Luoghi dell'Infinito di luglio va "Dove abita la musica"
Un teatro, un giardino, una strada, una fotografia: dove il suono accade e diventa esperienza condivisa. Con i contributi, tra gli altri, di José Tolentino de Mendonça, Raffaele Pe, Pierachille Dolfini, Luca Fiore, Elena Pontiggia e Paolo Bolpagni

La musica prende corpo dove qualcuno si dispone ad ascoltare. Nel respiro che diventa voce, nella mano che cerca un accordo, nell’orecchio che riconosce una presenza. Ha luoghi evidenti, come i teatri e i festival, e altri meno visibili: un giardino, una strada, una fotografia, una piazza attraversata dalle campane. Il numero 318 di Luoghi dell’Infinito, in edicola e in digitale da martedì 7 luglio, muove da qui per interrogare gli spazi in cui la musica accade, si trasmette, si ascolta, si trasforma in esperienza condivisa.
Apre lo speciale José Tolentino de Mendonça con una riflessione sulla musica come terapia spirituale e fisica, singolare e comunitaria. Il suono precede la parola, tocca una zona originaria dell’esperienza umana, rende possibile una forma di ascolto la cui natura investe la liturgia e la preghiera contemplativa. Da Ildegarda di Bingen alle neuroscienze, il cardinale insiste sulla musica come risonanza e come atto di presenza. Le immagini del padiglione della Santa Sede alla Biennale di Venezia, dedicate proprio a Ildegarda, accompagnano il testo.
Apre lo speciale José Tolentino de Mendonça con una riflessione sulla musica come terapia spirituale e fisica, singolare e comunitaria. Il suono precede la parola, tocca una zona originaria dell’esperienza umana, rende possibile una forma di ascolto la cui natura investe la liturgia e la preghiera contemplativa. Da Ildegarda di Bingen alle neuroscienze, il cardinale insiste sulla musica come risonanza e come atto di presenza. Le immagini del padiglione della Santa Sede alla Biennale di Venezia, dedicate proprio a Ildegarda, accompagnano il testo.

Pierachille Dolfini entra dietro le quinte del Teatro alla Scala durante l’ultima recita di Pelléas et Mélisande di Claude Debussy. Il silenzio del palco prima dell’inizio, la cabina del direttore di scena, il via vai tra i camerini, i tecnici, i tempi esatti della macchina teatrale: tutto concorre a mostrare come la musica abbia bisogno di un grande lavoro corale per prendere forma. Il racconto attraverso le fotografie si allarga ai laboratori Ansaldo, dove scenografie e costumi nascono dall’intreccio di artigianato e tecnologia.
Con Giacomo Gambassi ci si sposta a Bayreuth, nel luogo in cui Wagner ha costruito il monumento al proprio mito: il Festspielhaus, pensato per il Ring e per una concezione quasi religiosa dell’arte, Villa Wahnfried, il rito del festival, la sua natura insieme elitaria e pellegrina. Senza eludere il lato oscuro di questa storia: l’eredità dell’antisemitismo wagneriano e il ruolo di Bayreuth dentro il Novecento tedesco.
Il nucleo centrale del percorso si apre poi alla voce. Il controtenore Raffaele Pe mette al centro la voce umana come primo degli strumenti e interroga il rapporto fra parola e musica, senso e suono, intelligibilità e canto. Dal gregoriano alla polifonia, dalla Camerata de’ Bardi al belcanto, dai falsettisti all’autotune, il testo segue la storia della vocalità come continua negoziazione tra corpo e significato. Le tavole anatomiche di Giulio Cesare Casserio rafforzano questa idea della voce come corpo che risuona.
Con Giacomo Gambassi ci si sposta a Bayreuth, nel luogo in cui Wagner ha costruito il monumento al proprio mito: il Festspielhaus, pensato per il Ring e per una concezione quasi religiosa dell’arte, Villa Wahnfried, il rito del festival, la sua natura insieme elitaria e pellegrina. Senza eludere il lato oscuro di questa storia: l’eredità dell’antisemitismo wagneriano e il ruolo di Bayreuth dentro il Novecento tedesco.
Il nucleo centrale del percorso si apre poi alla voce. Il controtenore Raffaele Pe mette al centro la voce umana come primo degli strumenti e interroga il rapporto fra parola e musica, senso e suono, intelligibilità e canto. Dal gregoriano alla polifonia, dalla Camerata de’ Bardi al belcanto, dai falsettisti all’autotune, il testo segue la storia della vocalità come continua negoziazione tra corpo e significato. Le tavole anatomiche di Giulio Cesare Casserio rafforzano questa idea della voce come corpo che risuona.

