Jon Fosse e il mare, l’assenza, il tempo
In “Lei è Ales” il Nobel 2023 torna ai temi che attraversano tutta la sua opera: l’attesa, il doppio, la memoria, la spiritualità. E affida ancora una volta
alla semplicità della lingua una grande intensità emotiva sul dolore e l’amore

Leggere Jon Fosse, premio Nobel per la Letteratura 2023, è sempre un’esperienza. Una pratica insieme simile e diversa. Anche nell’ultimo libro – Lei è Ales – da poco uscito in Italia, come sempre, per La nave di Teseo (pagine 112, euro 15,00), ci sono alcuni chiarissimi passaggi di un Fosse allo “stato puro”, come per esempio l’esercizio narrativo sul tema del “doppio” nei nomi (già di Mattino e sera con Johannes e della Settologia con Asle), ma c’è anche un nuovo patto di fiducia, che l’autore stringe con i lettori a ogni suo nuovo scritto.
Per raccontare il Fosse – per così dire – allo “stato puro” è necessario fare un breve giro di trama, per quanto la storia e l’intreccio siano come sempre un elemento di sfondo nei suoi libri: una donna, alla finestra, attende. Il mare è lì, imperscrutabile e minaccioso. Signe vive in una casa affacciata sull’acqua. Suo marito, Asle, è uscito in barca e non è più tornato. Da quel momento l’attesa diventa tutto: uno spazio mentale in cui il presente si mescola al ricordo, la speranza alla paura, la vita alla possibilità della perdita. Signe e Asle ripercorrono a distanza frammenti della loro esistenza, le parole non dette, i gesti minimi, mentre l’assenza si fa sempre più concreta, quasi tangibile, e in questa assenza il tempo sembra rompere le proprie leggi, e le persone che non ci sono più tornare per accompagnarli in questo viaggio.
Jon Fosse, diceva qualche tempo fa la sua traduttrice italiana Margherita Podestà Heir in un’intervista su “Avvenire”, scrive in un linguaggio semplice. «Utilizza – spiegava – una semplicità estrema per creare qualcosa di potentissimo. Il suo è un linguaggio ordinario e proprio per questo difficile da rendere nella sua profondità, perché è ricco di tutta una serie di substrati culturali». È così infatti, per esempio, quando Ales e Asle si “incrociano”, ed è così quando lo spazio e il tempo perdono i loro connotati e il lettore si deve affidare, lasciarsi guidare e trasportare in una dimensione senza tempo, come fosse su una barca nel buio, senza vedere la direzione, o come se guardasse fuori da una finestra da cui non si vede nulla, andando per esempio indietro al 1897 quando Asle compie sette anni e insieme muore. Cade in mare ed è il suo compleanno. È morto e non è morto, è vivo e non ha fatto in tempo a diventare grande, aveva solo sette anni e avrebbe dovuto vivere a lungo.
Si naviga a vista, in questo mare imperscrutabile e minaccioso costruito da Fosse su descrizioni di paesaggi tipici: c’è il fiordo, la battigia, la montagna, il blu profondissimo e il verde splendente, qualcosa si specchia, qualcosa si tinge, qualcosa luccica. C’è poi il tema della “scenografia”. Questo non è chiaramente uno dei testi teatrali dell’autore norvegese, ma l’influenza del teatro si sente eccome nella descrizione degli ambienti. L’insieme degli elementi visivi richiama un palcoscenico a tre pareti: Signe guarda verso il buio e si chiede perché lo fa, sposta lo sguardo verso la porta che dà nell’ingresso, poi appare una piccola barca in legno, a remi, lunga quindici piedi, con tre assi sottili, tre per ogni lato: «tra lui dentro la barca e il mare e il grande buio sotto di lui». E poi le onde. Ci sono pochissimi elementi di scena, un po’ come la «moneta incassata nella lava» dei Mottetti montaliani, anche qui ci sono oggetti familiari, un vecchio tavolo, una stufa, una cassetta per la legna, pannelli vetusti che ricoprono le pareti. Poche cose essenziali e un «guardare senza vedere», un qualcosa che dà la sensazione che è «tutto come prima», lì dove «non è cambiato nulla», ma dove tuttavia, insieme, «è tutto diverso».
