«Le stimmate? Una proposta di senso per tutti»

Parla il guardiano del santuario della Verna, dove sta notte saliranno a piedi e rimarranno in preghiera circa 1.500 pellegrini per la festa che ricorda l'incontro di Francesco con il Crocifisso
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September 16, 2026
«Le stimmate? Una proposta di senso per tutti»
Veduta del Santuario francescano della Verna in provincia di Arezzo in Toscana, luogo dove San Francesco ricevette le stimmate / Siciliani
La roccia nuda del monte della Verna, levigata dal soffiare del vento, dalla pioggia e dalla neve, mette a nudo anche chi lì arriva, la tocca, ci prega. E tra oggi e domani, a tornare all’essenziale in quel santuario in provincia di Arezzo, quest’anno sono in circa 1.500. Ogni anno, la sera del 16 settembre, partendo dalla chiesa parrocchiale di Chiusi della Verna, i pellegrini salgono a piedi al santuario, dove rimangono in preghiera tutta la notte. Nello stesso periodo, durante una Quaresima per la festa di san Michele, intorno alla festa dell’Esaltazione della santa Croce, anche san Francesco, in un momento di particolare tormento, si trovava su quel monte, per chiedere di sentire nel suo cuore e nella sua carne tutto l’amore e tutto il dolore che Cristo aveva provato sulla Croce. È l’inizio della storia che ha fatto del Poverello di Assisi il primo stimmatizzato della storia e che continua a interrogare i pellegrini di oggi, che trovano alla Verna un luogo santo, da dove ripartire dopo ogni battuta d’arresto. A parlarne ad Avvenire è fra David Gagrcic, da poco nuovo guardiano del Santuario, dopo sei anni di vita nella comunità che custodisce quei luoghi. «I pellegrini arrivano per le 23 - spiega -, quando inizia la Messa presieduta dal ministro generale dei frati minori Massimo Fusarelli. Lui stesso, presiederà oggi anche la celebrazione delle 11, con la presenza del Gonfalone del Comune di Firenze, e l’Ora nona con la processione alla Cappella delle Stimmate. In più, per i giovani è sempre previsto un ritiro».
Ma cosa sperimenta chi arriva fin lassù?
«Sono tre i “movimenti” di Francesco che vengono ripercorsi. Il primo è quello della salita: Francesco, salendo alla Verna vive la sua crisi interiore scegliendo di abbracciare la Croce, accettando la sfida del deserto, cercando un luogo di riparo e di silenzio in cui nascono le nude domande rivolte a Dio: “Chi sei tu?”, “Chi sono io?”. Anche i pellegrini, procedendo a piccoli passi, si immergono in questa foresta, nel suo silenzio e nel colloquio con Dio. Solitamente siamo abituati a parlare incessantemente, qui si impara il valore dell’ascolto. Siamo abituati ad avere risposte immediate, qui si rimane in attesa. Siamo abituati a controllare tutto, nel silenzio possiamo controllare poco. Samo chiamati, quindi, a non fuggire dalla prova, ma ad affrontarla. Il secondo “movimento” è quello dello stare sul monte: darsi del tempo, abitare la propria domanda di senso e, come dicevano gli antichi, “meditare il libro della Croce”, che significa immergersi nella Pasqua di Gesù e riconoscere che Dio è presente anche nelle notti più buie. Infine, la discesa dal monte permette a questa esperienza spirituale di non rimanere personale o un soliloquio, ma di aprirsi al mondo. Anche Francesco, dopo aver ricevuto le stimmate regalò a frate Leone la “cartula” con le “Lodi di Dio Altissimo”, la preghiera che racchiude l’esperienza che aveva fatto, e la benedizione scritta per lui, che Leone ha portato fino alla fine cucita nel suo abito»
Quali sono le ferite del mondo di oggi?
