismo che era stato cacciato dalla porta.
Nel clima culturale positivista di fine Ottocento emerse una disciplina che studiava gli aspetti geomorfologici in grado di conferire potenza e ricchezza agli Stati e che il geografo svedese Rudolf Kjellén definì Geopolitik. Ai suoi occhi, lo Stato era un vero e proprio organismo biologico guidato da un istinto di sopravvivenza, e dunque ogni entità statale si trovava costantemente impegnata in una lotta per la conquista di nuovi territori. Ancora prima, era stato però il geografo tedesco Friedrich Ratzel a tracciare le «leggi della crescita spaziale degli Stati». Anche per Ratzel lo scontro fra gli Stati era un processo inevitabile, dettato dalle esigenze della sopravvivenza. Definì dunque lo spazio in cui si sviluppava la vita degli aggregati come un Lebensraum: uno spazio vitale sempre minacciato dalle pretese altrui. Ma fu Karl Haushofer a trasformare la geopolitica in uno strumento atto a sostenere le ambizioni tedesche sul Vecchio continente, dimostrando che lo Stato doveva innanzitutto garantire il proprio Lebensraum, ossia conquistare tutti quei territori che comprendevano «le regioni culturali del Volk».
Nel clima culturale positivista di fine Ottocento emerse una disciplina che studiava gli aspetti geomorfologici in grado di conferire potenza e ricchezza agli Stati e che il geografo svedese Rudolf Kjellén definì Geopolitik. Ai suoi occhi, lo Stato era un vero e proprio organismo biologico guidato da un istinto di sopravvivenza, e dunque ogni entità statale si trovava costantemente impegnata in una lotta per la conquista di nuovi territori. Ancora prima, era stato però il geografo tedesco Friedrich Ratzel a tracciare le «leggi della crescita spaziale degli Stati». Anche per Ratzel lo scontro fra gli Stati era un processo inevitabile, dettato dalle esigenze della sopravvivenza. Definì dunque lo spazio in cui si sviluppava la vita degli aggregati come un Lebensraum: uno spazio vitale sempre minacciato dalle pretese altrui. Ma fu Karl Haushofer a trasformare la geopolitica in uno strumento atto a sostenere le ambizioni tedesche sul Vecchio continente, dimostrando che lo Stato doveva innanzitutto garantire il proprio Lebensraum, ossia conquistare tutti quei territori che comprendevano «le regioni culturali del Volk».
Finita nel cassetto, a partire dagli anni Novanta la geopolitica è tornata a essere un ambito molto frequentato. Dentro questo nuovo, grande contenitore sono però finite ricerche su questioni legate alla dimensione internazionale, ma in cui la connessione fra spazio e potere è in realtà piuttosto marginale. Sono così nate per esempio geopolitiche del cibo, dello sport, della musica, delle serie tv, del clima, dello spazio, dei vaccini e, ovviamente, dell’Intelligenza Artificiale. E per quanto molte di queste ricerche siano interessanti, la sensazione è che “geopolitica”, sostituendo l’ormai logorato “globalizzazione”, sia entrata a far parte di quella famiglia di parole magiche che tutti ripetono talvolta senza sapere bene cosa significhino, semplicemente perché danno l’idea che chi le utilizza sia al passo con i tempi.
Più che a un’affermazione di questo settore di studi nell’ambito della ricerca politologica, si è assistito così alla crescita di una sorta di geopolitica pop: un vero e proprio genere dell’informazione, in cui confluiscono i dossier dei corrispondenti di guerra, le opinioni degli analisti militari, discussioni strategiche e previsioni sugli scenari tecnologici... In sostanza, si è etichettato come “geopolitica” quello che fino a qualche tempo fa erano gli “esteri” e la “politica internazionale”.
Insieme al successo della geopolitica pop, è però riemerso prepotentemente anche un modo specifico di guardare al mondo, che di fatto reintroduce il determinismo geografico e razziale della geopolitica classica, impoverendo il quadro analitico. Dissotterrata dal passato più oscuro del positivismo fin de siècle, la geopolitica pop inchioda infatti i popoli dentro i confini degli Stati esistenti e finisce col rappresentarli come le pedine di un grande Risiko, in cui l’identità degli attori è destinata a rimanere costante e in cui l’unico cambiamento può registrarsi nella distribuzione delle forze o nella decadenza della fibra morale di un popolo. A fare capolino nel linguaggio della geopolitica pop è d’altronde persino una versione aggiornata di quel determinismo biologico: le tendenze geopolitiche vengono infatti incardinate nella “psicologia profonda” dei popoli, nel loro passato talvolta millenario, destinato a riprodursi immutato nel corso dei secoli. I governanti diventano in questo modo solo gli esecutori di quella “psicologia profonda”, mentre le forze politiche sono concepite come gli attori che mettono in atto le misure in grado di soddisfare gli interessi “vitali” dello Stato.
