
Nell’ambito di Babel venerdì 18 settembre alle ore 19.00 si terrà presso l’Antico Convento di Bellinzona il dialogo fra Mukoma wa Ngugi e Ubah Cristina Ali Farah dal titolo “La lingua del padrone”. Il festival di letteratura e traduzione Babel, diretto da Lara Ricci e Anna Schlossbauer, si svolgerà nella città ticinese da oggi a domenica 20; titolo di questa edizione 2026 è “Lingue per mondi possibili”. Tra gli ospiti Nasser Abu Srour, Ubah Cristina Ali Farah, Saba Anglana, Francesca Ballarini, Maurizia Balmelli; info su www.babelfestival.com.
«Volevo incontrare Chinua Achebe, il giovane autore nigeriano di due romanzi, Le cose crollano e Ormai a disagio, che sembrano annunciare la nascita di una nuova società in cui gli scrittori, liberati dal fardello delle proteste politiche e del sarcasmo sul colonialismo in disfacimento, possono gettare uno sguardo spassionato sulle relazioni umane nelle loro più delicate e a volte aspre complessità.» Così scrisse mio padre, che all’epoca andava sotto il nome di James Ngugi, nel 1962, dopo la conferenza African Writers of English Expression.
Ventisei anni dopo, tuttavia, ricordando quello stesso simposio nel libro Decolonizzare la mente, usò un tono decisamente diverso e ne commentò il carattere esclusivo, esplicitato con audacia già nel titolo, con queste parole: «Oggi, riflettendo [su quella conferenza] con la lucidità del 1986, riesco a vederne tutte le incongruenze. Allora avevo pubblicato solo due racconti brevi, ma essendo uno studente mi fu consentito partecipare… mentre Shaban Robert, che era il maggiore poeta vivente dell’Africa orientale e aveva all’attivo molte opere poetiche e narrative in lingua kiswahili, e Chief Fagunwa, che aveva pubblicato svariati libri in yoruba, furono invece esclusi». La conferenza del 1962 divenne il simbolo di una grande contraddizione: i veicoli prestabiliti della letteratura africana erano le lingue europee. Il termine “letteratura africana” indicava la letteratura africana in lingua inglese, francese o portoghese, e chi scriveva in una lingua africana era tenuto a giustificare l’uso della propria lingua madre.
Per inciso, la questione linguistica non partì da mio padre. Fu il critico letterario Obi Wali a sollevare, subito dopo la conferenza, i problemi che Ngugi riconsiderò in seguito. Nel saggio The Dead End of African Literature, Wali sosteneva che la letteratura africana nelle lingue occidentali sarebbe stata «un’appendice minore nel corpo dominante della letteratura europea.» In Nigeria, osservò, solo l’«uno percento» della popolazione era in grado di leggere Danza della foresta di Wole Soyinka. Per affrontare la diversità e la molteplicità delle lingue africane, Wali si appellava alla traduzione e rifletteva: «Chissà cosa ne sarebbe stato della letteratura inglese se scrittori come Spenser, Shakespeare, Donne e Milton avessero accantonato l’inglese per scrivere in francese o in latino, solo perché nei loro giorni quelle due lingue classiche erano considerate universali».
Sul rovescio della medaglia c’erano scrittori come Chinua Achebe, che nel 1964 aiutò il giovane Ngugi a pubblicare il suo primo romanzo, Weep Not, Child, nella collana African Writers di Heinemann [pubblicato in italiano nel 1976 da Jaca Book con il titolo Se ne andranno le nuvole devastatrici, traduzione di Marco Grampa, ndt]. Nel rispondere a Obi Wali, Achebe affermò che l’inglese era un mezzo di comunicazione comune tra le diverse lingue africane, che consentiva di raggiungere un pubblico più vasto in Occidente, che era la lingua del potere e che poteva essere africanizzato in modo da riflettere l’esperienza africana.