«Dice il Salmo: “Il cuore dell’uomo è un abisso, chi lo potrà conoscere?”. In tanti anni qui, ho ascoltato sempre storie diverse. Più in generale, è una domanda di senso quella che viene posta. Si cerca un orientamento vocazionale o esistenziale, che possa poi dare ordine e delle proprietà alla vita, permettendo di riconoscere ciò che è superfluo e impedisce la fioritura di sé e delle relazioni con gli altri»
Un esempio?
«La vita è come un grande supermercato, a volte ci si smarrisce, senza sapere cosa ha qualità e cosa no, mentre si cerca qualcosa di autentico. Quello di Francesco è un cibo buono che ha il sapore del Vangelo. I giovani sono molto alla ricerca di punti fermi, mentre tra gli altri problemi che le persone si portano dietro ci sono sicuramente quelli di salute e quelli relazionali (coppie separate, relazioni fallite…)»
Si rifiorisce ancora, come è accaduto a Francesco?
«Tra le tante, mi viene in mente una persona arrivata alcuni anni fa per puro caso. Apparteneva a una famiglia massonica anticlericale. Al Santuario ha iniziato a partecipare alla Messa, è rimasta commossa dalla liturgia, dal luogo e dall’accoglienza dei frati e ha iniziato, in tarda età, un cammino di fede, iscrivendosi a un’università cattolica e studiando il greco per approfondire la Bibbia. È commovente vedere la passione che ci sta mettendo. Stiamo notando anche che tra chi arriva e torna a più riprese stanno aumentando i cosiddetti cattolici di soglia, non cattolici o persone che si sono allontanate dalla Chiesa»
Quindi accadono ancora miracoli?
«Il miracolo più grande è vedere che le persone ritrovano un senso: Gesù non fa scomparire i problemi magicamente, ma dà la capacità di stare nelle situazioni, una chiave di lettura e soprattutto mostra che non si è soli, perché c’è Lui e c’è una comunità cristiana. Questo al Santuario si sperimenta: la liturgia è molto pastorale, l’assemblea canta tutti i salmi, al termine delle preghiere comunitarie c’è sempre modo di parlare con i frati e le suore, il che permette di sentirsi visti e ascoltati e di proporsi per fare anche dei servizi»
Le stimmate però rimangono impresse sul corpo del santo. Quale è il loro rapporto con il dolore?
«Chi fa esperienza di un amore vero, autentico, sa che non è possibile disgiungerlo dal dolore. Non va inteso come un desiderio di sofferenza, ma per come lo vive anche Gesù: si tratta di accogliere la vocazione a dare la vita per gli altri. Come un padre o una madre che si sacrificano per i propri figli o un missionario che si spende per la gente del proprio villaggio. L’amore lì si esprime in un desiderio di cura che porta a essere dimentichi di sé, dietro il quale c’è anche della sofferenza, Ma è una sofferenza che qualifica l’amore. Quando Francesco, prima di ricevere le stimmate, chiede di provare “amore e dolore” chiede che questo amore sia di qualità, non un sentimento o una parola vuota, ma denso di significato e di vita»
Quindi le stimmate sono per tutti?
«La proposta è quella di assomigliare sempre di più a Gesù. Le stimmate, come il battesimo, sono un sigillo. Dicono a ognuno: “Ricorda che tu sei di Cristo”. In questo senso siamo tutti chiamati ad essere degli “stimmatizzati”, anche se non nella carne. Si tratta di riassaporare o ritrovare questa realtà battesimale, difronte alla quale tutte le altre sono relative»
Chi non è cristiano come entra in contatto con questa esperienza?
«Attraverso la foresta, dove in molti vanno a camminare. Le stimmate vengono ricevute da Francesco in un bosco e i primi testimoni sono le piante, gli animali, le grotte, che diventano così una cattedrale naturale. Il fenomeno di chi arriva alla Verna a piedi, tra l’altro, sta aumentando e anche dal punto di vista pastorale ci stiamo orientando per organizzare sempre meglio un incontro con i camminatori. Non tutti sono credenti, ma è vero che mettersi in cammino permette una maggiore disponibilità all’ascolto e all’incontro».

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