Le guerre. Marcinelle. Due testi, la
stessa speranza

Una poesia sull’Assunta e una ballata sulla tragedia nella miniera belga: la promessa della vittoria di Cristo sulla morte e il ricordo del dolore umano.
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August 14, 2026
Le guerre. Marcinelle. Due testi, la
stessa speranza
L'Assunta: dipinto a olio su tavola di Tiziano Vecellio. Realizzata tra il 1516 e il 1518, è conservata nella basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari a Venezia
In prossimità della celebrazione dell’assunzione della Vergine Maria in cielo vorrei collegare due testi, scritti in tempi lontani fra loro, da autori poco conosciuti. Il primo è di Giovanni Onini, che in occasione della proclamazione del dogma dell’Assunta pubblicò sulla rivista Regina martyrum di Saluzzo (Cn) una poesia agile e incisiva: «Alfine in pace il capo reclinasti / come il calice colmo di rugiada / reclina il fiore, / Tu, colma e impregnata di dolore. / Ma poi ti risvegliasti come l’alba / che rinasce stupita ogni mattino, / umida della rugiada che la notte irrora. / Ed era l’alba del tuo eterno giorno: / e Tu salisti tacita e sublime: / sola con il velo / delle tue carni Tu salisti al cielo. / Ed ecco nei cieli profondi / scoppi di giubilo, / e cetre d’Angeli, / cori, fulgori, / torrenti di gioia lucenti / come torrenti di stelle / nell’infinito mistero… / E Tu sublime come i cieli immensi, / bella come il sorriso delle stelle, / colma di amore, / entrasti nella gloria del Signore». La forza di questo testo mi sembra stia nel coniugare gli aspetti molto umani e a noi vicini della vita di Maria – «colma e impregnata di dolore» – al trionfo celeste che le è riservato, promessa e speranza di gloria per quanti le sono figli nel Figlio nella fede. L’Assunta si offre così come una freccia di speranza puntata verso il cielo, un messaggio di luce promessa più che mai rilevante in un tempo come il nostro segnato da terribili conflitti, che tanta sofferenza e morte stanno generando, dall’Ucraina a Gaza, dal Libano all’Iran.
L’altro testo è costituito dalle parole di una canzone, scritta di recente per ricordare una tragedia di settanta anni fa: l’8 agosto 1956, nella miniera di Bois du Cazier a Marcinelle in Belgio, scoppiò un incendio. Il paesaggio storico, sociale ed emotivo di quel tragico evento era la situazione dei lavoratori provenienti da dodici nazioni, che avevano lasciato la loro terra per offrire di più alle loro famiglie in cambio di sradicamento e di condizioni di lavoro molto dure. Nella tragedia persero la vita 262 giovani uomini, 136 italiani, 60 abruzzesi. 23 furono le vittime provenienti da Manoppello (PE), paese ai piedi della Maiella, situato nell’Arcidiocesi a me affidata. Così fa significativa memoria di quel terribile evento la cantautrice Lara Molino in una ballata, scritta di recente e intitolata 8 agosto 1956. Alle vittime di Marcinelle e a tutti i caduti del lavoro. Si tratta di un grido sofferto, drammaticamente attuale, consegnato alla pagina come auspicio che non ci siano mai più analoghe tragedie e nessuno debba più morire guadagnandosi il pane col proprio lavoro. Eccone il testo: «E giù, e giù, e giù… è sempre notte, non è mai giorno, / e giù e giù e giù… chissà se a casa farò ritorno. / E giù, e giù, e giù… pane e carbone, mattina e sera, / e giù e giù e giù, questa è la vita nella miniera. / E tu, e tu, e tu, tu moglie mia, non mi aspettare, / e tu e tu e tu, puoi camminare sotto a un bel sole. / E su e su e su, quando risalgo si va a ballare, / e su e su e su, ho solo vent’anni e ti voglio amare. /E giù, e giù, e giù, questa mattina al Bois du Cazier, / e giù e giù e giù, mi sento fiero, mi sento un re. / E giù e giù, e giù, si accende un fuoco, si accende forte / e brucia tutti i sogni, io chiudo gli occhi, quest’è la mia sorte. / E tu, e tu, e tu, saluta mia madre, dille che l’amo, / un bacio alla mia terra, sono abruzzese, sono italiano. / E su e su e su, anche i miei figli dovranno sapere, / è morto un uomo per aver compiuto il suo dovere».
L’accostamento fra i due testi mi sembra particolarmente significativo in quest’ora drammatica della storia: se c’è un enorme bisogno di speranza, cui la fede corrisponde con la luce del Signore risorto e la figura di Maria assunta in cielo, non di meno è importante ricordare le storie di dolore che hanno scandito i passi degli uomini in ogni tempo, in particolare nel secolo da poco concluso, con le immani tragedie delle due guerre mondiali, dei vari genocidi, della Shoah. La Vergine nella gloria del cielo ricorda ai credenti il futuro promesso dalla vittoria di Cristo sulla morte; ma questa promessa non fa dimenticare le lacrime e il dolore di tante vicende in cui – come avvenne a Marcinelle – sono proprio i più deboli a pagare con la vita il prezzo più alto. Tenere insieme i due sguardi è tutt’altro che facile. Non farlo è svuotare di realismo la speranza e della luce della promessa di Dio il dolore.
Bruno Forte
 Arcivescovo di Chieti-Vasto

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