La seconda vita di Aldo Moro: l’intellettuale oltre il politico
La pubblicazione online dell’intera opera politica, giuridica e intellettuale riapre una questione: quanto della complessità dello statista è rimasto non raccontato?

Missione compiuta. Lo storico Renato Moro – figlio del giurista Alfredo Carlo, fratello dello statista – in un memorabile intervento al Quirinale, in occasione del centenario della nascita, avanzò l’appello a «liberare Moro dal carcere brigatista», superando finalmente la tendenza a leggere la sua vicenda «dalla sua fine, come se quest’ultima fosse la chiave rivelatrice di tutto». Ne scaturì il progetto di mettere online tutto il suo pensiero di politico, cattolico e giurista. Ci sono voluti dieci anni per completare un lavoro enorme, ora tutto a portata di “clic”, a beneficio soprattutto di coloro che non hanno avuto modo di conoscerlo in vita e non sono stati aiutati a conoscerlo dopo, per come avrebbe meritato, basti pensare all’introduzione dell’educazione civica nelle scuole. «Moro è stato, e forse prima di tutto, un intellettuale, un osservatore lucido e attento come pochi delle trasformazioni globali della politica e dei problemi della nostra società».
Sono cambiate le cose in questi dieci anni?
«Tantissimo. Certo, se si parla degli anni Settanta l’immagine simbolo resta quella di Aldo Moro nella sua prigione; il caso Moro ha continuato a ispirare libri, film, documentari, opere teatrali. Ma al tempo stesso sono stati condotti tanti studi nuovi, con esiti sorprendenti, sulla sua vita e la sua azione politica e sulle motivazioni che l’anno ispirata».
A quali sorprese vi siete trovati di fronte?
«La prima, in ordine cronologico, riguarda gli inizi del suo insegnamento a Bari: le dispense di filosofia del diritto, risalenti al 1941-1942, finora sconosciute, poi pubblicate per Cedam di Padova, nel 1943. Concepite quando c’era ancora il Regime e pubblicate per un editore che in quel momento era nella Repubblica di Salò. Eppure contengono già quelle idee sullo Stato e sulla persona che poi porterà nella Costituzione».
D’altronde Moro aveva partecipato ai Littoriali degli studenti universitari, portandovi le riflessioni dell’Azione cattolica sulla centralità della persona…
«Per capire questa apparente anomalia va tenuto presente che cos’era l’Azione cattolica in quel periodo. Non solo Moro, anche La Pira consigliava di partecipare a quei raduni, ma nonostante ciò l’Azione cattolica era attenzionata dal Regime, e il suo contributo era caratterizzato da grande autonomia».
Sui contenuti che cosa va sottolineato, di quelle lezioni?
«Si delinea già una visione istituzionale, che si distingue dagli assolutismi comunisti, fascisti e nazisti, ma anche dalla visione liberale, anch’essa assolutista – in qualche modo – in chiave di libertà della persona. Per lui invece l’individuo si realizza dentro una comunità e lo stato etico di cui parla non è quello statalista di Gentile, ma mette al centro la persona e i valori di cui è portatrice. Riflessioni poi confluite nei primi articoli della Costituzione».
Protagonista assoluto nella Costituente, poi ebbe un decennio di impegno politico piuttosto in ombra.
«Ma, ed è questa la seconda grande scoperta, i primi anni Cinquanta furono per lui una fase di grande elaborazione. Anni di preparazione del centro-sinistra e di grande attenzione alla dimensione locale, alla sua Puglia. Sono aree che avevano votato per la monarchia e lui che aveva votato per la Repubblica, già durante la guerra di Liberazione, negli interventi a Radio Bari, si era espresso contro l’epurazione di massa, per risparmiare coloro che non si erano macchiati di crimini specifici, per recuperare l’unità della comunità nazionale, obiettivo che lo accompagnerà sempre».
Poi il Sessantotto, i dubbi sul prosieguo dell’impegno politico, e la scelta di dedicarsi alla politica estera.
