
L’acqua scorre sulla roccia e la bagna di un arancio ramato. In equilibrio su un masso, una capra cerca riparo dalla calura all’ombra della vegetazione selvaggia. A pochi metri di distanza, l’imbocco di una galleria squarcia il fianco del monte Munellës, a nord di Tirana: «Se mi guardo indietro, mi chiedo come ho fatto a restare vivo», dice Zenel Drangu, 78 anni, lo sguardo vispo e le mani segnate dal lavoro in miniera. Aiutato da due ragazzi, tira fuori un attrezzo in acciaio da una casupola adibita a magazzino. Si chiama martell, un termine importato dagli ingegneri italiani durante gli anni del colonialismo in Albania, e serviva a spaccare la roccia nelle miniere di rame: «Pesava 35 chili», dice. Zenel è stato prigioniero politico a Spaç, ex carcere e campo di lavoro forzato aperto nel 1968 dal regime comunista albanese, il più duraturo e brutale d’Europa. Oggi la sua missione è raccontare la propria esperienza a chi visita il gulag: ogni estate, la fondazione tedesca Maximilian Kolbe organizza dei campi per giovani provenienti dall’ex blocco sovietico, con l’obiettivo di mantenere viva la memoria di quegli anni.

«Grazie di essere qui», continua a ripetere Zenel prima di spostarsi qualche centinaio di metri più in là, dove sorge un mastodontico complesso industriale per l’estrazione del rame. Dietro al bancone della mensa aziendale, il cuoco indossa una bandana con la scritta “Komando Türkiye” e serve bulgur con pollo agli operai coi caschetti gialli: oggi la miniera che sorge vicino a Spaç è gestita dalla società turca Tete Mining. Negli impianti albanesi, il rame viene arricchito fino al 20% e poi venduto alla Cina, dal momento che qui non ci sono macchinari e stabilimenti adatti alla raffinazione. «Mi dispiace che il governo di Rama non voglia investire nelle nostre miniere», dice Zenel. «È vero, le compagnie straniere ci pagano le tasse, ma il disinteresse da parte dello Stato è uno spreco di risorse per il Paese e mostra scarsa considerazione per il lavoro di noi ex prigionieri». La delusione di Zenel va ben oltre un discorso strettamente economico: molti dei membri dell’attuale governo, tra cui il primo ministro Edi Rama, sono gli eredi del vecchio partito comunista di Enver Hoxha. «L’ex ministro dell’Educazione del regime, Skënder Gjinushi, ricopre la prestigiosa carica di presidente dell'Accademia delle Scienze», spiega l’ex detenuto, che aggiunge: «Durante la mia prigionia, era lui a obbligarci a leggere i libri di propaganda durante il nostro scarso tempo libero». Un fardello, quello degli anni del comunismo, che continua a pesare sul confronto con il passato da parte dei socialisti di Rama: le iniziative per la memoria faticano a decollare e, nelle scuole, l'epoca del regime viene studiata in maniera approssimativa. Nel 2024, con una certa dose di pragmatismo, il ministero della Cultura albanese ha avviato un progetto per la valorizzazione di Spaç e la sua messa in sicurezza. «Il nostro governo sa che i Paesi dell’Unione Europea ci tengono alle politiche della memoria, in primis i tedeschi, che sono un partner chiave per la promozione di questo luogo», spiega Fatos Lubonja, scrittore ed ex prigioniero politico, alludendo alla prospettiva di un ingresso dell’Albania nell’Ue. All’inizio, l’accordo con gli ex detenuti era che si adottasse un approccio archeologico: «Sono le macerie a dover parlare», dice Lubonja. Eppure, oggi una pila di mattoni nuovi giace inutilizzata vicino a quello che rimane dei bagni della prigione: lo scorso anno, manifestazioni di protesta a cui hanno partecipato anche molti giovani hanno portato alla sospensione dei lavori. Il governo, spiega Lubonja, avrebbe tradito il progetto iniziale, concedendo a una casa di produzione di girare un film negli spazi dell’ex prigione e di intonacare alcuni edifici per esigenze di scenografia. «Questo è un luogo di memoria e doveva rimanere tale - afferma Lubonja -. La superficialità con cui è stata gestita la situazione mostra quanto il nostro Paese non sia ancora riuscito a elaborare in profondità il trauma del comunismo ed è espressione della società dello spettacolo costruita da Rama». Da più di cento giorni, lo scrittore è in prima linea tra i manifestanti che stanno percorrendo le strade di Tirana: del resto la stessa “rivoluzione dei fenicotteri”, iniziata a maggio per contestare il mega progetto turistico del genero di Trump, Jared Kushner, sull’isola di Sazan, è voce di un’Albania ormai insofferente di chi svende l’anima del Paese.
Laddove lo Stato viene meno ai propri impegni, sono le persone e le associazioni a cercare strade possibili. Lungo i viali della struttura carceraria, i giovani partecipanti al campo promosso dalla fondazione Maximilian Kolbe si muovono con rastrelli e falcette. Tra le pareti delle turche, di cui rimangono solo le rovine, si tagliano felci e si sradicano erbacce. Al termine dei lavori, il responsabile della fondazione Paulis Apinis commenta: «Non possiamo condividere il dolore degli ex prigionieri e rivivere quello che hanno vissuto, ma con il nostro servizio e la nostra cura possiamo fargli sentire che gli siamo vicini».
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