Scoperte a Gerusalemme le travi incendiate dai Babilonesi
Negli scavi della Città di Davide gli archeologi hanno portato alla luce i resti carbonizzati di un edificio monumentale distrutto circa 2.600 anni fa. Ma non è il Tempio, come annunciato

A Gerusalemme il legno quasi sempre scompare. Brucia, marcisce, si dissolve, inghiottito dall’incedere dei secoli. Oppure viene riutilizzato. Per questo le travi carbonizzate portate alla luce dagli archeologi negli scavi dell’area chiamata “Givati Parking Lot” rappresentano una scoperta eccezionale. Sono rimaste intrappolate nel luogo in cui caddero circa 2.600 anni fa, quando un edificio monumentale della capitale del regno di Giuda venne distrutto dall’incendio e dal crollo provocati dalla conquista babilonese.
La scoperta, annunciata il 20 luglio scorso dall’Israel Antiquities Authority e dall’Università di Tel Aviv, è arrivata alla vigilia di Tisha B’Av, il giorno del calendario ebraico dedicato alla memoria della distruzione del Tempio di Gerusalemme. Una coincidenza che ha inevitabilmente conferito al ritrovamento una forte risonanza simbolica. Ma proprio questa coincidenza impone anche una certa prudenza: le travi non sono state rinvenute nel Tempio e non dimostrano, da sole, la sua distruzione.
Detto questo, il loro valore storico e archeologico è comunque straordinario. Gli scavi che hanno portato alla luce queste travi carbonizzate si svolgono nel sottosuolo del parcheggio Givati, all’interno del Jerusalem Walls National Park, nella zona della Città di Davide. L’area si trova a sud dell’attuale Città Vecchia, ai margini della valle del Tyropoeon (la valle dei “produttori di formaggio”), sul versante occidentale della dorsale della Città di Davide e in prossimità dell’area dell’Ophel. È una zona strettamente legata alla Gerusalemme antica, ma non coincide con il pianoro oggi conosciuto come Monte del Tempio.
Qui gli archeologi stanno scavando dal 2017 un vasto complesso stratificato, nel quale sono documentate diverse fasi della storia di Gerusalemme. Il ritrovamento più recente appartiene alla fase finale del regno di Giuda, all’epoca del Tempio di Salomone. Le travi facevano probabilmente parte della copertura di un cortile interno di un edificio monumentale. La struttura, secondo i ricercatori, doveva appartenere a un complesso di alto livello, testimonianza della ricchezza e della complessità della Gerusalemme del VII e dell’inizio del VI secolo a.C. Quando l’edificio fu distrutto, il tetto crollò sul pavimento. Il fuoco carbonizzò le travi, mentre il crollo delle pareti e il successivo rapido seppellimento contribuirono a conservarle.
La distruzione di Gerusalemme da parte dell’esercito di Nabucodonosor II, generalmente collocata nel 586 a.C., segnò la fine del regno di Giuda come stato indipendente e l’inizio dell’esilio babilonese. Le fonti bibliche descrivono la conquista, l’incendio della città e la distruzione del Tempio. L’archeologia, dal canto suo, ha documentato in diversi punti di Gerusalemme strati di distruzione attribuiti alla campagna babilonese. La presenza di livelli che recano tracce d’incendio e distruzione, ceramiche, armi e altri reperti consente di ricostruire il trauma subito dalla città. Serve tuttavia distinguere fra ciò che è direttamente osservabile e ciò che viene interpretato alla luce delle fonti storiche e testuali.
