Una tomba, Yusuf e noi

Appena ha toccato il suolo di Lampedusa, il Papa è andato da loro: dai migranti sepolti sotto a croci di legno, senza un nome. Ma su una croce un nome c’era, e lì Leone si è soffermato in silenzio. Un bambino. Morto a sei mesi appena, nel 2020
Google preferred source
July 4, 2026
Una tomba, Yusuf e noi
La tomba a Lampedusa del piccolo Yusuf, morto in un naufragio al largo dell'isola nel 2020 /Ansa
Appena ha toccato il suolo di Lampedusa è andato da loro: dai migranti sepolti sotto a croci di legno, senza un nome. Nemmeno il nome: come non fossero mai esistiti. Ma su una croce un nome c’era, e lì Leone si è soffermato in silenzio. Yusuf, morto a sei mesi appena, nel 2020. Strappato dal mare alla sua giovanissima mamma. Venivano dalla Guinea. Diciassette anni aveva quella madre su un barcone, una bambina lei stessa. E chissà quanto nel fragore del mare che si alzava, improvvisamente nemico, la mamma bambina stringeva a sé il suo bambino. Con ogni sua forza. Ma la tempesta era tanto più potente delle sue braccia. Un’onda rabbiosa le strappa Yusuf. I soccorsi lo recuperano che ancora respira. Ma è troppo tardi. Il bambino era assiderato.
Lo seppellirono, bianco fagotto così leggero, nella terra di Lampedusa. Sei mesi aveva, e lo sapete come sono i bambini a sei mesi, con quegli occhi luminosi e i primi sorrisi. (Come si fa, a seppellire uno così). Ci fa del bene il fermarsi del Papa sulla tomba di quel bambino. Perché sappiamo perfettamente delle decine di migliaia di migranti che il Mediterraneo ha inghiottito in questi anni. Laggiù negli abissi, c’è un immenso cimitero. Eppure, decine di migliaia di uomini sono una moltitudine senza volto. Yusuf invece è uno, unico, come ciascun figlio, e possiamo immaginarne il volto, e la paura, e le grida laceranti di sua madre, quella notte, in mare. Lei lo aveva dato alla luce e il mare glielo ha strappato, rapito nella sua oscurità.
Si parla spesso di Lampedusa nei Tg, e quasi tutti ascoltiamo distrattamente. Va così da anni. Cose note. Si sanno. Invece Leone XIV nel fermarsi su quella piccola tomba ci ha ricordato che ciascuno in quella moltitudine era un uomo, un figlio messo al mondo, amato, cresciuto, creatura che voleva vivere. Apre una ferita, questo gesto del Papa. Una ferita che è una benedizione, nel generale oblio dell’Occidente. Ricordarsi, con in un sussulto: erano, sono tutti uomini e figli, quelli che cercano di varcare il nostro mare.
Gesti più che parole a Lampedusa, tredici anni dopo Francesco. Quel sostare sulla Porta d’Europa, quasi ad aspettare chi venga da lontano, sulla soglia di una casa che si vuole aperta. Di mezzo, e il Papa lo ha guardato a lungo, il Mediterraneo: immenso, splendido, a volte terribile. Percorso da petroliere russe ombra, da gigantesche portaerei Usa, da yacht da milionari e da sontuose navi da crociera. Di mezzo, in basso, quei barconi stracarichi. Gente che vuole vivere, e per vivere deve partire: sperando contro ogni speranza.
Come quella ragazzina di 17 anni e il suo bambino. Vi immaginate quanto coraggio ci voglia per mettersi in un mare mai nemmeno visto, tra estranei, nel buio cieco della notte, con un neonato fra le braccia? Solo una assoluta domanda di vita spinge a tanto. Spinge, come un grande fiume, verso la vecchia Europa inaridita senza più figli né eredi, né manodopera nei campi. Né infermieri negli ospedali, né badanti per i nostri vecchi, tantissimi vecchi. È una migrazione inesorabile, già scritta nella Storia, quella che guardiamo distratti o spaventati o ostili. Bussano. Dietro di sé non hanno niente. Ma portano con sé qualcosa: vita, e voglia di lavorare e di continuare nei figli. Come ha detto l’altro giorno il Papa parlando della sua America, con un certo orgoglio: «Un mondo che è stato plasmato dagli immigrati».
L’uomo fermo sulla Porta d’Europa, non sentinella, non a guardia, sta ad indicare: tenetela aperta. Grazie, per averci per un momento fatto tornare umani. E per le poche frasi dell’austera omelia; «Non sono venuto a portare parole, ma gesti». Il gesto più grande, lo spezzare il pane nella Eucarestia. Lo spezzare il corpo di Cristo. Pane inesauribile. Per quelli che partono e per quelli che muoiono. Per chi nelle case di Roma o di Parigi ha “tutto”, ma invecchia, e si sa sempre più solo. Dal cortile, nessuna voce di bambino. (Come giocavano a pallone una volta, i bambini, nei nostri cortili, come gridavano).
Yusuf, perché non sei arrivato? Avresti sei anni ora. Andresti a scuola, a settembre, a imparare l’italiano. «Yusuf, perché te ne se andato così presto?», hanno scritto i genitori sulla tomba del figlio. E la risposta, non la sa nessuno. Soltanto in Dio, nella sua per noi inimmaginabile misericordia, sta il destino di Yusuf e degli altri, migliaia di bambini come lui - il destino di quelli che invano hanno bussato alla nostra porta.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire