Regole per l’IA? Le chiede anche il mercato. Ora tocca alla politica
A parlare di un necessario rallentamento nello sviluppo dell’Intelligenza artificiale sono gli stessi leader delle big tech che detengono il potere della nuova rivoluzione tecnologica. Ma a chi spetta la responsabilità di dettare limiti (globali) validi per tutti?

Rallentare l’Intelligenza artificiale? Lo ha scritto l’enciclica Magnifica humanitas: «Chiedere prudenza, verifiche rigorose, e talvolta anche un rallentamento nell’adozione dell’IA non significa essere contro il progresso, ma esercitare una cura responsabile verso la famiglia umana». Lo propongono oggi Dario Amodei di Anthropic, Sam Altman di OpenAI e, con meno forza, Elon Musk, peraltro tutti coprotagonisti del rapidissimo sviluppo della IA negli ultimi anni. Preoccupazioni ha espresso anche Bill Gates, mentre più sfumate sono le posizioni di Mark Zuckerberg (Meta) e di Huang Jensen (Nvidia).
La velocità dell’innovazione rischia di creare un’IA capace di autogenerarsi fino a procedere fuori dal controllo di chi l’ha creata? Negli ultimi mesi sono accaduti incidenti inquietanti: “fughe” dalla sandbox (l’ambiente isolato in cui l’IA opera senza avere accesso al sistema reale circostante), “collaborazioni” tra diverse IA per nascondere parte della loro attività e dei loro errori a chi le gestisce... Da ultimo, un giovane ricercatore di Anthropic, Jacob Coxon, si è dimesso affermando che a breve l’IA potrà sterminare l’intera umanità, e la sua azienda non lo ha smentito.
Ci si chiede quali siano le vere motivazioni della proposta di rallentare lo sviluppo dell’IA da parte di ceo di queste grandi imprese. È solo l’ennesima operazione di marketing per enfatizzarne le enormi potenzialità dell’IA e far crescere il valore delle loro aziende? Amodei e Altman però sembrano fare sul serio: si sono detti disponibili al controllo, da parte di enti indipendenti, di un’eventuale moderazione dell’IA e dei loro standard di sicurezza. Ma allora perché non realizzano essi stessi tale rallentamento invece di chiedere ad altri di imporre un freno? Probabilmente il motivo principale è che se lo facessero mentre i concorrenti continuano come prima sarebbe per loro economicamente rovinoso.
Se anche Amodei e Altman pensano anzitutto ai propri interessi, tuttavia, non vuol dire che il loro allarme sia infondato. Ed è comunque un’importante novità che grandi poteri economici, finanziari e tecnologici ritengano dannoso anche per i loro interessi l’attuale ritmo di innovazione dell’IA tanto da chiederne una regolamentazione. Generalmente, infatti, chi produce è allergico a regole sui suoi modi di produrre e sul prodotto che immette sul mercato. Stavolta, invece, la richiesta di regole viene proprio da parte degli imprenditori dell’IA. «Non può essere un piccolo numero di aziende – ha detto Altman – a prendere decisioni che dovrebbe prendere il mondo».
Sembrano rovesciarsi le parti. Veniamo da tanti anni di prevalenza incontrastata dello slogan “meno Stato e più mercato”, mentre adesso è come se fosse lo stesso mercato a chiedere più Stato.
Sembra andare in questo senso anche Alex Karp, socio di Peter Thiel in Palantir. La parola, dunque, passa alla politica. Come ha scritto Leone XIV, «serve una politica più presente, capace di rallentare dove tutto accelera e di proteggere gli spazi in cui le comunità [umane] possono ancora partecipare e interrogarsi» anche su come indirizzare l’IA.
Ma decenni di “meno Stato e più mercato” non sono passati senza danni. Meno in Europa, dove da tempo l’UE cerca di regolamentare l’IA, malgrado sia stata molto criticata per questo, anche in Italia. Diverso è invece il caso degli Stati Uniti, dove una prolungata egemonia neoliberalista da anni ha piegato la politica agli interessi dei grandi gruppi economico-finanziari. Non a caso, Trump si è schierato con quanti respingono l’idea di regolamentare l’IA. A spingerlo in questo senso è anche la convinzione che la velocità di innovazione dell’IA è un elemento decisivo della potenza economica americana e, quindi, un aspetto cruciale pure della sua sicurezza, specie nella concorrenza con la Cina.
La posizione del governo cinese è speculare: ha anch’esso respinto infatti l’allarme per un’innovazione dell’IA troppo veloce. Come in Occidente, però, anche in Cina – dove l’enciclica di Leone XIV è stata molto apprezzata – non mancano voci preoccupate, come ha riportato China Files. La Cyberspace Administration of China ha riconosciuto che «i rischi estremi di perdita di controllo dell’IA sono già visibili», mentre secondo Zheng Yongnian c’è il rischio non tanto che l’IA distrugga gli esseri umani ma che ridefinisca il significato stesso di “essere umano” e di identità umana.
Insomma, al di là delle prime reazioni, essenzialmente difensive, della politica, il problema è troppo serio per sbarazzarsene facilmente. Non a caso, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent – pur ribadendo che gli Stati Uniti non rallenteranno il proprio sviluppo nell’AI – ha affermato che Washington avrebbe sollevato il problema durante gli incontri con i cinesi a New York durante questo fine settimana.
Il dibattito, insomma, è aperto. Ed è cruciale anche per quanto riguarda la democrazia: gli Stati riprenderanno a difendere i loro cittadini davanti ai grandi monopoli economici, finanziari e tecnologici? Dagli anni Settanta del secolo scorso la politica è diventata sempre più subalterna all’economia, alla finanza e alla tecnologia: intorno all’IA può cominciare un’inversione di tendenza? Perché si realizzi è necessario passare anche attraverso accordi internazionali, come ha sottolineato il presidente Mattarella con cui concorda il cardinale Pietro Parolin. In primis, è impossibile che gli Stati Uniti rallentino la corsa dell’IA se non lo fa anche la Cina, e viceversa. Questione di democrazia, dunque, ma anche di cooperazione internazionale e, perciò, di pace. Come ammonisce la Magnifica humanitas, occorre «disarmare l’IA» in tutti i sensi, sottraendola «alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma [anche] economica e cognitiva».
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