Il nuovo ritrovamento si colloca precisamente in questo quadro. Le travi sono un documento eccezionale che ci racconta della distruzione babilonese. La loro datazione e il contesto stratigrafico permettono di collegarle alla fase finale della Gerusalemme del Primo Tempio. Ma non sono “travi del Primo Tempio” nel senso letterale del termine. È una differenza che non riduce l’importanza della scoperta. Uno degli aspetti più interessanti del ritrovamento riguarda infatti la possibilità di utilizzare il legno carbonizzato per migliorare la datazione della distruzione provocata dall’esercito babilonese. I campioni lignei vengono sottoposti ad analisi scientifiche, attraverso il radiocarbonio, senza trascurare gli anelli di crescita. Ogni anello di un albero, infatti, corrisponde a un anno di crescita. Se il legno conserva una sequenza sufficientemente lunga, è possibile confrontare i suoi anelli con altre sequenze e ottenere una datazione molto più precisa. Il professor Yuval Gadot, dell’Università di Tel Aviv, ha spiegato che proprio il confronto tra la data storica della distruzione e i dati scientifici ottenuti dal legname può consentire di affinare la cronologia. L’analisi del legname potrà inoltre fornire informazioni su tipo di travature usate nell’architettura monumentale della Gerusalemme giudaica e, forse, sulla provenienza del materiale. Il legno non è soltanto un frammento architettonico: è anche una traccia delle risorse, delle tecniche costruttive e dei circuiti economici di una società antica. Gli scavi hanno dimostrato infatti che la Gerusalemme dell’età del Ferro era una città articolata, con edifici residenziali, amministrativi e monumentali distribuiti in più settori. Il fatto che un edificio di prestigio sia stato distrutto nel 586 a.C. dimostra che l’intero centro urbano fu coinvolto nella catastrofe babilonese.
La tradizione ebraica, le fonti antiche e la topografia di Gerusalemme hanno portato per secoli a collocare il Tempio nell’area chiamata Monte del Tempio (l’Haram al-Sharif della tradizione musulmana, dove sorgono oggi anche la Cupola della Roccia e la moschea di Al-Aqsa). La posizione precisa del santuario all’interno del vasto pianoro è stata ed è, tuttavia, oggetto di discussione. Studiosi israeliani come il noto archeologo Dan Bahat, tra i massimi esperti di Gerusalemme, hanno sostenuto la collocazione tradizionale del Tempio nell’area dell’attuale Monte del Tempio, con diverse ipotesi sulla sua esatta posizione rispetto alla Cupola della Roccia. Altri studiosi hanno proposto collocazioni differenti all’interno della spianata. In ogni caso, si tratta di ricostruzioni basate su fonti, topografia, strutture successive e confronti archeologici. L’area, per ragioni religiose, politiche e di tutela, non è mai stata oggetto di una ricerca archeologica sistematica paragonabile a quella condotta nella Città di Davide o nell’Ophel. Per questo, anche quando la localizzazione tradizionale appare a molti studiosi la più plausibile, la parola “prova” deve essere usata con cautela.
Il dibattito non è semplicemente fra chi “crede” alla narrazione biblica e chi la rifiuta. Esiste una discussione molto articolata anche fra archeologi ebrei, molti dei quali riconoscono la centralità storica del Tempio ma discutono la ricostruzione urbanistica della Gerusalemme dell’età del Ferro.
Un esempio è quello dell’altrettanto famoso archeologo Israel Finkelstein, che ha proposto una rilettura della topografia dell’antica Gerusalemme. Secondo questa ipotesi, in alcune fasi dell’età del Bronzo e dell’età del Ferro il nucleo principale dell’insediamento potrebbe essere stato collocato più a nord, sull’area del Monte del Tempio, mentre la dorsale oggi chiamata Città di Davide avrebbe avuto un ruolo diverso da quello tradizionalmente attribuitole. La questione è complessa: le trasformazioni urbanistiche successive, soprattutto l’enorme ampliamento della piattaforma erodiana, hanno profondamente modificato il paesaggio antico.
In questo quadro, il ritrovamento negli scavi del Givati Parking Lot è importante per quello che è. È la testimonianza fisica di un edificio monumentale della Gerusalemme del Primo Tempio. È un raro caso di strutture lignee conservate dopo un incendio di guerra. È un documento della distruzione babilonese del 586 a.C. e della fine del regno di Giuda. È una finestra sulla ricchezza architettonica della capitale e sulle tecniche costruttive del tempo. E, forse, offrirà anche un nuovo riferimento scientifico per la cronologia del VI secolo a.C. utile per capire uno dei momenti più imporranti e tragici della storia dell’Israele biblico.
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