Deficit al 3,1%, incognita conti. Salvini chiede il maxi-scostamento

In base ai dati
Istat sul 2025 l’Italia non esce
dalla procedura Ue per deficit: tutto rinviato almeno al 2027.
Rialzato a+0,6% il Pil. Meloni si dice «rammaricata», il ministro Giorgetti «prende atto». Su manovra e flessibilità per difesa ed energia il Governo ora potrebbe andare più cauto
Google preferred source
September 22, 2026
Deficit al 3,1%, incognita conti. Salvini chiede il maxi-scostamento
Il ministro dell'Economia, il leghista Giancarlo Giorgetti/ ANSA
Il “Grande obiettivo” non è stato raggiunto. Ma, potenzialmente, non è detto che sia una iattura. Anche se il Governo ci puntava, o forse solo ci sperava. Invece il verdetto arrivato dall’Istat certifica che nel 2025 l’Italia ha sforato il deficit, che si è attestato al 3,079% (arrotondato al 3,1%) nei confronti del Pil, confermando la prima stima di aprile. Rispetto a questa prima cifra, anzi, c’è stato un peggioramento di 355 milioni. Di conseguenza, restiamo nel cosiddetto “braccio correttivo” del Patto Ue sui conti pubblici nazionali, cioè nella procedura per deficit eccessivo. Con la prospettiva di uscirci ora non prima del 2027, quando verrà certificato il deficit di quest’anno che il Dfp dello scorso aprile fissava al 2,9%.
L’impatto è più simbolico che pratico: parliamo di uno sforamento di circa 1,8 miliardi di euro, al cospetto di una spesa pubblica che supera i mille miliardi e di un Pil a 2.250 miliardi. Poca cosa. Potrebbe anzi indurre il Governo Meloni a mantenere una gestione prudente dei conti pubblici (ecco perché potrebbe non essere una iattura), senza “sbracare” come si è cominciato a fare, ad esempio, con l’abolizione del bollo auto. Tutto dipende dalla “lettura” che verrà data dai membri dell’esecutivo. In questo senso, mentre la premier Giorgia Meloni s’è detta «rammaricata» per la mancata uscita dalla procedura (che in realtà sarà certificata da Eurostat solo il 21 ottobre, pur essendo ormai scontata) e il ministro dell’Economia, il leghista Giancarlo Giorgetti, ha «preso atto, non senza rammarico» dei dati, un segnale non positivo è giunto dal vicepremier e compagno di partito Matteo Salvini: «Dobbiamo affrontare una legge di Bilancio con due conflitti in corso, quindi a me dello zero virgola in più o in meno interessa zero», ha detto il ministro delle Infrastrutture, aggiungendo che «solo come ministero a me servono 8 miliardi cash a fine anno per pagare i lavori già fatti», per cui «è evidente che serve uno scostamento di bilancio da miliardi». Più cauta, invece, la visuale dell’altro vicepremier, il forzista Antonio Tajani: «Quello 0,1% è un’inezia. Siamo nella direzione giusta». Un verso avallato anche da un altro dato reso noto dall’Istat che, dopo una serie di elaborazioni, ha rivisto pure la crescita del 2024 all’1,1% (cioè un netto 0,3% in più) e quella dell’anno scorso allo 0,6%, un decimale sopra la prima previsione. Tanto più che l’agenzia Fitch ha intanto rivisto il Pil dell’anno all’1%, in crescita di 0,4 punti. «Sta accadendo ogni anno - ha sostenuto la Meloni ieri sera alla Rai -, non so se l’Istat sottostima gli italiani o il Governo e questo mi dispiace». Mentre - va da sé - le opposizioni invece parlano comunque di «fallimento» e calcano la mano. Per Giuseppe Conte (M5s) «questi 4 anni lasciano l’Italia in gabbia».
Come detto, nei fatti non cambia molto, rispetto all’eventuale uscita dalla procedura, ai fini della costruzione della prossima manovra 2027 e anche delle maggiori spese per 36 miliardi in due anni chieste per l’energia e la difesa con la clausola di salvaguardia Ue già attivata (queste ultime ora saranno però conteggiate come deficit, è questa l’unica differenza): il Governo potrà spendere lo stesso questi soldi. Le conseguenze (se ci saranno) potrebbero essere indirette: perché, dato per scontato che l’esecutivo non cercherà nuove entrate con cui coprire tali costi in più, potrebbe valutare e frenare su parte di queste spese fatte in deficit, specie quelle in armamenti più invise ai cittadini, per evitare che il disavanzo dell’anno cresca troppo oltre il 3% (più difficile che si tocchino i fondi contro il caro-energia). Perché sempre a quel limite bisogna tornare.
In generale, comunque, certo si complica la caccia alle risorse in vista della prossima manovra, in una traiettoria già vincolata dal limite alla crescita della spesa pubblica netta. E il bollettino dell’Istat fa tornare sul tavolo l’idea di andare a chiedere un contributo a banche e colossi dell’energia. Ma l’Abi a sua volta torna a mettere le mani davanti: «Le banche hanno già dato», ha ricordato il presidente Antonio Patuelli.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire