Report, scalpi d’inchiesta e spazi da tutelare

Gli intrecci del caso Lavitola-Ranucci aprono interrogativi sul giornalismo e sui rapporti con la politica. Inopportuno il diktat di Salvini. Ma qualcosa dovrà cambiare
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August 11, 2026
Report, scalpi d’inchiesta e spazi da tutelare
Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola
Lo sceneggiatore più smaliziato difficilmente avrebbe potuto concepire un intreccio più stupefacente di questo della vicenda Lavitola/Ranucci. Che fa il paio - perché è sempre bene non dimenticare il contesto generale della politica nazionale - con quella di un ex sottosegretario alla Giustizia che, incurante dell’opportunità, decideva di entrare in affari con la figlia 18enne di un ristoratore legato a un clan camorristico. Stavolta, invece, abbiamo il “principe” del giornalismo italiano d’inchiesta che si ritrova coinvolto nel classico rapporto fonte-giornalista che, però, in questo caso assume i contorni inusuali di quella che gli stessi protagonisti descrivono (descrivevano) come una «amicizia fraterna», ancor più anomala in quanto scoppiata in età matura. Già questo è di per sé materia di ampia riflessione per il giornalismo in genere. Ma quel che più interessa al lettore è semmai il destino di questa fetta d’informazione pubblica in un’azienda - la Rai - già devastata da decenni dalla politica lottizzatrice. Anche per questo suona inopportuno che addirittura il vicepresidente leghista del Consiglio s’intrometta in un dossier così delicato. Tanto più che a parlare sono già i fatti. E questi sembrano indicare come difficile una permanenza del conduttore alla guida di “Report”, uno dei programmi di punta della Rai. Occorre ricordare in premessa che, stando agli atti del gip, Ranucci è e rimane al momento la vittima dell’attentato dinamitardo e dell’intera vicenda, non consapevole di quel che si tramava alle sue spalle. Epperò proprio questa inconsapevolezza ne fa, nella migliore delle ipotesi, forse un ingenuo, forse solo vittima come tanti del proprio “ego” (lo “macchia” quell’aver comunque prestato fianco alla sola ipotesi di un sondaggio su un suo futuro in politica). In ogni caso, tuttavia, la sua immagine ne esce sminuita, in qualche modo dequalificata, come giornalista d’inchiesta. Senza dubbio grave, poi, è la mail interna Rai - del direttore dell’Approfondimento, Paolo Corsini - da lui girata a quello che era comunque un pregiudicato. Senza contare, poi, la figura poco onorevole già inanellata da Ranucci col suo ultimo libro, non esattamente da galantuomo. Tanti elementi che imporranno una riflessione sul futuro. Che, però, non deve toccare nel mondo più assoluto il programma (come forse qualcuno sogna, assieme allo scalpo del conduttore...), che resta uno spazio d’informazione libera e da tutelare nel servizio pubblico. Un’ultima considerazione riguarda il confine fra giornalismo e politica: come per la magistratura, sarebbe bene che restasse ben delimitato. Per evitare il rischio che basti un po’ di fama per ipotizzare di poter fare il leader del centrosinistra. Cosa che la dice lunga pure sullo stato di salute di questa parte politica. Ma questo è un altro discorso.

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