Trasversale, ribelle e fraterno.
Perché il Santo piace ai giovani

La povertà scelta come stile di vita, il gesto di rottura, l’amicizia con Chiara e il legame con ogni creatura: il Poverello continua a suscitare simpatia e partecipazione tra i ragazzi
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July 5, 2026
Trasversale, ribelle e fraterno.
Perché il Santo piace ai giovani
Giovani in visita al Duomo di Assisi. «San Francesco è facile da incontrare, lo sentiamo tutti amico anche oggi» /Alamy
È una meraviglia poter cominciare il programma di storia delle letteratura italiana con il Cantico delle creature di San Francesco. Perché è una poesia, o se si vuole essere più tecnici, una prosa ritmica con rime e assonanze, comunque un testo che va oltre il livello denotativo, cioè il senso letterale delle parole, e si apre agli infiniti significati del testo poetico. E anche perché è il testo di un non letterato. Francesco non era un accademico e sappiamo quanto fosse prudente nei confronti di chi, avrebbe detto qualcun altro più tardi, usa il “latinorum” per sentirsi grande e confondere i semplici. E cominciare la letteratura con il testo di un non letterato permette forse di avviare nei ragazzi e nelle ragazze un percorso carsico, e potente perché inconsapevole, per dire che la letteratura è dentro di noi, e comunque parla di noi sempre. Infatti, se stiamo leggendo un testo di mille anni fa scritto da un frate in una lingua che sentiamo lontana ma non estranea e ne comprendiamo e apprezziamo il testo ecco, allora ciascuno di noi può avere un suo tesoro interiore al quale imparare a dar voce. E poi il Cantico è un testo religioso, qualsiasi cosa voglia dire. Un testo che aggancia una trascendenza. Parte dall’orizzonte nostro comune e guarda oltre, ma non rinuncia all’orizzonte, alla terra amata.
San Francesco è facile da incontrare, lo sentiamo tutti amico anche oggi. È, come potremmo dire con linguaggio contemporaneo, trasversale. Lo amano da destra (identitario, italiano, patrono) e da sinistra (la scelta dei poveri, l’amore per la natura), le persone che sono già nell’età grande (la bella espressione è di Gabriella Caramore) e i giovani giovanissimi. Lo ama chi crede e chi non crede. Francesco è di noi tutti ed è dentro un immaginario condiviso. Non è scontato e non capita a nessun altro santo, anche molto amato. Magari capita a livello locale, per santi che hanno segnato una particolare terra, ma non in modo così universale. Ad esempio di Francesco i ragazzi e le ragazze sanno che è povero per scelta, chi non conosce la scena della spoliazione davanti al padre? Un gesto di ribellione mite e potente insieme che ingaggia il corpo e lo fa strumento scandaloso di messaggio. È qualcosa che oggi conosciamo: il corpo esposto, le labbra cucite per protesta, i piercing, i tatuaggi parlanti, il corpo nascosto delle donne che non hanno nome e identità o quello iperesibito di chi cerca lo scandalo come parola potente. E poi i ragazzi sanno che la povertà non è stato il manifesto di un momento, ma l’impegno di una vita a favore di chi era povero in tanti modi. Affamati e anche malati, ed esclusi come i lebbrosi.
E anche sanno che questo santo non è solo. Molti santi si stagliano isolati nella loro perfezione o nel loro martirio. Francesco lo sappiamo circondato da frati/fratelli/sorelle. Li accoglie intorno a sé, li ama, li rimprovera, li segue uno ad uno. Di alcuni in molti conoscono il nome, come frate Leone. La fraternità è un tema oggi così fondamentale che ci si chiede come sia possibile che le predicazioni, le omelie, i corsi di formazione, i campi scuola non se ne occupino come di un tema dal quale dipende tutto, non solo la fede ma anche la vita stessa nel mondo. Non sappiamo più cosa significhi essere fratelli e sorelle. La nostra è una società di figli unici, detto senza accuse e moralismi. Biologicamente, tanti sono figli unici e non conoscono l’esperienza di vedere che l’amore (dei genitori) si moltiplica nei fratelli e non si divide. E non sanno l’esperienza oggettiva del condividere: una stanza, le disponibilità di una famiglia, il tempo, lo spazio di una casa piccola. La fraternità ci costruisce come persone amate alla pari di altri e questo nulla ci toglie. Ma dobbiamo sperimentarlo. Francesco nel Cantico racconta esattamente questa fraternità allargata, con quella inconsapevolezza dell’archetipo che sta dentro nel nostro punto segreto di luce per cui si manifesta senza intenzione: «Frate Sole, sora Luna», «Frate Vento, sora Aqua”; «Frate Foco, sora nostra matre Terra». Maschile e femminile, senza proclami e intenzioni perché questa è la vita.
E poi (infatti) Francesco è associato a una donna, a Chiara, in una relazione importante, aperta, affettiva, luminosa. Tutti sanno che Francesco era amico di Chiara e che i due si sono amati e hanno amato il Signore dall’età giovane fino alla morte. Non li sappiamo immaginare soli, né lui né lei e questo è qualcosa che è potente per dire l’assoluta libertà dell’amore. Amore senza aggettivi ulteriori. Le fonti ci dicono che si sono amati e basta. E rispetto a questo tema è poi interessante raccontare, a scuola, la severità di Francesco quando parla del modo di condursi con le donne e come dentro ci sia da un lato la essenzialità della fede e dall’altro la critica ai costumi del tempo. E poi c’è la natura. Noi tutti, anche i ragazzi a scuola, sappiamo che Francesco e la natura hanno un legame fortissimo. Il fuoco non lo brucia, il lupo gli obbedisce, il fagiano gli sta accanto. Francesco è il santo della natura, delle creature. Quel testo così pieno di tutte le forme di vita e (quindi) di Dio che leggiamo in classe all’inizio del programma di letteratura ci offe la possibilità di uno sguardo moderno e affettivo sul mondo nostro malato e sciaguratamente dissipato da noi umani. E però, obietteranno ragazzi e ragazze, il mondo è infestato dai lupi. Certo, dobbiamo dirlo. Dal lupo “grandissimo e feroce” di Gubbio, con cui Francesco non fece troppa fatica a dialogare, al lupo che era il padre suo, di Francesco stesso: «Gli si avventò contro come un lupo sulla pecora», scrive dell’incontro fra Francesco e il padre la Leggenda dei tre compagni , o quei lupi particolari che erano i briganti, che i suoi frati cacciarono e Francesco rivelò essere infine i poveri, poveri particolari, che il pregiudizio non vede. Questo in effetti va raccontato perché non è così universalmente noto. Ma qualsiasi cosa aggiungiamo al racconto di Francesco quando leggiamo Il Cantico delle creature, è dentro una storia che è già storia nostra conosciuta e accolta con partecipazione e spontanea simpatia. Un miracolo, possiamo dire. Un miracolo di Francesco.

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