«In realtà la politica estera era già stata, negli anni Sessanta, una prospettiva centrale del suo impegno di segretario della Dc, prima, e presidente del Consiglio poi. Ma la terza sorpresa di questi nostri studi sono le riflessioni che fece, nei primi anni Settanta, sul mondo che stava cambiando. E su quell’Italia che era contraria al cambiamento. Non era tanto Milano, Roma o Torino, era l’Italia profonda che lui, uomo di provincia del Sud, ben conosceva. La cosiddetta “maggioranza silenziosa” che votava in larga misura la Dc ma coltivava ancora quella pulsione autoritaria che aveva supportato il fascismo. Sul piano internazionale, in quegli stessi anni, ci fu la crisi del Vietnam, e poi la crisi energetica. Le grandi potenze su cui si reggevano gli equilibri di Yalta stavano entrando in crisi e lui con grande anticipo intravide un processo di globalizzazione in atto che solo nei decenni successivi abbiamo imparato a conoscere».
Nell’estate 1975 il suo capolavoro diplomatico, gli accordi di Helsinki, che videro seduti allo stesso tavolo negoziale l’Europa, gli Usa, l’Unione Sovietica e la Santa Sede. Moro era presidente del Consiglio e al tempo stesso presidente di turno della Comunità europea, e potette firmare nella doppia veste.
«Si disse che quegli accordi avrebbero avuto solo un valore formale, e nessuna conseguenza pratica. Invece poi abbiamo visto quanto Giovanni Paolo II potette giovarsi, nei rapporti diplomatici con l’Urss, di quell’impegno comune, sollecitato dalla Santa Sede, per il rispetto delle minoranze religiose. Con un ruolo di mediazione dell’Europa in quanto tale, non come singoli Stati alleati degli Usa. E qui la visione di Moro fu fondamentale per conseguire l’obiettivo».
In quel suo ricordo al Quirinale, dieci anni fa, evocò Moro nella sua casa di Terracina, sul balcone, alle prese con «enormi mucchi di giornali che gli arrivavano alle ginocchia». Ora il suo pensiero è tutto online. Che rapporto avrebbe avuto, oggi, con i nuovi media?
«Quella pila di giornali era il suo modo di “auscultare” il Paese, come diceva lui stesso, e questa sua immensa curiosità e, insieme, dedizione assoluta al bene comune, oggi lo avrebbe certamente avvicinato anche ai social. Mettendo ordine fra i suoi scritti, rileggendoli tutti, emerge come l’accusa che gli viene mossa di “bizantinismo” sia ingiusta. Pasolini disse che era “incomprensibile come il latino”. Invece, a rileggerlo oggi, appare chiaro e di grande attualità. Era un intellettuale, e certo la sua era una riflessione complessa che va inquadrata nel dibattito politico di quegli anni, che era complesso di suo. Ma ogni volta emerge con chiarezza il suo intento pedagogico, tutt’altro che fumoso, e l’amore per la comunità nazionale che lo muoveva».
Oggi alla Camera la presentazione dell’Edizione nazionale delle Opere
Oggi alle 17, nella Sala della Regina della Camera, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sarà presentata l’Edizione nazionale delle Opere di Aldo Moro, progetto nato nel centenario della nascita, su iniziativa del ministero dei Beni culturali, realizzato all’interno di AlmaDL, biblioteca digitale dell’Università di Bologna. Una raccolta in cui ogni sezione è accompagnata da riflessioni dei curatori e discorsi, interviste, testi giuridici di Moro, da dirigente della Fuci e dei Laureati cattolici, costituente, uomo di governo, dirigente della Dc e docente, fino al Memoriale dalla prigionia. Dopo il saluto del presidente della Camera Lorenzo Fontana interverranno Renato Moro, presidente dell’Edizione, e Francesca Tomasi dell’Università di Bologna. Seguirà una tavola rotonda con Marta Cartabia, presidente emerita della Consulta; Giovanni Mario Ceci e Leopoldo Nuti, di Roma Tre; Antonella Meniconi,Sapienza; Paolo Pombeni, Università di Bologna.
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