Lo sconto Eni e l'utilità dello Stato imprenditore
di Pietro Saccò
Il tetto ai prezzi di benzina e gasolio offre una tregua ad automobilisti e imprese. Ma mostra anche opportunità e contraddizioni della presenza dello Stato nell’economia

Su Google Trends, che registra l’andamento di ciò che cerchiamo su Internet, ieri le ricerche di “distributore Eni” registravano un’impennata superiore al 5.000% rispetto al giorno precedente. Era prevedibile, dopo che l’annuncio del tetto ai listini di benzina e gasolio, con uno sconto di quasi 20 centesimi al litro rispetto al prezzo di mercato: aspettiamoci, da domani, un po’ di code alle 4mila stazioni di servizio del gruppo, dove per un pieno da 40 litri si possono spendere circa 7 euro in meno.
«Il cane a sei zampe fedele amico dell'uomo a quattro ruote» recitava il primo slogan della vecchia Agip, firmato da un giovane Ettore Scola: un claim oggi più attuale che mai. Occorreva questo gesto di “amicizia” (“solidarietà” l’ha chiamata l’azienda) verso le tasche degli automobilisti per dare un po’ di tregua ai bilanci delle famiglie che hanno bisogno di usare spesso l’auto e anche di tante piccole imprese che non hanno chissà quali “extra profitti” da usare per riempire i serbatoi dei furgoni. Questa “solidarietà” aiuta molto anche il governo, che con questo sconto di almeno un mese può gestire con maggiore agio, a livello nazionale, l’emergenza, internazionale, del prezzo dei carburanti.
Custodire in mani pubbliche il 33% delle azioni di Eni e avere reso per legge non contendibile questa società – uno dei principali operatori globali del settore dell’energia, particolarmente forte su gas e petrolio – a qualcosa, dunque, serve. L’utilità di questo controllo pubblico ha ovviamente la sua faccia più sgradevole, che è quella del possibile impiego per scopi politico-elettorali di parte di un’impresa che appartiene a tutti. C’è però anche l’altra faccia di questa situazione, quella “buona”: avere il controllo dello Stato su un’impresa può consentire a un governo, in momenti di emergenza, di orientarne più facilmente l’azione verso obiettivi di interesse generale, anche quando farlo significa sacrificare fini più desiderabili da parte degli azionisti privati, a partire dalla massimizzazione degli utili.
Non ce ne voglia Friedrich von Hayek, ma il mercato è tutt’altro che perfetto. Gli studi sull’imperfezione delle dinamiche di mercato hanno portato al Nobel economisti come Richard Thaler o Joseph Stiglitz. Gli esempi di come non sia la sola logica della domanda-offerta a spiegare i movimenti dell’economia mondiale oggi abbondano come non accadeva da tempo: guerre dei dazi, sanzioni a nazioni ostili e blocchi alle esportazioni ci ricordano quotidianamente che quando le cose si fanno serie non sono le imprese a dettare le regole del gioco. Le scelte che contano toccano ancora alla politica. E dal momento che a volte i tempi della politica rischiano di essere troppo lunghi davanti all’urgenza dei problemi da risolvere, la disponibilità di aziende a controllo pubblico aiuta ad affrontare rapidamente i dossier più caldi. Se il primo azionista di Eni fosse stato un grande fondo internazionale invece che la Cassa depositi e prestiti difficilmente da domani troveremmo in Italia un litro di benzina a meno di 2 euro. Se avessimo dovuto aspettare il gettito della tassa sugli extra-profitti per rifarci dall’extra-spesa per fare il pieno avremmo potuto serenamente rassegnarci.
Lo Stato che va incontro ai cittadini e contro il mercato piace a tutti, o quasi. La generosità del Cane a sei zampe è un bel problema per i suoi concorrenti. Lo sconto rende ingombrante la presenza della compagnia di Stato sul mercato: chi, a differenza di Eni, non è attivo lungo tutta la filiera dei carburanti – dalla ricerca del petrolio fino alla distribuzione di benzina e gasolio – non può proporre prezzi del genere e resta spiazzato. L’effetto traino verso il basso più che sui listini rischiamo di vederlo sui già fragili margini dei distributori indipendenti, quelle pompe bianche che in tempi normali sanno spesso essere ottimi “amici” degli automobilisti e che ora sono davvero nei guai.
Lo Stato imprenditore, come ogni altro “fenomeno politico”, può piacerci o meno a seconda dal punto di osservazione che ci è capitato o che abbiamo scelto di avere. Conviene ricordarcelo più spesso in tempi di alta polarizzazione e prese di posizione dall’aria assoluta.
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