L’impulso delle associazioni cattoliche: la legge elettorale non imponga minoranze
Schlein e Conte si presentano all’istituto Sturzo, dove tante sigle hanno criticato il bipolarismo “forzato” chiedendo di ridare voce ai cittadini e di garantire il voto ai fuorisede

Una grande occasione per ritrovarsi, a due anni dalla Settimana sociale di Trieste, fra le associazioni che ne furono protagoniste, per chiedersi – nel pieno di un dibattito acceso sulle regole del voto – come “Ridare voce alla democrazia”. Tante voci e tante proposte a confronto, «con lo stesso spirito sinodale di Trieste», ha sottolineato Sebastiano Nerozzi, segretario del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali dei Cattolici.
Agostino Giovagnoli, vicepresidente dell’istituto Luigi Sturzo, che ha introdotto e moderato il confronto, ha puntato soprattutto sul ruolo dei corpi intermedi: «I “mondi vitali, li chiamava efficacemente Achille Ardigò. Occorre maggiore coraggio nel portare avanti le nostre istanze», ha aggiunto introducendo il tema del ritorno a un diritto di scelta da parte del cittadino-elettore». «Le nostre associazioni fanno aggregazione politica», gli ha fatto eco Nerozzi ricordando che «quando nacquero le Settimane sociali, i cattolici non partecipavano al voto, eppure erano già grandi protagonisti politici».
Patrizia Giunti, presidente della Fondazione Giorgio La Pira, ha ricordato la cosiddetta “legge truffa” del 1953, che agiva in un quadro in cui «a votare ci andava il 94%», ragion per cui è d’accordo con lo storico Paolo Pombeni che propone di inserire anche una soglia di partecipazione al voto per far scattare il premio di maggioranza. No alle scorciatoie: «I “segni dei tempi” così cari a La Pira – conclude Giunti – portano al rischio di liberarci della democrazia in nome di un algoritmo».
Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, è partito dall’amicizia con Giovagnoli che lo ha invitato: «Quaranta anni fa non sarebbe accaduto, il mondo è andato avanti nel frattempo». Riprende il tema dei corpi intermedi, schiacciato da un «bipolarismo basato su partiti di plastica, che non fanno i congressi, e sulla teoria dell’uomo solo al comando. In questa situazione – ha avvertito Vittadini – non serve dare più potere all’esecutivo, è al Parlamento che bisogna dare più forza. Un tempo l’80% delle leggi si facevano nelle commissioni, con il concorso di tutti».
Per le associazioni hanno preso la parola Giuseppe Notarstefano, presidente dell’Azione Cattolica; Emiliano Manfredonia, delle Acli; Francesco Scoppola e Roberta Vinci, dell’Agesci; Ernesto Preziosi, di Argomenti 2000; Andrea Dellabianca, della Compagnia delle Opere; Laila Simoncelli, della Comunità Papa Giovanni XXIII; Adriano Roccucci, della Comunità di Sant’Egidio; Luca Piras e Sara Mentzel, per l’Ordine Francescano Secolare d’Italia; Luigi D’Andrea, del Meic; Argia Albanese, del Movimento politico per l’Unità d’Italia.
«No alla cultura del nemico», ha detto Notarstefano, citando Vittorio Bachelet. «I cattolici non hanno nemici», ha aggiunto, affacciando il tema del voto ai fuorisede che è stato ripreso un po’ da tutti come una assoluta priorità. «Siamo preoccupati per un populismo che non ci fa sentire popolo – ha detto Manfredonia – e per la ricerca della stabilità che è sì importante, ma non quanto la rappresentanza». Anche Della Bianca, per la Cdo, si è detto favorevole «per considerando l’importanza della stabilità di governo, a che venga ricreato un rapporto diretto cittadino-elettore». Una «democrazia in uscita», anche negli auspici di Roccucci. Fondamentale è anche per Alfonso Luzzi, presidente del Mcl (che respinge nel suo messaggio la lettura di parte che è stata data all’incontro), «riprendere il legame fra politica e territorio».
Per Argia Albanese, ex deputata, espressione del Movimento dei focolari, «è già un valore in sé questo ritrovarsi fra posizioni differenti, indica un metodo nuovo anche a una politica polarizzata come quella attuale».
Un’occasione colta solo da parte del mondo politico, a giudicare dalle presenze nel salone dello Sturzo, dove si è tenuto l’incontro, di soli esponenti legati ai partiti di opposizione, intervenuti ai massimi livelli con i leader. «Gli inviti sono stati fatti a tutti i capigruppo e ai componenti delle commissioni Affari Costituzionali: grazie a chi è venuto, con gli altri continueremo a bussare», ha detto Giovagnoli nel dare la parola a Elly Schlein e poi a Giuseppe Conte. «Abbiamo una critica ferrea alla proposta in discussione di legge elettorale, un premio di maggioranza abnorme, le liste bloccate, l'indicazione obbligatoria del premier che è un antipasto al premierato. Continueremo a fare muro», ha avvertito la segretaria del Pd. «Ho proposto il nome Alleanza per la Costituzione e la democrazia perché nella Costituzione c'è un progetto non ancora realizzato, ci sono delle caratteristiche di trasparenza, partecipazione, responsabilità, c'è la realizzazione di un progetto inclusivo». E per il voto di preferenza e quello ai fuorisede si è schierato anche Enrico Borghi di Italia Viva.
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