L'arrivo in ritardo, la cena allo stesso tavolo e il video per ostentare distanza: la nuova strategia di Meloni con Trump

di Marco Iasevoli, inviato ad Ankara (Turchia)
Ad Ankara il presidente Usa attacca ancora ma con meno vigore: Giorgia mi piace, ma per noi non c'è stata. La presidente del Consiglio taglia corto: rapporti cordiali...
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July 7, 2026
La foto di gruppo dei leader Nato
La foto di gruppo dei leader Nato
Stavolta Giorgia Meloni si prende un vantaggio competitivo. Prima di partire per Ankara, ha tutto il tempo di ascoltare Donald Trump, di interpretare le sue parole, di prendere le misure e di provare a capire cosa l’aspetta. Il segnale che il presidente Usa lancia dalla Turchia, nel lungo sfogo che si concede durante la conferenza stampa con Erdogan, è ambivalente. La premier italiana, dice, è «una brava persona, mi piace», ma «il nostro rapporto è diventato un po’ cattivo, ha rifiutato di aiutarci. Io non le ho messo pressione. Ha rifiutato di essere coinvolta sullo Stretto di Hormuz, ha rifiutato di essere coinvolta sull’Iran. Penso che abbia fatto un errore. Gli Stati Uniti hanno tanto petrolio, più di chiunque altro, non ci serve Hormuz. Noi lo facciamo perché pensiamo sia importante. Lei non c’è stata per noi e non ne sono stato felice». Prima e dopo il riferimento diretto a Meloni, Trump estende il suo malcontento a Germania, Francia e Gran Bretagna.
Guardando a quanto successo nelle ultime settimane, è quasi acqua fresca. Ma la presidente del Consiglio non può fidarsi, non può consentirsi altri slanci di fiducia. E così segue un piano che forse aveva già impostato da domenica, dall’ultimo affondo di Trump. Parte in ritardo da Roma, intorno alle 5 meno venti del pomeriggio. Arriva ad Ankara alle 20 locali, buona ultima tra i principali leader dell’Alleanza. La accolgono all’aeroporto militare, infatti, figure non di primo piano del governo turco, perché nel frattempo Erdogan già sta avviando il ricevimento. Quando lei arriva al Palazzo presidenziale, il portone è chiuso e a recuperarla per l’accoglienza è il vicepresidente del governo di Ankara. Le interazioni previe e informali, dunque, sono ridotte al minimo. E una volta nel Palazzo, la presidente del Consiglio viene condotta direttamente al suo tavolo, dove siede, manco a dirlo, Donald Trump. Con loro anche il padrone di casa Erdogan, il cancelliere tedesco Friedrich Merz con la consorte Charlotte, il presidente francese Emmanuel Macron con la moglie Brigitte, il primo ministro britannico Keir Starmer, il segretario della Nato Mark Rutte. Si inizia subito a fantasticare di un tentativo di far riappacificare Trump e Meloni. Ma Palazzo Chigi precisa che quello è il tavolo dei principali Paesi del G7 e della Nato. Quel posto, insomma, ci spetta, non è legato al presidente Usa. E la stessa premier, attesa dai cronisti al rientro nel suo albergo, taglia corto: «Con Trump rapporti cordiali». La stampa insiste. E lei: «Vi ho già risposto». Le poche battute vengono riprese con un video da Palazzo Chigi, segno che la premier vuole continuare a mostrare al Paese un gelo artico, senza ulteriori concessioni, rispetto a Trump. La scena, a dire il vero, sembra addirittura preparata, come accadde, per chi ha la memoria lunga, con Vincenzo De Luca a Caivano. Poco dopo esce anche una foto di gruppo, a dividere Meloni da Trump ci sono la famiglia Macron e la famiglia Erdogan, quattro persone. Distanza di sicurezza.
Ma certo la dinamica della giornata è curiosa. Minuto per minuto si è cercato di capire se i due si sarebbero parlati, ma alla fine era già scritto che dovessero cenare insieme. Volutamente dall’Alleanza fanno trapelare poco e nulla dei primi momenti della cena: d’altra parte, se davvero si sta cercando una distensione, meglio non esporsi troppo con un ottimismo che potrebbe essere smentito tra poche ore, come accaduto al G7 di Evians. In ogni caso che vari cucitori si stiano mettendo al lavoro è evidente. Un ruolo lo ha sicuramente Erdogan, che pochi giorni fa ha avuto un colloquio con Giorgia Meloni e oggi ha avuto un bilaterale con Trump. E dietro le quinte ovviamente si sta muovendo tutto il Governo italiano, insieme alla diplomazia. Oggi il ministro degli Esteri Antonio Tajani è arrivato ad Ankara molte ore prima di Giorgia Meloni. Nel pomeriggio il ministro degli Esteri fa sapere di avere avuto un colloquio con il segretario di Stato Marco Rubio. Ma la notizia è un’altra: i due hanno deciso di rivedersi nella notte. E non c’è un dubbio sull’oggetto dell’incontro: provare ad archiviare i dissing tra i leader di Roma e Washington.
Anche il titolare della Difesa Guido Crosetto è arrivato ad Ankara in largo anticipo rispetto a Meloni. Proprio lui si lancia in interpretazioni più positive che negative delle ultime parole di Trump sulla premier. E sparge ottimismo: «I rapporti tra due Stati vanno sempre oltre le tensioni tra i leader». Lo stesso Crosetto sottolinea il fatto che Trump indichi nel mancato supporto agli attacchi all’Iran il principale motivo del suo dispiacere. Questo, nella sua logica, pone il Governo al riparo da attacchi interni, dagli attacchi di chi sostiene che Roma sia troppo docile agli ordini di Washington. Inoltre, per il ministro della Difesa è significativo che il nuovo affondo di Trump sia stato meno diretto sull’Italia, e più distribuito tra Roma, Berlino, Parigi e Londra.
Allo stesso Crosetto è toccato inoltre il gravoso compito di rassicurare la Nato sugli impegni di spesa in armi, in difesa e in sicurezza dell’Italia. Siamo sotto osservazione, nell’Alleanza. Il ministro avrebbe assicurato che l’Italia nella prossima manovra inserirà quei 19 miliardi a valere sul 2027 e 2028 che consentono il mantenimento di una chiara traiettoria di crescita. Nel caso, poi, se vincerà il centrosinistra, dovranno essere loro a prendersi l’onere di togliere la posta dal bilancio dello Stato.

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