Soffermandosi criticamente su questo revival, il politologo italiano Andrea Ruggeri ha osservato per esempio che considerare la geopolitica come l’esclusiva chiave interpretativa della politica internazionale significa di fatto adottare una visione materialista e determinista dell’agire statale, che trascura il ruolo delle idee e delle norme, oltre che la natura contingente dei fenomeni politici. Proprio in questo momento è invece necessario ricordare che la percezione dello spazio non è mai solo il riflesso dei fattori puramente materiali, ma è anche il risultato di una rielaborazione culturale, di una rappresentazione che associa un territorio a una popolazione, alle sue istituzioni, alla sua storia e al suo patrimonio simbolico.
Più che a un’affermazione di questo settore di studi nell’ambito della ricerca politologica, si è assistito così alla crescita di una sorta di geopolitica pop: un vero e proprio genere dell’informazione, in cui confluiscono i dossier dei corrispondenti di guerra, le opinioni degli analisti militari, discussioni strategiche e previsioni sugli scenari tecnologici... In sostanza, si è etichettato come “geopolitica” quello che fino a qualche tempo fa erano gli “esteri” e la “politica internazionale”.
Insieme al successo della geopolitica pop, è però riemerso prepotentemente anche un modo specifico di guardare al mondo, che di fatto reintroduce il determinismo geografico e razziale della geopolitica classica, impoverendo il quadro analitico. Dissotterrata dal passato più oscuro del positivismo fin de siècle, la geopolitica pop inchioda infatti i popoli dentro i confini degli Stati esistenti e finisce col rappresentarli come le pedine di un grande Risiko, in cui l’identità degli attori è destinata a rimanere costante e in cui l’unico cambiamento può registrarsi nella distribuzione delle forze o nella decadenza della fibra morale di un popolo. A fare capolino nel linguaggio della geopolitica pop è d’altronde persino una versione aggiornata di quel determinismo biologico: le tendenze geopolitiche vengono infatti incardinate nella “psicologia profonda” dei popoli, nel loro passato talvolta millenario, destinato a riprodursi immutato nel corso dei secoli. I governanti diventano in questo modo solo gli esecutori di quella “psicologia profonda”, mentre le forze politiche sono concepite come gli attori che mettono in atto le misure in grado di soddisfare gli interessi “vitali” dello Stato.
Soffermandosi criticamente su questo revival, il politologo italiano Andrea Ruggeri ha osservato per esempio che considerare la geopolitica come l’esclusiva chiave interpretativa della politica internazionale significa di fatto adottare una visione materialista e determinista dell’agire statale, che trascura il ruolo delle idee e delle norme, oltre che la natura contingente dei fenomeni politici. Proprio in questo momento è invece necessario ricordare che la percezione dello spazio non è mai solo il riflesso dei fattori puramente materiali, ma è anche il risultato di una rielaborazione culturale, di una rappresentazione che associa un territorio a una popolazione, alle sue istituzioni, alla sua storia e al suo patrimonio simbolico.
Come antidoto alle seduzioni della geopolitica pop, merita per esempio attenzione la proposta avanzata di recente da Giuseppe Lupo, che ha adottato la categoria di “Medioccidente” per descrivere quella zona geografica e culturale che si estende tra il Mediterraneo e l’Europa centrale, tra la Penisola iberica e i Balcani, tra il Maghreb e il Levante: uno spazio di ibridazione, di stratificazione, di incontro e di conflitto tra tradizioni diverse che non si lascia ridurre né all’“Occidente” nel senso anglo-americano del termine, né all’“Oriente” nel senso orientalista del termine (Medioccidente. Un’alternativa geografica, politica, culturale, Marsilio).
