Il Papa in Francia, perché le radici non diventino muri
Tra identità, accoglienza e confini, Leone XIV richiama i cattolici all’universalità della fede e indica nella riconciliazione la strada che l’Europa deve seguire

Prima ancora che Leone XIV abbia detto una parola, il primo viaggio del Papa in Francia è già stato letto, in certi ambienti, come un’operazione elettorale rovesciata: un pontefice che arriva per riprendersi una quota di cattolici francesi dai politici che hanno imparato a corteggiarli. Diffido di questa lettura. Un papa non parte per contendere un elettorato a un partito. Eppure, ogni viaggio apostolico è una parola rivolta alle coscienze, e questa arriva in un Paese in cui i cattolici sono divisi proprio sulle questioni che quella parola toccherà: nazione, migranti, identità, paura. Leone non ha bisogno di prendere di mira nessuno. La distinzione da tenere ferma è quella tra appello alla coscienza e intervento politico. Leone non dirà ai francesi come votare, e chi aspetta una condanna nominativa di questa o quella formazione resterà deluso. Dirà ciò che la Chiesa dice da sempre e che Magnifica humanitas , la sua enciclica, ha ripreso con forza: la dignità della persona non ha passaporto. Sarà poi la coscienza di ciascuno a fare i conti con quella frase. C’è un modo di parlare ai cattolici tentati dal nazionalismo che li tratta da avversari da smascherare, e ce n’è un altro che li tratta da fratelli e sorelle che si portano dentro una domanda legittima, quella dell’identità e della paura di perderla, alla quale qualcuno ha offerto una risposta sbagliata. Si può contestare la risposta senza deridere la domanda. Credo che Leone farà questo.
Il nodo, in Francia come altrove, è la trasformazione del cristianesimo in un marcatore identitario: un cristianesimo senza Cristo, ridotto a patrimonio da difendere, campanile senza campana. Francesco lo diceva con una battuta: la fede non è un cognome. Leone lo dice con un altro registro, ma la sostanza rimane. La parola «cattolico» significa universale. Un cattolicesimo nazionalista è una contraddizione in termini, un cerchio quadrato. Non penso che il Papa venga a dire ai francesi di essere meno francesi. Le radici sono un bene. Il problema comincia quando le radici vengono usate come muri. Il nazionalismo legge il mondo come una scacchiera: territori da presidiare, pedine da muovere, confini come linee del fronte. La fede lo legge come un tessuto, nel quale ogni filo regge gli altri e nessuno può essere strappato senza che l’insieme si sfilacci. Lo straniero, in questa seconda lettura, è un filo da intrecciare. Quanto alla solidarietà con i migranti, sta scritta nel capitolo venticinquesimo di Matteo, dove il criterio del giudizio finale è l’accoglienza dello straniero. Chi crede di poter tenere insieme il Vangelo e la chiusura delle frontiere per ragioni identitarie dovrà fare i conti con quel testo prima che con il papa. In gioco c’è un’idea di identità che si definisce per ciò che sa accogliere e non per ciò che sa respingere.
La Francia è un luogo particolarmente adatto per questo discorso? Sì, per almeno due ragioni, e per una terza che riguarda Leone stesso. La prima è storica. La Francia è il Paese in cui la relazione tra Chiesa e nazione ha la storia più lunga e più tormentata, dalla «figlia primogenita della Chiesa» alla legge del 1905 sulla separazione tra Stato e Chiesa. Il titolo di fille aînée si converte facilmente in trofeo nazionalista, e si dimentica che una figlia primogenita ha dei fratelli. Nella Francia di oggi coesistono un cattolicesimo colto e vivo, una secolarizzazione avanzata (le indagini più recenti contano oltre la metà degli adulti senza appartenenza religiosa) e una destra che ha imparato a parlare di Notre-Dame e di radici cristiane. È un laboratorio. La seconda ragione sta nella carta geografica. Il discorso sull’Europa non sarà pronunciato a Parigi ma a Metz, in Lorena, a pochi chilometri dal confine tedesco, in un centro congressi intitolato a Robert Schuman, dove il Papa parlerà a un incontro dal titolo «Alle radici dell’Europa per la pace e l’unità». La Lorena sa quanto costano i confini: questa sua parte fu annessa all’Impero tedesco tra il 1871 e il 1918, e la città ha passato i decenni successivi come luogo della riconciliazione franco-tedesca. Schuman era nato in Lussemburgo, aveva studiato in Germania, era stato cittadino tedesco prima di diventare francese. Un patriota che la vita aveva reso incapace di essere nazionalista, come ha scritto il cardinale Jean-Claude Hollerich. La sua tomba è nel villaggio di Scy-Chazelles, appena fuori città; il programma non prevede una sosta, ma la scelta di Metz è già una risposta. Il cattolicesimo europeo ha prodotto un uomo dei confini che ha trasformato il carbone e l’acciaio, materia delle armi, in materia di pace. La sua causa è aperta; è venerabile dal 2021.
C’è poi la ragione che riguarda Leone. È il primo papa statunitense, e viene da un Paese dove il nazionalismo cristiano è una corrente organizzata e influente. Quando ne parla in Europa, parla anche a casa sua. Francesco, in maniera profetica, aveva scelto per la Francia le periferie: Strasburgo, Marsiglia, la Corsica. Leone, in maniera sapienziale, va a Parigi, all’Eliseo, all’Unesco, a Notre-Dame risorta dal suo incendio. Va al centro. Forse sente che oggi conviene parlare dal centro a un’Europa che ha smesso di credere in sé stessa e a dei cattolici che hanno confuso la fedeltà a una terra con la fedeltà a Cristo. L’ultima messa del viaggio sarà celebrata nella cattedrale di Saint-Étienne a Metz, una navata gotica di vetro su una frontiera che si è spostata più volte a memoria d’uomo.
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