Su Gutenberg 79 gli scrittori del Papa

Il 24 giugno Leone XIV ha incontrato un gruppo di scrittori da tutto il mondo. Gutenberg ha chiesto a sei di loro di raccontarlo. In edicola con Avvenire
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July 9, 2026
Su Gutenberg 79 gli scrittori del Papa
La copertina del numero 79 di Gutenberg, con un'opera di Chiara Dynys / Courtesy dell'artista
Il 24 giugno, in occasione del centenario della Libreria Editrice Vaticana, Leone XIV ha ricevuto un gruppo internazionale di scrittori e scrittrici. Gutenberg ha chiesto a sei di loro di darne testimonianza. Lo stesso momento, le stesse parole, gli stessi ambienti diventano sei racconti differenti che potete trovare domani nell'inserto culturale in edicola con Avvenire.
Marilynne Robinson porta il discorso sul terreno della verità e dell’anima, contrapponendo alla crescita dell’intelligenza artificiale la forza dell’arte, intesa come luogo in cui l’umano può ancora essere riconosciuto nella sua profondità. Assaf Gavron, a partire dall’esperienza israeliana, misura invece il rapporto tra fede e letteratura dentro la violenza del presente, dove la religione può diventare maschera del potere ma anche riserva di senso, e dove il compito della scrittura resta quello di immaginare l’altro senza cedere alla semplificazione del conflitto.
Con David Van Reybrouck emerge con chiarezza il valore pubblico dell’invito rivolto dal Papa agli scrittori. La sua lettura insiste sul fatto che, in un tempo in cui la verità viene manipolata, la tecnica occupa spazi sempre più decisivi dell’esistenza e la democrazia appare esposta a nuove forme di pressione e di indebolimento, chiedere alla letteratura immaginazione, libertà e responsabilità significa riconoscerle un ruolo non ornamentale ma civile. Adrien Candiard spinge ancora oltre questa intuizione: ciò che colpisce, nel suo testo, è il carattere non confessionale dell’incontro. Non una riunione di scrittori, senza etichetta. Il Papa, in questa prospettiva, non chiede alla letteratura di servire un’istituzione, ma di restare fedele alla propria vocazione, cioè di aprire spazi di autenticità in cui qualcosa, che potremmo far coincidere con la "grazia", possa ancora accadere.
Su un registro più personale, Annalena Benini restituisce con immediatezza la sensazione di sentirsi riconosciuti nel proprio lavoro con le parole, quasi accolti in una familiarità inattesa. Il suo testo riporta la scrittura alla sua realtà più concreta, fatta di pazienza, tentativi, esitazioni e fedeltà a un gesto che continua a cercare una forma. Alessandro Zaccuri, infine, legge quelle parole del Papa alla luce di Agostino e della tradizione dello svelamento, riportando la letteratura al suo compito più esigente: non occupare il posto della verità, ma tendere verso di essa, restando un atto di umanità prima ancora che un esercizio di stile. In controluce, lungo queste pagine, si muove anche il lavoro di Chiara Dynys, con la sua biblioteca di luce fatta di libri in vetro dipinti e illuminati.
Nella sezione Percorsi, il primo nucleo guarda all’Antartide come luogo in cui la ricerca scientifica e la condizione umana si mostrano in forma estrema. Marco Buttu racconta dall’interno le sue missioni alla stazione Concordia, facendo emergere come il significato stesso della resilienza sia cambiato con l’iperconnessione: non più soltanto resistere all’isolamento, ma difendere la presenza reale degli altri. A questa testimonianza si affianca il testo di Angela Calvini sul film Antartica – Quasi una fiaba di Lucia Calamaro, dove il continente bianco diventa uno spazio sospeso, quasi metafisico, nel quale il tempo, la scienza e l’avventura tornano a interrogarsi a vicenda.
Un secondo nucleo si concentra sui cristianesimi antichi. Maria Dobner presenta Mistici siriaci. Un viaggio nella spiritualità dal IV all’VIII secolo, a cura di Giovanni Giambalvo Dal Ben, riportando al centro una tradizione poco frequentata ma decisiva per capire la ricchezza del cristianesimo delle origini. Maurizio Schoepflin si sofferma poi su Breve storia delle eresie (I-VIII secolo) di Natale Benazzi, mostrando come le grandi controversie dei primi secoli non siano soltanto deviazioni da registrare, ma momenti attraverso cui la fede cristiana ha precisato il proprio lessico e il proprio profilo.
Chiude il numero il testo di Riccardo De Benedetti sul carteggio tra Wittgenstein e Paul Engelmann, riportando il lettore in una zona in cui linguaggio, fede e silenzio si toccano senza mai coincidere del tutto. In quelle lettere, il pensiero di Wittgenstein si mostra nella sua forma più inquieta e più trattenuta, vicino a una soglia che non pretende di oltrepassare con disinvoltura.

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