Il "mio" don Di Liegro e quella "santità" che ho vissuto accanto a lui
Il ricordo appassionato di un cronista del fondatore della Caritas diocesana di Roma all'indomani dell'annuncio dell'apertura della causa di beatificazione

«Don Luigi prima di costruire qualunque cosa, ha voluto “vedere” e ascoltare la realtà»; così papa Leone XIV ha descritto don Luigi Di Liegro annunciando l’avvio dell’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù e la fama di santità del fondatore della Caritas romana. Era proprio così don Luigi, andava a vedere e ascoltare, poi valutava e quindi costruiva. E così costruiva “case” solide, che durano ancora nel tempo, sia quelle di mattoni che quelle delle idee, dei discernimenti, delle scelte. Proprio per questo don Luigi era per me una manna, quando quasi cinquanta anni fa ho cominciato il mestiere di giornalista “consumando la suola delle scarpe”, come ci ha invitato a fare tante volte papa Francesco. Per vedere, ascoltare e poi scrivere. Don Luigi era una fonte inesauribile di notizie perché anche lui “consumava la suola delle scarpe” e aveva così i sensori della città, che quotidianamente incontrava e viveva. Incontrava i suoi problemi, le sue fatiche, gli ostacoli. Li denunciava con forza ma non si limitava a questo. Li affrontava, cercando di coinvolgere la comunità, non da navigatore solitario ma col “noi”. Addirittura chiamando la città a una riflessione corale, col “Convegno sui mali di Roma” del febbraio 1974, che nel titolo riassumeva il suo impegno: “La responsabilità dei cristiani di fronte alle attese di carità e giustizia nella città di Roma”. E ancora prima, come ha ricordato il Papa, nel 1969 aveva dato vita alla prima “Indagine sociologica sulla religiosità dei cristiani di Roma”, che mise in luce la divaricazione tra fede dichiarata e scelte concrete. Da lì partì la sua idea di carità diversa, non elemosina o assistenzialismo, ma azione per la giustizia. “Non c’è carità senza giustizia”, si legge sulla sua tomba, ma da realizzare in rete. Quella di don Lui era una chiamata, alle parrocchie, alle associazioni, alle istituzioni, pretendendo che finalmente si muovessero. Ma se non lo facevano ecco che la Caritas metteva in campo segni concreti. Con cuore e con l’intelligenza.
«Fare il bene e farlo bene», mi ripeteva spesso. Guardando alle vere emergenze. Nacquero così la prima casa famiglia per ammalati di Aids, contestatissima da parte degli abitanti del quartiere “ricco” di Roma e da una parte della politica. E poi la mensa per poveri e senza dimora, l’ostello, l’ambulatorio per gli immigrati. La sua presenza, col suo corpo e i suoi “ragazzi” tra gli immigrati nel ghetto della ex Pantanella, dove arrivò a celebrare il matrimonio tra una ragazza italiana e un ragazzo pachistano. “Lo scandalo”, per tanti, uno dei tanti “scandali” di don Luigi. Tutti temi per miei articoli. «Vieni a vedere», era il suo invito, al quale non si poteva dire di no, sapendo che voleva dire «vivi un po’ con noi». Così il mio primo articolo per Avvenire fu proprio sulla Caritas, al quale ne seguirono a centinaia, miei e dei miei più giovani colleghi. Venni “prestato” da Avvenire alla Diocesi per rinnovare le pagine di Roma7. Tutte le mattine prima di andare nella mia stanza in Vicariato passavo da don Luigi. «Oggi cosa scriviamo?». Gli chiedevo notizie e aggiornamenti o per progettare qualche “campagna” insieme. Fu così per i rom, per i loro diritti. Una campagna di giustizia che però portò a un durissimo scontro col Comune di Roma, allora guidato dal sindaco Pietro Giubilo. A don Luigi e alla Caritas (e a noi di Roma7 che provavamo ad essere la loro voce) arrivarono attacchi e perfino insulti. Ma alla fine, come per la classica Canossa, vennero da don Luigi a chiedere scusa. Perché lui certo non mollava, non arretrava nella difesa dei diritti dei più deboli e dimenticati. Ed era un piacere seguirlo e raccontarlo. Soprattutto per la sua concretezza.
Poche chiacchiere e moltissimi fatti. Così la pace per lui fu aderire convintamente all’obiezione di coscienza al servizio militare. Ma concretamente, aprendo i servizi Caritas agli obiettori in servizio civile. Non solo un “no” alle armi di morte ma un “sì” alla non violenza, scegliendo di essere al fianco degli ultimi della città, coniugando pace con giustizia. Una bellissima comunità quella degli obiettori di allora, dove lo sporcarsi le mani si univa alla riflessione e alla preghiera. Come era don Luigi. Tanti sono passati nei servizi che aveva fatto nascere, tanti dopo quel periodo hanno deciso di restare, trasformando il volontariato in professione. Il bene fatto bene. Anche in questo don Luigi era più avanti, molto più avanti. Per qualcuno troppo. Così il 13 novembre 1986 l’allora ministro della Difesa, Giovanni Spadolini, ordinò un’ispezione dei carabinieri alle sedi della Caritas per controllare cosa facessero gli obiettori e se, soprattutto, c’erano. «Non c’erano perché erano per strada, coi più deboli e gli scartati», mi disse allora. Come faceva lui ogni giorno. C’è un ultimo, ma non meno importante impegno di don Luigi, impegno attualissimo. Quello in carcere, accanto anche agli ex terroristi. Li accompagnò, assieme a padre Adolfo Bachelet, fratello di Vittorio, ucciso dalle Br il 12 febbraio 1980, nel difficile cammino del riscatto, della rinascita, del perdono. Giustizia riparativa decenni fa, quando ancora gli anni di piombo erano vicini. Così alcuni di loro li ho incontrati come volontari nei servizi della Caritas, accanto ai più deboli, dopo aver insanguinato le vie della città. La giustizia di don Luigi, che non condannava mai, non chiudeva la porta, ma apriva braccia e cuore. «Non chiedo da dove vieni ma dove vogliamo andare insieme». Molte volte in questi recenti anni difficili, dove giustizia e diritti sono messi in discussione, mi sono chiesto cosa avrebbe fatto don Luigi. «Nel suo ultimo intervento, poche settimane prima di morire – ha ricordato papa Leone -, disse ai suoi operatori: “Il discernimento è questa domanda: Signore, dove sei?”». Don Luigi lo vedeva e lo trovava negli ultimi, i dimenticati. Lo avrebbe fatto anche oggi, di sicuro non sarebbe stato zitto e con le mani in mano. Avrebbe lavorato sporcandosi le mani tra gli scartati, vecchi e nuovi, per rendere Roma davvero una città per tutti. Avrebbe inventato nuove “case” per fare davvero Roma la casa di tutti. E a me sarebbe piaciuto ancora andare nella sua stanza e dirgli «don Luigi oggi cosa scriviamo?». E ne avrebbe avute di storie da raccontarmi. Perché, diceva pochi giorni prima di morire, serve «il discernimento per una cultura diversa, che obbliga tutti a fare uno sforzo in più, ad andare un po’ più in profondità». Proprio quello che papa Leone, vescovo di Roma, invita a fare, seguendo l’esempio di don Luigi.
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