Grotta
Azzurra: 200 anni fa la nascita
di un mito

Il 17 agosto 1826 il pittore tedesco Kopisch riscopriva la cavità che fu ninfeo in età imperiale. Un luogo magico, che ha scritto la storia moderna di Capri
Google preferred source
August 15, 2026
Grotta
Azzurra: 200 anni fa la nascita
di un mito
Una delle foto della Grotta Azzurra di Lugi Spina in mostra a Capri (particolare)
Il 17 agosto 1826, nell’isola di Capri, fu scoperta – o meglio riscoperta – la Grotta Azzurra. Fondamentali per conoscere come avvenne e coloro che ne furono i protagonisti sono la breve relazione che August Kopisch scrisse nella serata della scoperta e la monografia che pubblicò a Berlino nel 1838, dodici anni dopo.
August Kopisch, pittore e letterato tedesco, era venuto da Napoli e aveva preso alloggio nella locanda che il notaio dell’isola Giuseppe Pagano aveva aperto nell’ampio fabbricato di famiglia, situato a poca distanza dalla piazzetta. Dopo avergli dato utilissime notizie sull’isola, Pagano aveva messo a disposizione di Kopisch la biblioteca di libri su Capri che aveva iniziato a raccogliere mentre studiava a Napoli. Con le indicazioni di Pagano, August Kopisch visitò in lungo e in largo l’isola, in attesa di visitarla in barca con l’amico pittore Ernst Fries una volta che il mare si fosse calmato. Il giro fu programmato per la mattina del 17 agosto.
Nell’attesa della sua venuta, Giuseppe Pagano rivelò un desiderio che aveva incominciato a nutrire nella giovinezza, e che non aveva mai potuto soddisfare, non avendo trovato aiuti né tra i familiari né tra i conoscenti. Era quello di esplorare la grotta con ingresso ristrettissimo, situata a fil d’acqua, a poca distanza dalla sovrastante Torre di Damecuta costruita tra i resti della villa estiva dell’imperatore Tiberio. E che tutti ritenevano abitata dal diavolo e da spiriti maligni. Inaspettatamente Kopisch disse a Pagano che ora aveva il suo appoggio, e che anzi l’esplorazione sarebbe potuta avvenire l’indomani, all’inizio del giro dell’isola in barca. E così avvenne, nonostante l’opposizione del canonico Nicola, fratello di Giuseppe e maggiore di dodici anni.
Dopo la colazione, Pagano, Kopisch, Fries, l’asinaio Michele Federico e Michele il dodicenne figlio di Giuseppe, scesero a Marina Grande dove, secondo gli accordi presi con Pagano, li attendeva con due barche il marinaio Angelo Ferraro.
Giuseppe Pagano aveva con sé un paniere con i viveri, Kopisch e Fries portavano cartelle da disegno e sedie da campo. Tutti salirono sulla prima barca, che partì spinta a remi da Ferraro e da Federico, avendo al traino la più piccola, sulla quale c’erano materiali per l’esplorazione.
Il primo a entrare nella grotta fu Angelo Ferraro. Era in una tinozza e spingeva a mano un’altra con padellini di pece accesa. A nuoto proseguiva August Kopisch. Poi, richiamati da loro, entrarono a nuoto Giuseppe Pagano ed Ernst Fries. Ed in seguito Michele Federico ed il giovane Michele. Dopo un po’ a questi si aggiunse l’innominato proprietario dei campi sovrastanti la grotta il quale, ritrovandosi in tanto splendore, esclamò che tutto era suo.
Uscendo dalla grotta Angelo Ferraro aveva esclamato: «Ne siamo pur venuti fuori! Sant’Antonio (che è il patrono di Anacapri, ndr) ci ha protetti».
A sera, dopo la cena, Giuseppe Pagano invitò August Kopisch a scrivere una relazione sulla scoperta nel Registro degli Ospiti della locanda. Forse pensando che Kopisch l’avrebbe intitolata a lui, Pagano propose che fosse intitolata allo stesso Kopisch. Ma questo invece preferì chiamarla Azzurra, «perché la luce proveniente dalla profondità del mare fa brillare di azzurro il suo ampio interno». Tuttavia nella relazione August Kopisch si attribuisce il merito della scoperta della grotta, della cui conoscenza aveva appreso solo nel pomeriggio del giorno precedente, anche se ammette che è avvenuta per le indicazioni di Giuseppe Pagano ed in compagnia di lui e di Fries.
Tutto però meglio precisò nella monografia sulla scoperta della Grotta Azzurra, pubblicata a Berlino nel 1832 dodici anni dalla scoperta che avvenne in esemplare ed armoniosa collaborazione tra due abitanti dell’Isola di Capri e due tedeschi.
Al bicentenario della riscoperta – il sito era un ninfeo imperiale –, alla quale si deve la fortuna moderna dell’isola, Capri dedica due mostre alla certosa di San Giacomo. La prima, “Il mito di Capri. A duecento anni dalla scoperta della Grotta Azzurra (1826–2026)”, a cura di Massimo Osanna e Luca Di Franco, racconta la trasformazione di Capri, tra Settecento e Ottocento, da luogo difficilmente accessibile del Golfo di Napoli in una delle mete più celebrate dell’immaginario europeo, con una ricca selezione di dipinti e documenti. La seconda è “Il ninfeo romano della Grotta Azzurra”, in cui il fotografo Luigi Spina ritrae sia lo spazio naturale che le statue del ninfeo riemerse nel tempo dagli scavi archeologici.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire