Partire dalla fede per capire la finanza

Per capire la nascita dell’economia europea occorre guardare anche a monasteri, francescani, teologi e Monti di Pietà
Google preferred source
September 22, 2026
Partire dalla fede per capire la finanza
Domenico Induno, “Monte di Pietà”, 1856 (particolare) / WikiCommons
Il mercante di Venezia di Shakespeare è un capolavoro sotto molti profili, inclusa la sua capacità di mostrarci che è impossibile comprendere la finanza italiana ed europea senza partire, da subito, dall’intreccio essenziale di economia, religione e fedi. Usura, dono, Bibbia, battesimo forzoso per l’ebreo, mercanti lodati e usurai condannati, sono tutti personaggi, insieme a Shylock, Antonio, Porzia e Bassanio del Mercante. Il saggio del giornalista Alessandro Marzo Magno (L’invenzione dei soldi. Quando la finanza parlava italiano, Laterza, pagine 286, euro 20,00) si muove su un terreno diverso, e per questo la sua storia dei soldi, pur contenendo belle pagine e buone informazioni, non convince del tutto proprio sul piano metodologico.
C’è stato un lungo periodo (buona parte del Novecento) quando la storia economica italiana ed europea veniva narrata come faccenda interamente laica, una laïcité intesa in modo bizzarro e ideologico. Nei manuali di storia medioevale, inclusa la storia economica, al ruolo economico dei monasteri venivano dedicate poche pagine, e in genere nessuna ai francescani, alle loro idee economico-finanziarie, ai loro Monti di Pietà e Monti frumentari, alle idee di Giovanni Olivi o di Bartolo da Sassoferrato. Se si prendono testi classici di storia medioevale della scuola storica francese, da Bloch a Pirenne, il ruolo del cristianesimo è relegato in uno al massimo due capitoli (“il monaco” e “il santo”, nell’Uomo medievale di Le Goff), presentati come due casi particolari all’interno di una narrazione della storia dell’Europa medioevale dove cristianesimo e società europea corrono su due binari paralleli, salvo incrociarsi per le vicende politiche del papato, delle crociate, e magari di Cluny. Non diverso era l’atteggiamento della scuola italiana, quella di Armando Sapori o di Gino Luzzatto, per arrivare oggi a Franco Cardini o ad Alessandro Barbero, che si è occupato finalmente di San Francesco in vista dell’ottavo centenario. Come se fosse possibile capire la storia della società, della cultura, della scienza, dell’arte e dell’economia europea senza una seria, competenza teologica, biblica e di storia della chiesa.
Negli ultimi decenni, grazie a Dio, la cose stanno cambiando, soprattutto, ma non solo, in Italia si pensi in Francia alla riscoperta del ruolo economico dei monasteri, in lavori come quelli di Pierre Musso. I lavori di Adriano Prosperi, e in ambito più strettamente economico di Maria Gabriella Muzzarelli, Giacomo Todeschini, Paola Pinelli, Luca Parisoli, Francesca Trivellato, hanno mostrato che per comprendere non solo la società ma anche l’economia e la finanza europea, l’elemento cristiano-cattolico, spesso in dialogo con gli ebrei, è essenziale, non è accidens ma substantia. Il cristianesimo era la cultura del medioevo, tutto era quindi visto e letto dentro quella forma di mondo. Inclusi i libri contabili, che molto prima di Pacioli e Cotrugli (ben narrati da Marzo Magno), nei loro “libri della ragione” avevano conti intestati a “Messer domineddio”. Per non parlare del monachesimo. I monasteri furono anche il movimento economico più importante, almeno fino alla rivoluzione commerciale (che mandò in crisi anche il monachesimo che era economia della terra). Mentre un mondo e la sua economia antica implodevano (quello romano), un nuovo mondo e una nuova oikonomia si edificavano dentro le mura delle abbazie. Un immenso movimento racchiuso nel motto ora et labora. Quei monaci capirono che l’Europa non sarebbe risorta senza resuscitare anche il lavoro e l’economia. E così, mentre salvavano i manoscritti di Cicerone e di Isaia, in quei monasteri si salvavano anche conoscenza di erbe medicinali, di liquori, formaggi, vino e olio, tecniche forestali e di bonifica delle acque, conii di monete e sistemi contabili, e molti mulini: antiche culture e colture. Oggi lo sappiamo, ma chi ha raccontato la nascita dell’economia di mercato nel secolo scorso lo sapeva un po’ meno, e così ha dimenticato il monachesimo tra i grandi artefici della nuova economia medioevale. Quei monasteri erano anche sperimentatori e custodi di tecniche contabili, codici