La fine di don Lino e la domanda che resta: chi si prende cura dei preti?

La tragica morte del sacerdote a Trento interroga profondamente la Chiesa sulla solitudine, sulle fragilità e sui bisogni spesso inespressi dei suoi pastori: «Aiutiamoci di più. Sosteniamoci. Fidiamoci. Vogliamoci bene».
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August 17, 2026
Un sacerdote al momento della Consacrazione
Un sacerdote al momento della Consacrazione
Don Lino, fratello, ci hai fatto piangere. Un prete che mette fine alla sua vita è una notizia sconvolgente. Il gesto, da condannare con assoluta fermezza, getta in subbuglio le nostre coscienze, pone domande che esigono risposte, ci impone di fermarci per tentare, alla luce di Dio, di dire una parola vera. Il prete, nella cultura odierna, è una figura incompresa, come lo è la Chiesa che ha scelto di servire. Non lo si capisce se non si parte dall’inizio, da Gesù, il figlio di Dio, che ci ama, ci chiama, ci sfida. Egli, come il suo Signore, è un eterno sognatore. Sente di essere chiamato, accoglie l’invito e parte. Forte di una promessa, parte. Dove? Dove la Provvidenza vuole. È vero, gli viene chiesto di lasciare amici, parenti, progetti. Poi – la promessa è questa e lui ci crede – avrà mille case, mille amici, mille famiglie in giro per il mondo. Deve essere coraggioso, però, una virtù che va di pari passo con la preghiera, la riflessione, la preparazione teologica e spirituale, la prudenza, l’umiltà. I suoi carismi personali devono essere valutati e vidimati dalla Chiesa. Con il proprio vescovo e l’intero presbiterio deve imparare la difficile e liberante arte del discernimento. Non sempre le decisioni prese potranno essere condivise del tutto: le sensibilità sono diverse, come diversi sono gli studi, l’età, le esperienze personali, gli approcci pastorali; fondamentale è il rispetto e l’amore per l’altro. Si discute, si ragiona, si attende, si prega. Una delle definizioni più belle di Dio la troviamo nel libro della Sapienza: «Amante della vita». E tu, prete, ti sei fatto apostolo instancabile della vita. In un mondo in cui la vita nascente, malata, povera, morente, è bistrattata e negletta, tu vai gridando che la vita è un bene non negoziabile, un dono incommensurabile. Nemmeno la morte gli tappa la bocca. Davanti a una bara ha il coraggio di cantare “io credo risorgerò”.
Per capire un prete devi guardarlo attraverso la luce del Vangelo, sennò rischi di confonderlo con un assistente sociale, uno psicologo, un amicone, un funzionario, una sorte di badante. Il prete è un folle, perché Cristo è stato un folle. Folle d’amore. Forte come una quercia sperimenta, come tutti, le debolezze umane. Anche il prete invecchia, si ammala, muore. E invecchiando va incontro a tutte le fragilità proprie dell’età avanzata. Non avendo una famiglia propria, la parrocchia che serve è diventata il suo mondo. Dona e riceve. A qualunque casa bussa la porta si spalanca. A qualsiasi tavola è il benvenuto. Conosce tutti. I giovanotti con la barba e i tatuaggi li ha battezzati lui. Magari non vanno spesso a Messa ma gli vogliono bene. Qualche parroco, nel momento in cui la Chiesa gli chiede di trasferirsi, potrebbe scivolare in una sorta di tracollo psicologico. Si sente smarrito, non è più giovane, non gode buona salute. La diocesi, però, ha tante esigenze e il clero si assottiglia di anno in anno. Occorre distribuire le forze, pensare al bene delle comunità, ai giovani, ai bambini, e, non ultimo, allo stesso prete anziano. Non è semplice. Ai piedi della croce, insieme, certamente la soluzione si troverà. A Trento, invece, è accaduta una tragedia immane. Preso dallo sconforto, il cantore della vita, ha smesso di cantare. Il guaritore delle ferite altrui non ha avuto la forza di chinarsi sulla propria. L’uomo del Vangelo non ha permesso al Vangelo di strattonarlo ancora. L’animo umano è un abisso insondabile. Addio, don Lino. Perdonaci se non abbiamo saputo intercettare i tuoi bisogni e le tue paure. Ai confratelli preti e vescovi una preghiera: aiutiamoci di più. Gettiamo alle ortiche il timore di essere fraintesi, giudicati, isolati; spalanchiamo, invece, l’animo a chi, come noi, si è fatto pellegrino e apostolo del Regno. Sosteniamoci. Fidiamoci. Vogliamoci bene. Ricordiamo sempre che l’amore – vero, concreto - tra noi resta la più bella ed efficace di tutte le omelie. Nella chiesa e fuori dalla chiesa.

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