Il Governo (diviso) frena ancora sui soldi europei per la difesa: perché prevale il rinvio

La posizione dell'esecutivo: attivazione dei 15 miliardi di Safe solo se lo chiedono le Camere. Le opposizioni: fate come Pilato. Nel frattempo Europa, Nato e Stati Uniti continuano il pressing
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July 2, 2026
Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, durante il Question time alla Camera, Roma, 1 luglio 2026/ ANSA
Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, durante il Question time alla Camera / Ansa
Sta per finire l’illusione di poter rinviare in eterno la scelta su Safe. Proprio nel giorno in cui i vertici del Governo, senza Meloni, si recano all’ambasciata Usa per la celebrazione (anticipata) del 4 luglio, riaffiora il nodo dell’adesione italiana al riparto dei prestiti europei per il riarmo. Nulla di casuale: il cammino verso l’obiettivo del 5% di Pil in difesa è il motivo principale della “litigata” tra Trump e Meloni ed è anche il tema principale - fronte Roma - del vertice di Nato di martedì e mercoledì prossimi, quando i due leader torneranno a incontrarsi.
Insomma è tempo di scelte. E ieri da Palazzo Chigi è arrivata una sorta di pista di lavoro: l'Italia, dicono fonti di Governo, attiverà il Safe solo quando la clausola di salvaguardia nazionale per derogare al Patto di stabilità per investimenti sulla difesa sarà richiesta e deliberata dal Parlamento.
Difficile capire se si tratti di un «no» sotto mentite spoglie o di un tentativo di chiamare alla corresponsabilità l’intera maggioranza. Di certo la linea (abbastanza parziale e criptica a dire il vero) arriva anche nel giorno in cui l’Ue ribadisce che la firma degli Stati membri deve arrivare entro fine anno, di modo da poter riallocare le risorse non richieste.
Tende a una lettura positiva, finalizzata all’adesione a Safe, il ministro della Difesa Guido Crosetto. «Mi risultano tempi maggiori» di un mese per accedere al fondo Safe «e quindi potremmo magari usarlo per finanziare gli impegni del 2027», dice cercando una strada mediana. Ormai è chiaro che non si tratta solo di un problema economico, ma politico, perché non viene ritenuto conveniente aprire una linea di debito per le armi a ridosso delle elezioni.
Il tentativo estremo di Roma è di strappare un altro tempo di riflessione, da prolungare sino a settembre, quando l’Italia potrebbe uscire dalla procedura per deficit eccessivo. A quel punto, spiegano fonti della Difesa, «il governo porterà l'approvazione dell'aumento di debito per le spese su Difesa ed energia in Parlamento e, qualora le Camere lo voteranno, si deciderà se l'aumento di spese per la Difesa verrà finanziarlo con il Safe o con i titoli di Stato, che a quel punto diventerebbe totalmente indifferente». La non adesione a Safe a quel punto diventerebbe ancora di più una questione politico-comunicativa, essendo i tassi d’interesse dello strumento europeo più convenienti. Senza dimenticare che l’Italia accederebbe a una somma di 14,9 miliardi. Consapevole di un bel po’ di confusione che regna intorno al tema, ancora in serata Crosetto, arrivando all’ambasciata Usa, si concede una citazione evangelica: «Dai frutti li riconosceremo». Lui comunque è ottimista sul fatto che l’Italia rispetterà gli impegni assunti in sede Nato, magari procedendo per step: prima le spese già previste nel 2027, poi l’impegno strutturale dopo le elezioni.
Tutta questa serie di argomentazioni consentono all’opposizione di accusare Governo e maggioranza di «pilatismo». Ma certo se e quando il tema arriverà in Parlamento sarà un bel grattacapo anche per i gruppi di minoranza. Come detto, Meloni è fisicamente lontana da Roma e dal tema caldo del riarmo. A Padova per il Congresso Uil si gode la standing ovation di un sindacato non tenero, ma con cui ha tenuto rapporti buoni durante la legislatura. La premier parla quasi un’ora, strappando più applausi. E fa una promessa: la detassazione del 5% sugli aumenti contrattuali avrà «continuità e stabilità», e dunque «questa misura sarà confermata anche nella prossima legge di bilancio». Molto lungo il passaggio di Meloni sull’intelligenza artificiale: la premier, preoccupata dall’impatto sul lavoro e sulla coesione sociale, invoca un «umanesimo tecnologico». Un approccio, ripete, da maturare nella sede più “potente”, il G7.

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