commerciali, statuti mercantili, documenti economici, banche del grano e di molti generi alimentari essenziali per la popolazione. I monasteri divennero poi una rete europea di hub socio-culturali-spirituali dove, soprattutto dopo l’anno mille, si svilupparono fiere, commerci, scambi, perché lì era custodita e alimentata la fides-fiducia. Dal vangelo e dalla vita i primi padri fondatori (Benedetto, Pacomio…) e più tardi i riformatori del monachesimo capirono che l’economia era troppo importante per la vita e che se non è messa al servizio della vita diventa essa la padrona della vita di tutti, fuori e dentro i monasteri e la chiesa. E così se ne occuparono, generando il primo grande esperimento globale di economia cooperativa dell’Europa cristiana, la prima rete economica europea. I carismi religiosi sono stati i grandi protagonisti dell’economia medioevale. Nel secondo millennio furono gli ordini mendicanti a continuare le innovazioni economiche, meno eclatanti e poco studiate, ma non meno importanti per l’Europa. Senza capire l’oikonomia della fede cristiana e il suo intreccio con l’economia delle monete, non si entra nel cuore della nascita e della storia dell’economia europea, tantomeno italiana; detto per inciso, Marzo Magno liquida con mezza pagina tutta la storia della finanza e della moneta prima di Carlo Magno, ignorando tutto quanto era successo in Babilonia, Grecia, Roma.
Queste considerazioni oggi fanno parte del bagaglio di molti storici economici medioevali, perché abbiamo capito che non è possibile capire lo sviluppo dell’economia genovese o fiorentina tra Duecento e Trecento senza prendere sul serio il ruolo dei francescani, le loro idee economiche, il loro compito essenziale nel rendere più lecito il mestiere dei mercanti, e la loro discussione profonda dei vari tipi di usura.
Nell’ampio e ben scritto libro di Alessandro Marzo Magno l’elemento religioso entra qua e là, senza rappresentarne uno dei suoi assi cartesiani. E così, nelle molte pagine dedicate al medioevo, dei Monti di pietà - istituzione italiana fondamentale dell’economia tra Medioevo e Modernità, nata prima degli ebrei (il pegno è istituto di diritto romano) e poi riprese e sviluppata dai francescani dell’Osservanza - si parla in poche pagine, e con importanti omissioni e imprecisioni. Si ignora, ad esempio, l’opera fondamentale di Marco da Montegallo, e si ripete la tesi superata da anni che il primo monte sia quello di Perugia (1462). L’autore non entra nella logica del funzionamento dei Monti (se non per ribadire l’antica accusa di antisemitismo, solo in parte vera, come hanno mostrato Todeschini e la Pinelli), né nella motivazione che spingeva Bernardino da Feltre ad essere favorevole al prestito ad un moderato tasso d’interesse (attorno al 5%), mentre Marco da Montegallo e la sua scuola essenzialmente marchigiana era contrario. Bernardino, infatti, distingueva l’interesse dal mutuo (illecito) dall’interesse per il mutuo (lecito), e quindi rivendicava il pagamento di un interesse per rendere possibile l’esistenza del Monte e quindi concedere il mutuo, coprendo le spese per il funzionamento del Monte (inclusa la gestione delle aste dei pegni non riscattati). Nessun accenno ai Monti Frumentari, l’altra grande istituzione di finanza solidale e rurale originata dai francescani e poi andata avanti, in migliaia di città e paesi, fino al XX secolo. Anche gli accenni ai divieti al prestito usurario, si fermano alla superficie del fenomeno, e per molte ragioni che comunque rimandano alla poca analisi teologica e biblica del fenomeno. Se poi il libro avesse analizzato il libro di Scipione Maffei, Sull’impiego del denaro (1744), avrebbe scoperto molte cose importanti sulle radici profonde dei dibattiti sull’usura nei secoli passati, incluso quello (con i teologi tradizionalisti Concina e Ballerini) che portò l’anno successivo alla prima enciclica di Benedetto XIV che rese in alcuni casi legittimo un (moderato) interesse.
Non è possibile chiedere a chi scrive libri di storia della moneta in Italia di essere competente in teologia, Bibbia e storia della chiesa, sarebbe troppo; ma forse, oggi, per scrivere buoni saggi bisogna conoscerne più di quanto se ne doveva conoscere trent’anni fa, e occorre studiare la storia in gruppi di ricerca veramente interdisciplinari, rivalutando, laicamente, le competenze teologiche e bibliche.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire
Temi