Per raccontare il Fosse – per così dire – allo “stato puro” è necessario fare un breve giro di trama, per quanto la storia e l’intreccio siano come sempre un elemento di sfondo nei suoi libri: una donna, alla finestra, attende. Il mare è lì, imperscrutabile e minaccioso. Signe vive in una casa affacciata sull’acqua. Suo marito, Asle, è uscito in barca e non è più tornato. Da quel momento l’attesa diventa tutto: uno spazio mentale in cui il presente si mescola al ricordo, la speranza alla paura, la vita alla possibilità della perdita. Signe e Asle ripercorrono a distanza frammenti della loro esistenza, le parole non dette, i gesti minimi, mentre l’assenza si fa sempre più concreta, quasi tangibile, e in questa assenza il tempo sembra rompere le proprie leggi, e le persone che non ci sono più tornare per accompagnarli in questo viaggio.
Jon Fosse, diceva qualche tempo fa la sua traduttrice italiana Margherita Podestà Heir in un’intervista su “Avvenire”, scrive in un linguaggio semplice. «Utilizza – spiegava – una semplicità estrema per creare qualcosa di potentissimo. Il suo è un linguaggio ordinario e proprio per questo difficile da rendere nella sua profondità, perché è ricco di tutta una serie di substrati culturali». È così infatti, per esempio, quando Ales e Asle si “incrociano”, ed è così quando lo spazio e il tempo perdono i loro connotati e il lettore si deve affidare, lasciarsi guidare e trasportare in una dimensione senza tempo, come fosse su una barca nel buio, senza vedere la direzione, o come se guardasse fuori da una finestra da cui non si vede nulla, andando per esempio indietro al 1897 quando Asle compie sette anni e insieme muore. Cade in mare ed è il suo compleanno. È morto e non è morto, è vivo e non ha fatto in tempo a diventare grande, aveva solo sette anni e avrebbe dovuto vivere a lungo.
Si naviga a vista, in questo mare imperscrutabile e minaccioso costruito da Fosse su descrizioni di paesaggi tipici: c’è il fiordo, la battigia, la montagna, il blu profondissimo e il verde splendente, qualcosa si specchia, qualcosa si tinge, qualcosa luccica. C’è poi il tema della “scenografia”. Questo non è chiaramente uno dei testi teatrali dell’autore norvegese, ma l’influenza del teatro si sente eccome nella descrizione degli ambienti. L’insieme degli elementi visivi richiama un palcoscenico a tre pareti: Signe guarda verso il buio e si chiede perché lo fa, sposta lo sguardo verso la porta che dà nell’ingresso, poi appare una piccola barca in legno, a remi, lunga quindici piedi, con tre assi sottili, tre per ogni lato: «tra lui dentro la barca e il mare e il grande buio sotto di lui». E poi le onde. Ci sono pochissimi elementi di scena, un po’ come la «moneta incassata nella lava» dei Mottetti montaliani, anche qui ci sono oggetti familiari, un vecchio tavolo, una stufa, una cassetta per la legna, pannelli vetusti che ricoprono le pareti. Poche cose essenziali e un «guardare senza vedere», un qualcosa che dà la sensazione che è «tutto come prima», lì dove «non è cambiato nulla», ma dove tuttavia, insieme, «è tutto diverso».

«I giorni – scrive Fosse – vanno e vengono, le notti vanno e vengono e lei li segue, con movimenti lenti, senza permettere quasi che nulla lasci il segno o abbia qualche effetto». Jon Fosse racconta il dolore e l’amore con una scrittura musicale, in cui anche i silenzi dei dialoghi nell’assenza e le variazioni impercettibili toccano le corde più profonde dell’intimità, di una conoscenza profonda che va oltre le parole, oltre lo spazio, il tempo, lì dove solo l’amore più puro sa arrivare. Diceva Wilde che «l’Odio acceca. L’Amore sa leggere ciò che è scritto sulla stella più lontana»; e a volte, allora, una stella lontana può guidare una barca perduta nel buio.
Come un’onda, la scrittura ritorna sui pensieri e li trasforma, scavando nella coscienza, nel perdersi e nel trovarsi, come se tutto oscillasse sulla piccola barca tra le onde, nel buio. E lì si confonde anche la memoria, «come il giorno in cui era andato verso di lei, di colpo se n’era andato via da lei e ora sono passati molti anni e non lo ha più visto, nessuno lo ha visto, è scomparso e basta, c’era ed è sparito, non c’era più, non c’è più per sempre, ma cosa le aveva detto quel giorno prima di uscire di casa? aveva detto qualcosa?». Infine, come sempre in Fosse, non può mancare la spiritualità: «appoggio una mano sulla parete e sente che la parete gli sta dicendo qualcosa, pensa, qualcosa che non si può dire, ma che è, semplicemente è, pensa, ed è come se adesso stesse quasi toccando un essere umano». E in conclusione, una preghiera.
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