Se i giudici sono liberi di difendere lo "ius soli"
c’è ancora speranza
per la Nuova Roma

Il voto con cui la Corte Suprema Usa ha riaffermato il valore del 14° emendamento, in base al quale chiunque nasca su suolo americano è un cittadino, è una notizia che permette una celebrazione autentica del 4 luglio
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July 4, 2026
Se i giudici sono liberi di difendere lo "ius soli"
c’è ancora speranza
per la Nuova Roma
La sede della Corte Suprema degli Stati Uniti, a Washington D.C./ REUTERS
Nei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, Machiavelli scrive: «Quegli che disegnono che una città faccia grande imperio, si debbono con ogni industria ingegnare di farla piena di abitatori; perché, sanza questa abbondanza di uomini, mai non riuscirà di fare grande una città». E continua che si può conseguire lo scopo «tenendo le vie aperte e sicure a’ forestieri che disegnassono venire ad abitare in quella, acciocché ciascuno vi abiti volentieri». Brillante esempio di tale pratica fu l’antica Roma, che non solo accolse benevolmente i forestieri e nel 212 estese la cittadinanza a tutti gli abitanti liberi dell’impero, ma contò fra i suoi migliori imperatori spagnoli come Traiano e Adriano, libici come Settimio Severo e dalmati come Diocleziano. Se ci chiediamo quale sia oggi la nuova Roma possiamo solo rispondere: gli Stati Uniti. È in buona parte un regalo dei nostri (dico «nostri» perché sono anch’io un forestiero che è diventato cittadino) fratelli neri: fu per garantirne i diritti, infatti, che nel 1868 venne ratificato il quattordicesimo emendamento, in base al quale chiunque nasca su suolo americano è un cittadino (il vero ius soli ). Un regalo e anche un richiamo al destino di questo Paese, che nella sua storia ha assorbito cento milioni di «stranieri» e ne ha tratto la sua forza. Un Paese in cui troviamo comunità basche in Idaho ed equadoregne nello Stato di New York, in cui una mappa etnica di Houston mostra piccole enclave inglesi entro un tessuto di messicani, guatemaltechi, vietnamiti, tedeschi e iracheni.
Un governo e un presidente razzisti e xenofobi hanno attentato a quel destino, e trovo importante notare che, fra le vittime della brutalità omicida dell’Ice, ci siano state persone che erano tutt’altro che immigrate, per non dire clandestine, e hanno versato il proprio sangue per difendere la dignità della nazione. Ma lo scorso 30 giugno la Corte Suprema ha riaffermato il glorioso emendamento, aprendo la strada a un’autentica celebrazione dei 250 anni di vita degli Stati Uniti. E questa straordinaria notizia è la meno importante delle due associate alla storica decisione. Veniamo a quella più importante. La Corte Suprema, in base a scelte di presidenti repubblicani e a una scelta negata dal Senato a Obama, ha una forte maggioranza conservatrice. Trump, che ha nominato tre dei giudici, poteva credersi la sentenza in tasca; ma è stato deluso. Non c’è stata la netta vittoria che si aspettava; non ci sono state una vittoria o una sconfitta di misura; c’è stata una netta sconfitta per sei a tre, e due dei giudici da lui nominati hanno votato con la maggioranza.
Da cittadino americano, mi vergogno del presidente Trump e della squallida cricca di tirapiedi di cui si è circondato. Come mi vergogno, e mi sdegno, dei genocidi perpetrati dagli Stati Uniti nei confronti dei nativi e dei neri, e del nuovo genocidio che con la loro assistenza si sta perpetrando in Palestina. A fronte di tali vergogne mi chiedo anche, però, in quale altro Paese al mondo un’istituzione di tale peso avrebbe votato contro l’uomo e il partito che l’hanno messa in carica. Così come mi sono chiesto, lo scorso autunno, in quale altro Paese un giovane poco più che trentenne sarebbe stato eletto sindaco della più grande e importante città pur essendo avversato dal suo stesso partito, oltre che dal governo centrale e dalla grande finanza, e sostenuto «solo» da decine di migliaia di volontari entusiasti. E penso allora, in questo fatidico 4 luglio, che, nonostante le tragedie e gli orrori, per la novella Roma c’è ancora speranza.

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