Quel vento di Lampedusa che porta le voci dei migranti e di chi li soccorre
Papa Leone si è immerso nel vento di Lampedusa, che trasporta storie di guerra e storie di pace, di morte e di vita. Lo ha fatto materialmente, col suo corpo, salendo sugli scogli della Porta d'Europa

Si dice "venti di guerra", e quanti ne soffiano in questo momento in tante parti del mondo! Si dice anche "venti di pace", quelli che vorremmo tornassero a soffiare in quei territori. Papa Leone si è immerso nel vento di Lampedusa, che trasporta storie di guerra e storie di pace, di morte e di vita. Lo ha fatto materialmente, col suo corpo, salendo sugli scogli della Porta d'Europa. Sullo sfondo, in quel mare che gli occhi del Papa volevano assorbire, ondeggiavano grandi navi grigie militari e le piccole e agili motovedette bianche e rosse della Guardia costiera. Navi da guerra e navi che salvano. Come il vento di Lampedusa che può spingere le barche dei migranti verso la salvezza o respingerle e travolgerle nei tanti, troppi naufragi che abbiamo visto o spesso solo immaginato.
Papa Leone, oltrepassata la Porta, ha sentito sul volto quel vento ed è andato a incontrarlo, salendo sempre più in alto sugli scogli, per fissare meglio lo sguardo verso quel mare, dove soffia il vento africano. Non lo ha affrontato. Si è fatto abbracciare dal vento. Accettando che gli scompigliasse la tonaca bianca, che gli facesse volare via la candida papalina. Un gesto allo stesso tempo umile e potente. Apparentemente leggero, in realtà profondo. Chissà se in quel momento Prevost ha ricordato le parole di Gesù a Nicodemo: «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito» (Gv 3,6-8). Il vento parla anche a Lampedusa e porta tante voci. Porta gli «Help!» di chi cerca un soccorso, e gli «stai tranquillo, sei salvo», di chi soccorre. Ma porta anche le voci di chi non è stato ascoltato, non è stato soccorso, salvato. «Tante vittime, - e fra loro quante madri, e quanti bambini! - dalle profondità del Mare nostrum gridano non solo al cielo, ma ai nostri cuori», ha ammonito tempo fa proprio papa Leone. Ancora voci.
Su quegli scogli sicuramente ha sentito quelle voci trasportate da vento. E ha alzato la mano per un amichevole e tenero saluto. Un altro segno semplice e potente, perché, come ha poi spiegato nell'omelia, «questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti. Ma i gesti, per essere umani, hanno bisogno di un cuore». Un cuore capace di commuoversi ma anche di muoversi. Proprio come il vento che può asciugare le lacrime di tanto dolore ma che ti spinge, ti sollecita, ti pungola, per farti muovere. Devi solo farti avvolgere, condividerlo. Con-dividere, insieme, per prendere insieme le giuste decisioni, quelle chieste con forza dal Papa, soprattutto all’Europa, ma a tutti noi. Ascoltando come lui quel vento dove, cantava il grande Bob Dylan in "Blowing in the wind", possiamo trovare tante risposte. Basta salire sui tanti scogli sferzati e accarezzati dal vento. Leone ci ha indicato la strada percorrendola. Non abbiamo più scuse. Non ascoltare il vento, o opporsi, sarebbe davvero quel "passare oltre" della parabola del Buon Samaritano letta sabato a Lampedusa, dove tanti invece ascoltano il vento. Più volte papa Leone ha riflettuto su fatto che davanti all'enormità del dolore non possiamo più permetterci la neutralità. Come il vento che non è mai neutrale, ma sceglie dove e come soffiare. Così il 4 luglio il vento ha abbracciato il Papa americano salito sugli scogli di Lampedusa per abbracciare quel mare che accoglie speranze e dolori. Lo stesso 4 luglio un vento temporalesco ha quasi rovinato la festa di Trump per la 250ma Giornata dell’indipendenza americana, orgogliosamente sovranista, coi muri che negano accoglienza e speranza. Forse non ha nulla di scientifico tutto questo, ma ci piace pensare che davvero il vento abbia scelto. E scelto bene.
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