Con Massimiliano Rella il numero approda a Mechelen, capitale internazionale del carillon. La torre di Sint Rombout, il Grote Markt, la storia musicale della città, la figura di Jef Denyn e la scuola reale di carillon compongono un servizio che non racconta solo uno strumento singolare, ma una vera architettura del suono, radicata nella storia fiamminga e ancora pienamente viva.
Ilaria Campioli affronta un aspetto meno frequentato dell’opera di Luigi Ghirri: il rapporto del grande fotografo con la musica. La mostra reggiana A Series of Dreams è l’occasione per mettere a fuoco una presenza costante del suono nel suo immaginario, nelle amicizie, nei viaggi, nei dischi, nei testi. Tornano Bob Dylan, Lucio Dalla, ma soprattutto l’idea di una parentela profonda tra immagine e suono.
Con Davide Re si segue invece il Mississippi lungo la Highway 61, dal Delta a Memphis, per raccontare il luogo in cui l’America ha imparato a cantare se stessa. Il blues nasce nelle piantagioni come necessità, come trasformazione del dolore in ritmo e memoria, e il pezzo ne segue miti e figure decisive, da Robert Johnson a Muddy Waters, fino a Memphis come punto di accumulazione della musica americana tra Beale Street, Stax, Otis Redding, Aretha Franklin, Sun Records ed Elvis. Dentro questo viaggio entrano anche i diritti civili e il Lorraine Motel, a ricordare quanto musica e storia restino qui inseparabili.
Ilaria Campioli affronta un aspetto meno frequentato dell’opera di Luigi Ghirri: il rapporto del grande fotografo con la musica. La mostra reggiana A Series of Dreams è l’occasione per mettere a fuoco una presenza costante del suono nel suo immaginario, nelle amicizie, nei viaggi, nei dischi, nei testi. Tornano Bob Dylan, Lucio Dalla, ma soprattutto l’idea di una parentela profonda tra immagine e suono.
Con Davide Re si segue invece il Mississippi lungo la Highway 61, dal Delta a Memphis, per raccontare il luogo in cui l’America ha imparato a cantare se stessa. Il blues nasce nelle piantagioni come necessità, come trasformazione del dolore in ritmo e memoria, e il pezzo ne segue miti e figure decisive, da Robert Johnson a Muddy Waters, fino a Memphis come punto di accumulazione della musica americana tra Beale Street, Stax, Otis Redding, Aretha Franklin, Sun Records ed Elvis. Dentro questo viaggio entrano anche i diritti civili e il Lorraine Motel, a ricordare quanto musica e storia restino qui inseparabili.

Più polemico è il testo di Stefano De Matteis, che prende di mira la trasformazione dell’ecologia in consumo e marketing, fino all’idea di una “musica della natura” venduta come esperienza autentica. Dai viaggi organizzati verso l’incontaminato fino ai suoni di pioggia, ruscelli e uccelli diffusi sulle piattaforme, la natura in cuffia diventa il sintomo di un bisogno di consolazione che evita il vero problema del rumore contemporaneo.
Chiude lo speciale Massimo Dezzani, che guarda ai festival di musica elettronica e sperimentale sempre più spesso collocati fuori dalle città, tra foreste, isole, ex cave e paesaggi remoti. Dal Tremor alle Azzorre all’Into the Great Wide Open di Vlieland, fino a Terraforma, Nextones e Jazz is Dead!, il tema non è il semplice spostamento della line-up ma la costruzione di un diverso rapporto tra musica, territorio, pubblico e sostenibilità.
Chiude lo speciale Massimo Dezzani, che guarda ai festival di musica elettronica e sperimentale sempre più spesso collocati fuori dalle città, tra foreste, isole, ex cave e paesaggi remoti. Dal Tremor alle Azzorre all’Into the Great Wide Open di Vlieland, fino a Terraforma, Nextones e Jazz is Dead!, il tema non è il semplice spostamento della line-up ma la costruzione di un diverso rapporto tra musica, territorio, pubblico e sostenibilità.

Apre la sezione Arti & Itinerari Luca Fiore con l’intervista allo scultore Antony Gormley, costruita attorno al corpo come origine delle grandi domande, in occasione della mostra What Holds Us, alla Galleria Continua di San Gimignano. Segue Elena Pontiggia, che presenta la Galleria Ricci Oddi di Piacenza a partire dal nuovo allestimento e dalla figura del suo fondatore, Giuseppe Ricci Oddi, restituendo il profilo di una raccolta decisiva per la pittura figurativa fra Otto e Novecento. Chiude Paolo Bolpagni con un reportage dedicato alla Lunigiana, terra di cerniera tra Toscana e Liguria, raccontata nei suoi borghi, nei castelli, nelle pievi, nelle statue-stele, nella memoria dei Malaspina e nel suo forte carattere storico e paesaggistico.
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