Gli autori e gli intellettuali sudafricani che scrivevano nelle proprie lingue madri venivano tradotti in inglese già alla fine dell’Ottocento e ai primi del Novecento. Moeti oa Bochabela di Thomas Mofolo uscì in lingua sesotho nel 1907 e fu tradotto e pubblicato in inglese nel 1934, con il titolo A Traveler to the East; il romanzo Chaka, sempre di Mofolo, fu scritto nel 1909 e pubblicato nel 1925. Se consideriamo i testi in amarico, arabo o hausa, la letteratura africana nelle lingue africane, o non-europee, può risalire fino al XIII secolo.
In altre parole, la diatriba sulle lingue e sulla scrittura nelle lingue africane va avanti da sempre. Ma allora in che modo il libro di Ngugi, Decolonizzare la mente, ha contribuito alla questione? In primo luogo, collegando lingua e cultura con l’opera materiale di colonizzazione e decolonizzazione: «Le pallottole sono state il mezzo dell’assoggettamento fisico. La lingua è stata lo strumento dell’assoggettamento spirituale» scrive Ngugi. In secondo luogo, analizzando il rapporto molto stretto tra lingua e cultura: «La lingua veicola, e la cultura veicola, soprattutto attraverso l’oralità e la letteratura, l'intero corpus di valori con cui percepiamo noi stessi e il nostro posto nel mondo».
Scritto negli anni Ottanta, al culmine della guerra fredda e durante la dittatura di Moi, il libro coglie le contraddizioni del neocolonialismo in Africa e nel sud del mondo. Le ineguaglianze ereditate dal colonialismo si stavano progressivamente radicando, l’apparato di sicurezza diventava sempre più brutale e le economie venivano saccheggiate dai paesi occidentali, privando i popoli più vulnerabili dell’accesso all’istruzione e alle cure sanitarie. Decolonizzare la mente spiegava anche il modo in cui veniva enfatizzata la superiorità culturale e linguistica occidentale, mentre le culture e le lingue africane erano svalutate.
La decolonizzazione della mente è un concetto applicabile anche ad altri aspetti delle nostre vite, lontani dai rapporti di potere palesemente riconoscibili tra colonizzatori e colonizzati, tra oppressione e vie di resistenza. In una pubblicazione del 2012 sulla rivista “African Journal of Reproductive Health”, Nombuso Dlamini, insieme ad altri ricercatori, si è chiesto: «Che cosa comporta una metodologia decolonizzante/decentralizzante nell’analisi della vita sessuale?». In quell’articolo gli autori parlano delle loro esperienze di ricerca sullo «stato della salute sessuale e dell’Hiv/Aids, e sulla relativa educazione alla prevenzione, nello Stato di Edo». A quanto pare, Decolonizzare la mente è diventato uno strumento concettuale utile per capire in che modo gli squilibri di potere vengono esercitati come riflessi automatici culturalmente codificati. Secondo Nombuso Dlamini e gli altri autori della ricerca, «decolonizzare la propria mente è un processo che dura una vita intera, e non è sempre facile individuare i sistemi di dominio e di subordinazione all’interno delle culture non ufficiali, ossia, nelle politiche interpersonali che intervengono tra le parti nelle relazioni di potere.»
Oggi, esistono movimenti decoloniali/di decolonizzazione in molte università del mondo (i più attivi li troviamo in Sudafrica). Lo spiega molto bene Carole Boyce Davies della Cornell University: «Decolonizzare la mente è da sempre un testo di riferimento fondamentale nel dibattito sul legame tra lingua e colonialità. Per anni, al cospetto della teoria postcoloniale e prima della nuova ondata di discorsi decoloniali, è rimasto uno dei pochissimi testi a rispondere al bisogno di continuare ad affrontare ciò che Biodun Jeyifo ha definito la “decolonizzazione interrotta”».
In breve, è ancora un libro del nostro tempo. La Storia va avanti, con le teorie sulla liberazione che le marciano al fianco, ma senza le nostre lingue rimarremo intrappolati nell’«impero metafisico inglese», come direbbe il critico letterario Adam Beach.
(traduzione di Daniela Marina Rossi)
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