Se l'algoritmo premia gli estremi

Le elezioni in Germania suggeriscono che le piattaforme digitali favoriscono la polarizzazione, svuotando lo spazio moderato. Con la petizione "Habeas mentem, habeas faciem" vogliamo proteggere la sovranità delle nostre menti
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September 23, 2026
Se l'algoritmo premia gli estremi
L'evento conclusivo della campagna elettorale dell'AfD per le elezioni statali nel Meclemburgo-Pomerania, in Germania/ REUTERS
Il risultato delle elezioni regionali nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore è un terremoto politico: l’Afd ha superato il 38%, la Spd ha ottenuto circa il 35,5%, mentre la Cdu è precipitata sotto la soglia del 5%. Il centro politico tradizionale si è ristretto fino quasi a scomparire. Sarebbe sbagliato ricondurre tutto a una sola causa. Contano la stagnazione, le diseguaglianze economiche e territoriali, l’immigrazione, la paura del declino e la distanza dalle élite. Ma nell’analisi manca spesso un elemento decisivo: il campo sul quale queste paure si trasformano in opinione e consenso politico non è neutrale. È un campo da gioco truccato. Una parte crescente della conversazione pubblica si svolge su piattaforme private il cui profitto dipende dalla capacità di catturare la nostra attenzione. Più tempo trascorso online significa più dati raccolti, più pubblicità e maggiori ricavi. Conflitto, indignazione e ostilità sono tra i mezzi più efficaci per produrre coinvolgimento. Le piattaforme non si limitano a ospitare il dibattito. Costruiscono una prima pagina diversa per ciascuno di noi. Un giornale tradizionale propone una prima pagina uguale per tutti, visibile e contestabile. Una piattaforma ne produce milioni, governate da algoritmi che decidono quali contenuti mostrare, in quale ordine e a quante persone.
Se un messaggio estremo suscita più reazioni, il sistema impara a presentarlo a un pubblico più vasto. Un messaggio ragionevole, che distingue, dubita e cerca un punto d’incontro, genera spesso meno interazioni e scivola verso il basso. Non è necessario immaginare un grande burattinaio politico. Basta l’incentivo economico: più conflitto significa più engagement e più engagement significa più profitti. Nasce così quello che potremmo chiamare “effetto Hulk”. Chi comunica scopre che l’aggressività funziona e, per ottenere like, condivisioni e follower, irrigidisce progressivamente il linguaggio. L’algoritmo registra il successo e lo amplifica ancora. La piattaforma non seleziona soltanto gli utenti più arrabbiati: rende più conveniente diventarlo.
La ricerca economica ha iniziato a misurare questo circuito. Gli studi mostrano che attribuire maggiore peso a like e condivisioni può aumentare contemporaneamente coinvolgimento, disinformazione e polarizzazione. Altre ricerche documentano come il linguaggio ostile verso il gruppo politico avversario sia particolarmente efficace nel generare condivisioni. Gli effetti non sono identici su tutte le piattaforme e in ogni contesto, ma proprio per questo servono accesso ai dati, controlli indipendenti e sperimentazioni trasparenti. Il passaggio successivo riguarda l’offerta politica. In un lavoro con Nazaria Solferino mostriamo che, se gli elettori sono concentrati al centro e partecipano tutti, i candidati hanno convenienza a convergere verso l’elettore mediano. Se invece la distribuzione delle preferenze diventa più concentrata agli estremi e gli elettori possono astenersi quando nessun candidato è abbastanza vicino, la convenienza si rovescia. I candidati si allontanano dal centro per recuperare gli elettori radicali, ma lasciano politicamente orfani i moderati. Il paradosso è che l’affluenza può persino aumentare mentre il centro scompare dall’elettorato effettivo. Gli estremisti precedentemente alienati tornano a votare, mentre i moderati non si riconoscono più in nessuna offerta politica. Non diminuisce necessariamente il numero complessivo dei partecipanti: cambia la loro composizione. Il modello non dimostra che gli algoritmi abbiano causato il risultato tedesco. Sostenerlo sarebbe scorretto. Illustra però un possibile moltiplicatore: le piattaforme premiano il conflitto, la domanda politica si sposta verso le code, i partiti seguono gli elettori più mobilitati e il centro diventa progressivamente irrilevante.
Per questo abbiamo promosso, assieme a molti editorialisti di questo giornale, la petizione Habeas mentem, habeas faciem. Nel 1679 l’Habeas Corpus Act consolidò il principio secondo cui il potere non può disporre arbitrariamente del nostro corpo. Nell’era digitale occorre affiancargli la difesa della sovranità della mente. Nessun potere privato dovrebbe poter orientare in modo opaco e sistematico ciò che vediamo e, attraverso ciò che vediamo, ciò che finiamo per pensare. Servono trasparenza degli algoritmi, responsabilità effettiva delle piattaforme, accesso ai dati per la ricerca, protezione verificabile dei minori, identificazione chiara di chatbot e sistemi artificiali, educazione digitale e regole antitrust. L’Unione europea, con il Digital Services Act, ha iniziato a muoversi in questa direzione. La Spagna ha proposto misure ulteriori sulla trasparenza algoritmica, sull’identificazione degli utenti e sulla responsabilità dei dirigenti. Ma la strada è ancora lunga.
A queste misure aggiungerei una regola radicale contro la proliferazione di bot e profili falsi: un’identità verificata, un solo profilo personale per piattaforma. La piattaforma deve sapere che dietro ogni account esiste una persona reale, senza che il suo nome debba essere necessariamente pubblico. Lo pseudonimo deve restare possibile per proteggere dissidenti, vittime di violenza e persone vulnerabili. Identificazione riservata e anonimato pubblico non sono la stessa cosa. Bot e agenti artificiali devono invece essere sempre riconoscibili e collegati a un responsabile identificato. Le diseguaglianze economiche e territoriali restano reali e richiedono politiche reali. Ma una democrazia che tenta di curarle lasciando intatta la macchina che viola i principi della Costituzione monetizzando rabbia, paura e divisione combatte con una mano legata. La libertà di parola non coincide con il diritto di un algoritmo a moltiplicare alcune parole milioni di volte e a seppellirne altre. La prima è una libertà costituzionale. Il secondo è un potere economico e, come ogni potere capace di incidere sulla vita democratica, deve essere sottoposto a regole. L’Habeas corpus ha protetto il corpo dall’arbitrio. L’Habeas mentem deve proteggere oggi la sovranità delle nostre menti. 

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