Monte Tabor, nuovi scavi archeologici sul luogo della Trasfigurazione

Parla don Urbani, archeologo dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme, responsabile degli scavi che vogliono ricostruire la storia del sito
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July 3, 2026
Monte Tabor, nuovi scavi archeologici sul luogo della Trasfigurazione
Il Monte Tabor visto dall'alto
Una nuova campagna di scavi archeologici sta per prendere il via sul Tabor, «l’alto monte» che la tradizione cristiana identifica come il luogo della Trasfigurazione di Gesù. Ma cosa cercano oggi gli archeologi su questa montagna della Galilea, meta di pellegrini da secoli? Quali interrogativi restano ancora aperti? E come si conciliano ricerca scientifica, tutela del paesaggio e accoglienza dei visitatori? Ne parliamo con don Gianantonio Urbani, archeologo dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme, responsabile degli scavi nell’area dove sorge il santuario che fa memoria dell’episodio raccontato nei Vangeli sinottici. Gesù, al cospetto di Pietro, Giacomo e Giovanni, presi da grande stupore, si rivela in un’esplosione di gloria: «il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce». Raggiungiamo don Urbani a Gerusalemme, alla vigilia della partenza per un importante convegno a Malaga, in Spagna, dedicato all’archeologia dei paesaggi antichi.
A luglio riprendono dunque gli scavi sul Tabor. Da dove si riparte?
«Quest’anno ci concentreremo su un sistema di grotte e cavità risalenti probabilmente all’epoca bizantina. Si tratta di ambienti individuati più di un secolo fa dall’architetto Antonio Barluzzi durante la costruzione dell’attuale basilica della Trasfigurazione. Partiremo da una sua mappa poco conosciuta per ricostruire la topografia di quest’area e identificare nuovamente il perimetro delle cavità. Nel tempo ci sono stati crolli e trasformazioni, quindi sarà necessario un importante lavoro di pulizia e messa in sicurezza. Tuttavia, sappiamo che queste grotte furono abitate e che possono ancora raccontare molto della vita sul monte».
Perché queste grotte sono così importanti?
«Perché rappresentano una testimonianza concreta della presenza cristiana sul Tabor. Le fonti bizantine parlano di comunità monastiche che vivevano sulla montagna. Sappiamo, ad esempio, di un monaco di nome Eliseo, guida di un gruppo che alternava la preghiera e l’eremitaggio al lavoro manuale, come la produzione di cesti destinati alla popolazione locale. Studiare questi ambienti significa comprendere meglio la quotidianità di chi ha abitato e pregato sul Tabor nei secoli».
L’obiettivo è approfondire soprattutto le fasi cristiane del sito. O altro?
«In archeologia non si può mai scegliere una sola epoca e ignorare le altre. Il Tabor è un luogo stratificato, dove ogni periodo storico ha lasciato tracce. Vogliamo studiare l’intera sequenza cronologica della montagna. Sotto l’attuale basilica, ad esempio, sono emerse testimonianze che risalgono addirittura al Bronzo Medio. Questo ci dice che il Tabor era frequentato molto prima dell’età cristiana. Le fasi bizantine restano particolarmente delicate, perché spesso furono alterate o coperte dagli interventi successivi di epoca crociata e medievale».
Tra le ipotesi più suggestive c’è quella di un’antica area cultuale precristiana...
«Sì, anche se con prudenza. Gli scavi di quest’anno riguarderanno soprattutto contesti paleocristiani e bizantini. Tuttavia, alcuni elementi rinvenuti sul monte sembrano indicare una frequentazione più antica, forse legata a forme di culto precedenti al cristianesimo. L’archeologia insegna che le sorprese sono sempre possibili. Ogni scavo può confermare un’ipotesi, ma anche aprire nuove domande».
Negli ultimi anni avete introdotto nelle campagne di scavo anche tecniche di microarcheologia. Che cosa cambia concretamente?
«Cambia molto. La microarcheologia permette di studiare ciò che normalmente sfugge all’occhio: residui microscopici, tracce di combustione, materiali organici, elementi che aiutano a ricostruire i comportamenti umani. È un lavoro di squadra che coinvolge archeologi, chimici, fisici ed esperti dei materiali. In questo modo possiamo porre nuove domande: come si nutrivano le persone che vivevano sul monte? Come organizzavano gli spazi? Quali attività svolgevano? Sono aspetti fondamentali per comprendere la vita nel passato».
Alcune analisi hanno già prodotto risultati inattesi.
«Sì. Le indagini effettuate nell’ipogeo della basilica hanno mostrato che alcuni gradini ritenuti antichi furono in realtà sistemati in epoca più recente, probabilmente tra il XVII e il XVIII secolo. È un esempio molto interessante di come i Luoghi Santi abbiano continuato a trasformarsi nel tempo. La storia di un sito non si ferma all’antichità: comprende anche i restauri, le modifiche e gli interventi delle generazioni successive».
Il Tabor sembra insomma un monte ancora tutto da scoprire. È insieme sito archeologico, luogo di fede e meta turistica. Quanto è difficile tenere insieme queste dimensioni?
«È una sfida continua. Fin dall’inizio il nostro intento è stato quello di integrare ricerca, tutela e valorizzazione. Il Tabor non è solo un insieme di rovine: è un paesaggio vivo, fatto anche di vegetazione, agricoltura e spiritualità. Per questo ci ispiriamo ai principi dell’archeologia del paesaggio, che studia il rapporto tra l’uomo e il territorio nel corso del tempo. Ogni intervento deve essere rispettoso dell’identità complessiva del luogo».
Anche il piccolo museo francescano, che sorge accanto al convento della Custodia di Terra Santa, sarà interessato da un rinnovamento.
«Certamente. Il museo custodisce reperti emersi durante gli scavi del secolo scorso e rappresenta una parte importante della memoria del Tabor. Stiamo lavorando per riallestirlo, valorizzando le storiche teche lignee senza stravolgerne lo spirito originario. Saranno le nuove didascalie e alcuni strumenti multimediali ad aiutare il visitatore a comprendere meglio il significato dei reperti esposti».
Quando saranno disponibili i risultati delle ricerche?
«Abbiamo già definito una tabella di marcia. L’obiettivo è pubblicare gli studi scientifici entro la fine dell’anno o nei primi mesi del 2027. Organizzeremo anche conferenze, incontri e iniziative divulgative sia in Israele che in Europa. È un impegno nei confronti della comunità scientifica, ma anche di tutte le persone che seguono con interesse le ricerche sul Monte Tabor».
Dopo anni di studi, qual è la domanda a cui vorrebbe riuscire a rispondere?
«Speriamo di capire meglio il ruolo del Monte Tabor nel periodo del Nuovo Testamento, al tempo della predicazione di Gesù. Non si tratta di dimostrare o smentire episodi specifici dei Vangeli, ma di ricostruire il contesto storico in cui si inserisce questa montagna: i rapporti con Nazaret e la sua comunità, con gli altri centri della Galilea, le vie di comunicazione, le attività umane. Disponiamo di reperti, iscrizioni e fonti antiche che devono essere letti insieme. E sappiamo che ogni nuova scoperta, oltre a offrire risposte, può generare nuove domande. È proprio questo il fascino dell’archeologia».

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