In Senegal test per il debito:
«Banco di prova per lo sviluppo»

Dopo la scoperta di un buco da 11 miliardi nei conti e l’accordo con il Fmi per un nuovo piano da 2,2 miliardi di dollari, il governo proverà a sfruttare la riforma del Common Framework del G20. Con tassi in salita e crescita in frenata, il negoziato tra Dakar e i creditori diventa cruciale per l’intero sistema di gestione dei passivi dei Paesi fragili
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September 16, 2026
In Senegal test per il debito:
«Banco di prova per lo sviluppo»
Proteste nella capitale senegalese Dakar contro l’aumento del costo della vita/ Epa
Il Senegal è diventato il nuovo banco di prova della gestione internazionale del debito nei Paesi fragili. Il presidente della Banca mondiale Ajay Banga ha annunciato che lunedì incontrerà il presidente senegalese Bassirou Diomaye Faye: l’obiettivo è che Dakar sfrutti, «a una velocità più rapida rispetto ai casi precedenti», il Common Framework del G20, il meccanismo creato per affrontare le crisi del debito dei Paesi più poveri. Varato nel 2020 durante la pandemia, il Common Framework avrebbe dovuto risolvere le dispute tra governi debitori, creditori pubblici e privati, ma i casi finora affrontati – come Zambia e Ghana – hanno mostrato quanto sia difficile mettere d’accordo soggetti con interessi diversi. Nel frattempo il peso è rimasto sulle economie dei Paesi debitori.
Il Ghana ha vissuto la sequenza classica di queste crisi, tra conti pubblici deteriorati, inflazione alle stelle, moneta svalutata, proteste di piazza. Nel 2022, dopo mesi di resistenza, Accra ha chiesto l’intervento del Fmi e a fine anno ha dichiarato default sulla maggior parte del debito estero. Lo Zambia, primo Paese africano a fare default durante la pandemia, ha affrontato una trattativa altrettanto lunga, aggravata da siccità e crisi energetica. Il governo di Lusaka considera ormai superata la fase acuta, ma lavora ancora con il Fmi per consolidare la stabilizzazione.
È anche per evitare che questi tempi lunghi si ripetano che il G20 ha cercato di correggere il meccanismo. Banca mondiale, Fmi e Paesi del G20 hanno creato una Tavola rotonda globale sul debito sovrano, un luogo di confronto fra Paesi debitori, creditori pubblici e privati per affrontare gli ostacoli che hanno rallentato le precedenti ristrutturazioni. È stato inoltre preparato un vero e proprio “manuale operativo” per la ristrutturazione del debito, una guida che indica i passaggi della procedura e dovrebbe renderli più chiari e prevedibili. La nuova versione del meccanismo, approvata a maggio, punta inoltre a collegare più strettamente il trattamento del debito al programma finanziario del Fmi.
Ma il Senegal arriva al test in un momento in cui il problema non riguarda soltanto i Paesi già entrati in crisi. Il costo del denaro sta tornando a essere un fattore decisivo per tutti i Paesi che devono rifinanziare il proprio debito. La direttrice del Fmi Kristalina Georgieva ha avvertito che l’aumento dei rendimenti nelle economie avanzate rischia di cancellare parte dei progressi compiuti dai Paesi emergenti e a basso reddito. «Alti livelli di debito nelle economie avanzate, combinati con un’inflazione persistente, potrebbero far aumentare i costi del servizio del debito per tutti», ha detto Georgieva. Nel 2022 il Fondo stimava che il 60% dei Paesi a basso reddito fosse in una situazione di difficoltà debitoria o ad alto rischio di esserlo.
Quando i tassi salgono, anche un Paese che non è ancora in default può trovarsi a pagare di più per rinnovare i prestiti in scadenza. E quando una quota crescente delle entrate pubbliche finisce nel servizio del debito, si restringe lo spazio per finanziare ciò che resta: scuole, ospedali, infrastrutture, servizi essenziali. Il debito diventa così una questione di bilancio, ma anche di sviluppo. Il Senegal è arrivato a questo punto dopo la scoperta, nel 2024, di un buco da 11 miliardi di dollari di passività che non erano state dichiarate dal precedente governo. Il rapporto debito-Pil è salito fino a circa il 130% e il Fmi ha congelato il precedente programma di aiuti da 1,8 miliardi di dollari. La scoperta ha provocato il crollo dei titoli senegalesi e una serie di declassamenti del merito di credito.
Lo scorso primo settembre, dopo mesi di trattative, Fmi e Senegal hanno infine raggiunto un accordo a livello tecnico per un nuovo programma triennale di aiuti da 2,2 miliardi di dollari. L’intesa dovrà essere approvata dal consiglio esecutivo del Fondo e richiede che Dakar affronti il problema della sostenibilità del debito attraverso una versione «rafforzata» del Common Framework. Il governo di Dakar ha chiarito che il debito denominato in franchi Cfa resterà fuori dall’operazione. La scelta non è irrilevante. Una parte consistente del debito senegalese è infatti detenuta da istituzioni multilaterali, banche di sviluppo e altri governi a condizioni relativamente favorevoli. Un’altra parte è invece nelle mani di creditori commerciali. Oltre 7 miliardi di dollari sono costituiti da obbligazioni internazionali. Escludere il debito in franchi Cfa e preservare, almeno in larga misura, quello dei creditori multilaterali concentra quindi la discussione soprattutto sulla componente commerciale. Un gruppo di almeno otto fondi che detengono titoli senegalesi ha già ingaggiato uno studio legale per rappresentarlo nei negoziati. Dakar preferisce parlare di «riprofilatura», più che di una ristrutturazione classica. L’ipotesi è quella di intervenire sulle scadenze e sui tassi, senza necessariamente ridurre il valore nominale del debito.
Intanto la guerra con l’Iran ha reso il quadro ancora più difficile. L’aumento dei costi energetici e la frenata degli investimenti hanno contribuito a ridurre le prospettive di crescita del Senegal: dal 6,7% dello scorso anno al 2,7% previsto per il 2026. È la combinazione più sfavorevole: un debito elevato da rifinanziare mentre l’economia cresce meno e il costo dell’energia aumenta.
Il significato del dossier va dunque oltre Dakar. Se il nuovo meccanismo riuscirà a mettere più rapidamente d’accordo creditori pubblici e privati, il Senegal potrà diventare il primo esempio della riforma del Common Framework. Se invece il negoziato si impantanerà ancora una volta nella distribuzione delle perdite, torneranno a emergere gli stessi dubbi che accompagnano da anni le crisi del debito dei Paesi più fragili. In un mondo in cui il denaro costa di più e gli choc energetici possono restringere ancora i margini dei Paesi poveri, la rapidità con cui si interviene sul debito può diventare parte stessa della politica dello sviluppo.

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