Van Gogh e il bene comune del Samaritano

Un libro di Marie Grand mostra come l’amore si manifesta tanto nell’incontro personale quanto nel servizio rivolto a tutti, fino a intrecciarsi con il tema della giustizia
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September 23, 2026
Van Gogh e il bene comune del Samaritano
Vincent van Gogh, “Il buon samaritano”, 1890 (particolare) / WikiCommons
Esistono varie raffigurazioni artistiche del buon Samaritano: la più nota è quella di Van Gogh, tutta incentrata sul protagonista che issa sul cavallo il malcapitato depredato dai briganti; immagine coloratissima ed emblema efficace della parabola raccontata da Gesù per rispondere alla domanda di un dottore della legge: chi è il mio prossimo? Una simile rappresentazione si trova in Delacroix, mentre del tutto diversa è quella di Rembrandt, che pone al centro della scena vari personaggi. Il buon Samaritano è di spalle, intento a parlare sulla soglia della locanda con l’albergatore, mentre sotto di loro un altro uomo solleva colui che è stato picchiato, poi c’è un altro che tiene fermo il cavallo e una donna che attinge l’acqua dal pozzo. Per Marie Grand, autrice del saggio Geografia dell’amore. Un’altra storia del buon Samaritano (Queriniana, pagine 108, euro 14,00) è proprio quella del pittore olandese, conservata alla Wallace Collection di Londra, l’illustrazione più consona della parabola, perché il dispiegarsi della pietà e della compassione non è un movimento che riguarda la singola persona ma la collettività.
Il messaggio dell’autrice è evidente: «Non si può dare all’amore tutta la sua ampiezza e la sua geografia massima senza tenere sempre insieme queste due vie - quella del buon Samaritano e quella dell’albergatore -, quella dell’incontro interpersonale, attraverso cui cerchiamo di farci prossimi a ciascuno, e quella del servizio impersonale, attraverso cui ci rivolgiamo a tutti».
Michel Serres, il grande intellettuale francese scomparso pochi anni fa, nel suo pamphlet Morale per disobbedienti, affronta la questione in un capitoletto dedicato all’umiltà, “figura cristica” che permette al generoso di non vantarsi della sua prodigalità né ad esigere una reciprocità nel suo donare. «C’è stato bisogno – aveva scritto in precedenza – nientedimeno che di un Dio sceso in terra per avviare una catena transitiva, come per il dono. Da cui l’espressione geniale: perdona a noi le nostre offese, come noi le perdoniamo a chi ci ha offeso». Il dono è un processo che non tocca due persone ma tre: chi dona, chi riceve e a sua volta si fa donatore, in una catena del bene che non s’interrompe. Come nella parabola del buon Samaritano, appunto, che spesso ci fa dimenticare l’attore principale del dramma, il ferito che giace nel fosso: il brano evangelico per Serres ci vuole suggerire la ripetitività dell’atto del donare e del donarsi affinché tutti noi ci prendiamo cura di chi è in pericolo o è stato maltrattato e ci chiniamo sulla vittima, la quale è poi chiamata a fare altrettanto, in un processo di benevolenza reciproca che possiamo chiamare empatia. A tutto ciò Marie Grand aggiunge la figura del locandiere, che accoglie lo sventurato, accetta il compenso offertogli dal buon Samaritano che gli promette di tornare per pagargli le spese sostenute per l’alloggio dell’uomo ferito. Tutto ciò per dirci che l’amore è un circuito, in cui ciascuno di noi è chiamato in prima persona a farsi prossimo dell’altro, che siano i nostri familiari o i nostri amici ma anche tutti coloro che la vita ci fa incontrare, e in più a farci carico il più possibile delle necessità degli altri, anche dei più lontani.
Un altro filosofo francese, Paul Ricoeur, citato più volte nel volume, aveva cercato di rispondere alla questione “chi è il mio prossimo?” in un articolo intitolato Le socius et le prochain. Durante l’esistenza ci capitano due tipi di relazioni, quelle corte e quelle lunghe. Le prime sono più immediate, le seconde impersonali: «Il primo amore è intimo, soggettivo, ma esclusivo; il secondo è astratto, ma più vasto». Aggiunge Ricoeur: «Il prossimo è la duplice esistenza del vicino e del lontano. La carità non è necessariamente là dove si esibisce; essa si trova anche nel servizio umile e astratto delle funzioni ed è molto spesso il senso nascosto del sociale». Si può amare tutti? È questa al fondo la domanda centrale della parabola. Commenta Grand: «Non potremo mai abbracciare tutti i nostri simili nel calore del sentimento. Amare tutti significa anzitutto chiederci che cosa dobbiamo a tutti, anche a coloro che non avranno per noi altro volto se non quello statistico o immaginario. Non si può dunque ridurre la parabola del buon Samaritano a una semplice esigenza di carità individuale facoltativa. Essa è anche un appello a vivere e pensare il prossimo sul piano sociale e politico».
L’amore ha a che fare con la giustizia, come ha rimarcato Martin Luther King commentando a sua volta la parabola: «Non basta aiutare un uomo ferito sulla strada di Gerico; è anche importante modificare le condizioni che hanno reso possibile la rapina; la filantropia è lodevole, ma non deve far trascurare al filantropo le circostanze di ingiustizia economica che hanno reso necessaria la filantropia». La carità non è solo un’azione personale, ma un obiettivo di tutta la società: di qui l’elogio delle istituzioni da parte dell’autrice, che siano la scuola o gli ospedali, purché recuperino la loro missione originaria che pone al centro l’essere umano.
Qualcuno ricorderà la polemica sull’ordo amoris innescata nel gennaio 2025 dal vicepresidente americano Vance, che rileggendo san Tommaso giustificava la politica di respingimento degli immigrati della sua amministrazione. Il libro di Marie Grand è stato scritto prima, ma nella postfazione Damiano Bondi vi fa riferimento, ricordando le repliche di papa Francesco e dell’allora cardinale Prevost che negavano chiaramente che Gesù ci chieda di fare una classifica del nostro amore per gli altri.

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