La provocazione di Lupo è feconda proprio perché rompe con la binarietà che struttura il discorso geopolitico dominante. Il dibattito sul declino dell’Occidente si svolge quasi sempre all’interno di una logica duale: Occidente contro Oriente, Nord contro Sud, democrazie liberali contro autocrazie, valori occidentali contro valori confuciani o islamici o russi. Questa logica duale ha una sua utilità euristica in certi contesti di analisi strategica, ma diventa mistificatoria quando viene applicata alla storia culturale e alla complessità delle identità collettive. E il Mediterraneo è il luogo per eccellenza in cui questa mistificazione si rivela. Ridurre questo spazio a una delle due sponde di una contrapposizione binaria significa impoverirlo irrimediabilmente. La categoria di Medioccidente suggerisce invece che esiste una zona di mediazione, di transizione, di negoziazione culturale che non è riducibile a nessuno dei poli della contrapposizione. Non è né Occidente né Oriente, né Nord né Sud: è il luogo in cui queste categorie si incrociano, si contraddicono, si mescolano. È lo spazio dell’invenzione culturale che nasce dall’incontro e dal conflitto.
L’immaginario della geopolitica pop, cui negli ultimi anni le nuove destre hanno attinto a piene mani, tende invece a rimuovere programmaticamente il fatto che l’Occidente non è un’entità definita dalla geografia o dalla biologia, bensì una costruzione culturale. Ciò non significa che l’Occidente non esista. Significa piuttosto che la sua esistenza è condizionata, storica, contingente. L’insieme di istituzioni, valori, pratiche, norme e tradizioni che associamo all’Occidente è il prodotto di conflitti, di negoziazioni, di prestiti culturali incrociati. È un’acquisizione storica, non un’essenza naturale. E, come tale, può essere difeso, sviluppato, trasformato, ma non può essere pensato come un’identità chiusa, come un organismo biologico che si difende.
Invece di cedere al racconto seducente della geopolitica pop, dovremmo così probabilmente riconoscere che non si tratta di abbandonare l’Occidente come categoria, ma di reinventarlo. La proposta del Medioccidente ci ricorda che non si tratta di scegliere tra una difesa cieca dell’identità e una resa altrettanto cieca alla fluidità. Perché l’Occidente non ha bisogno di apologie, ma di un pensiero capace di criticarlo senza dissolverlo. E di difenderlo senza trasformarlo in un feticcio.
La provocazione di Lupo è feconda proprio perché rompe con la binarietà che struttura il discorso geopolitico dominante. Il dibattito sul declino dell’Occidente si svolge quasi sempre all’interno di una logica duale: Occidente contro Oriente, Nord contro Sud, democrazie liberali contro autocrazie, valori occidentali contro valori confuciani o islamici o russi. Questa logica duale ha una sua utilità euristica in certi contesti di analisi strategica, ma diventa mistificatoria quando viene applicata alla storia culturale e alla complessità delle identità collettive. E il Mediterraneo è il luogo per eccellenza in cui questa mistificazione si rivela. Ridurre questo spazio a una delle due sponde di una contrapposizione binaria significa impoverirlo irrimediabilmente. La categoria di Medioccidente suggerisce invece che esiste una zona di mediazione, di transizione, di negoziazione culturale che non è riducibile a nessuno dei poli della contrapposizione. Non è né Occidente né Oriente, né Nord né Sud: è il luogo in cui queste categorie si incrociano, si contraddicono, si mescolano. È lo spazio dell’invenzione culturale che nasce dall’incontro e dal conflitto.
L’immaginario della geopolitica pop, cui negli ultimi anni le nuove destre hanno attinto a piene mani, tende invece a rimuovere programmaticamente il fatto che l’Occidente non è un’entità definita dalla geografia o dalla biologia, bensì una costruzione culturale. Ciò non significa che l’Occidente non esista. Significa piuttosto che la sua esistenza è condizionata, storica, contingente. L’insieme di istituzioni, valori, pratiche, norme e tradizioni che associamo all’Occidente è il prodotto di conflitti, di negoziazioni, di prestiti culturali incrociati. È un’acquisizione storica, non un’essenza naturale. E, come tale, può essere difeso, sviluppato, trasformato, ma non può essere pensato come un’identità chiusa, come un organismo biologico che si difende.
Invece di cedere al racconto seducente della geopolitica pop, dovremmo così probabilmente riconoscere che non si tratta di abbandonare l’Occidente come categoria, ma di reinventarlo. La proposta del Medioccidente ci ricorda che non si tratta di scegliere tra una difesa cieca dell’identità e una resa altrettanto cieca alla fluidità. Perché l’Occidente non ha bisogno di apologie, ma di un pensiero capace di criticarlo senza dissolverlo. E di difenderlo senza trasformarlo in un feticcio.
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