Cosa accade se si cancella la violenza?

di Michel Maffesoli
Cercare di fare come se nell’uomo l’ombra non esistesse significa privarlo della sua umanità. La violenza più che una semplice regressione verso la barbarie appare come una delle forme dell’ethos sociale. Inquadrarla all’interno del rito consente di tenere la ferocia
al minimo
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September 14, 2026
Cosa accade se si cancella la violenza?
Michel Maffesoli / Marco Giugliarelli
Pubblichiamo una sintesi della lezione dal titolo “Ordo ab chao: la violence fondatrice” che Michel Maffesoli, professore emerito di Sociologia alla Sorbona, terrà venerdì 18 settembre nell'ambito della settima edizione dell’Alta Scuola Internazionale di Sociologia, presso l’Istituto Luigi Sturzo di Roma, dedicata al tema "Ordine, disordine e mutamento".
Nei periodi un poco crepuscolari, che in genere caratterizzano il passaggio da un’epoca a un’altra, è importante ricordare che, invece di negare la finitudine, occorre saperla vivere. Ricordare, inoltre, che la vita è un misto di tenerezza e crudeltà, la cui complessità costituisce tutto il suo interesse. È questa “coincidentia oppositorum”, coincidenza degli opposti, che occorre pensare.
L’opera maggiore di Heidegger, Essere e tempo, conduce a pensare l’ambivalenza di tutte le cose. Il che è un modo di imparare a morire. A morire la propria morte. L’ambivalenza è l’arteria vitale dell’essere umano: essere-nel-mondo, esserci (Dasein), significa essere confrontati con la morte che ci è prossima. Per dirlo in termini più sostenuti, si tratta di un’ontologia della temporalità, cioè del fondamento di ciò che è. Ciò che è nella sua strutturale ambivalenza: complessità di tutte le cose. È questa la logica “contraddittoriale”: un contrario (il male, la violenza) mantenuto in quanto tale.
Si tratta di una constatazione quanto mai empirica. Non è affatto speculativa o deduttiva. Si fonda sull’induzione, su ciò che viene dal basso e dall’esperienza collettiva. Memoria immemoriale della Tradizione. Dimensione ancestrale delle cose vissute. L’empirico appartiene all’ordine del pratico e del contingente.
Si possono qui ricordare le due specie di ragionamento di cui parla san Tommaso d’Aquino (Summa theologiae, I, q. 32, a. 1). I “ragionamenti dimostrativi”, provenienti da una verità stabilita razionalmente, e i “ragionamenti di convenienza”, nei quali la ragione si accorda con l’esperienza, con i fatti. Con l’esperienza della vita quotidiana.
È in funzione di questo sentimento della finitudine che, sulla scia di alcuni spiriti acuti, ho richiamato l’attenzione sulla violenza inerente e consustanziale a ogni società. Eraclito lo aveva ricordato a suo tempo: «Polemos è padre di tutte le cose, di tutte il re». Banalità che conviene richiamare: si tratta della forma essenziale di ogni socializzazione.
Ogni ordine sociale è una forma di equilibrio tra forze antagoniste. Ciò che, da parte mia, chiamo “armonia conflittuale”. Questa è semplicemente una constatazione empirica. L’ottimismo o il pessimismo sono categorie morali, del tutto estranee al cammino del pensiero intellettuale. Lo stesso vale per la disperazione e per l’indignazione. Importa solo il realismo dei fatti.
L’esperienza metabolizzata dalla meditazione conduce ad accontentarsi di essere “la sentinella di ciò che è”! È in funzione di questo che occorre riflettere sull’oscura necessità delle passioni. Questo può declinarsi in modi diversi. È la distruzione utile della saggezza popolare. La sentenza esoterica: Ordo ab chao. L’effervescenza di Durkheim o il tonus degli stoici, cioè la tensione salvatrice e la perpetuazione dell’umana natura. Non si devono neppure dimenticare le analisi di Julien Freund in Sociologie du conflit, dove ricorda l’importanza dello stato polemico e dello stato agonale come elementi essenziali di ogni vita in società. Ed è a partire da questo riconoscimento che esiste la possibilità di ritualizzare la violenza. È anche ciò che sottolinea Gilbert Durand quando, a suo modo, rileva l’importanza del suo “regime notturno dell’immagine”. Oscura chiarezza che ricorda come non esista una società senza ombra. Lo stesso vale per l’uomo senza ombra: è uno zombie che ha perduto ogni forma di umanità.
Da lungo tempo le società equilibrate si sono impegnate non a negare, ma a ritualizzare la violenza. I Baccanali greci lo testimoniano. Lo stesso vale per il carnevale o per le feste dei folli medievali. La violenza e la festa sono elementi essenziali di ogni essere-insieme. Sono, stricto sensu, “stati di congregazione” senza i quali la socialità non esiste. È quanto ha ricordato, a giusto titolo, la Chiesa cattolica quando celebrava, in numerose chiese, il culto popolare della Madonna della Buona Morte o Madonna del Buon Morire.
Al di là del rischio zero, ideale di una modernità igienizzata, l’equilibrio della socialità si ottiene mediante la mitridatizzazione della violenza. In breve, occorre saperla omeopatizzare attraverso pratiche di eccesso regolate, dotate di una funzione catartica. È quando viene meno questa “catarsi” (Aristotele) che la violenza diventa perversa, prende vie traverse (per via) e diviene allora incontrollabile. Perché il rifiuto della violenza strutturale equivale alla negazione di un autentico umanesimo, che sa tutto ciò che lo lega alla gleba. Umano e humus sono intrinsecamente legati. L’«umanesimo integrale» di cui parlava il filosofo cattolico Jacques Maritain sottolineava l’importanza di un’umana natura complessa, capace di accettare lo strano, l’estraneità di cui la vita è impastata.
È questa la dinamica della violenza. Vale a dire la forza fondatrice, causa ed effetto del corpo collettivo. In breve, al di là del moralismo diffuso, si tratta di accettare l’animalità per evitare la bestialità. È accettando l’interezza del proprio essere che l’animale umano, invece di essere un “uomo a una dimensione”, quanto mai astratto, si sviluppa in seno alla comunità.
È accettando la parte d’ombra all’interno della società che i costumi migliorano. Vale a dire che la ferocia naturale, propria della specie umana, si manifesta al minimo possibile quando trova espressione rituale. È la catarsi di cui Aristotele ha mostrato l’importanza per la politica: la scarica degli umori la cui concentrazione condurrebbe, altrimenti, a disturbi patologici.
È avendo presente una tale “purificazione” che, proseguendo un cammino di pensiero sulla finitudine, ho parlato della violenza banale e fondatrice, sottolineando l’invarianza della violenza.
Aggiungo che può esistere un’etica della violenza. Questa non è una semplice regressione verso la barbarie (ciò che diventa quando la si nega), ma una delle forme dell’ ethos sociale. Si è persino potuto dire che esiste una forma sublime nella violenza. Precisamente perché, nelle lotte sociali, nei sollevamenti e nelle insurrezioni, essa ritrova la virtù di un essere-insieme che si era smarrito nell’ideologia materialista e individualista della società dei consumi.
Forse non è paradossale dire che la violenza così intesa è affine al ritorno del sacro nelle nostre società. Nel senso che, al di là della piccola morale, ben piatta, del «borghesismo» moderno, essa ricorda che esiste un desiderio dell’incommensurabile che non può accontentarsi di un utilitarismo di bassa lega. Ciò conduce a comprendere il visibile a partire dall’invisibile: quello del divino! L’importanza della Tradizione, in particolare presso le giovani generazioni, lo attesta. È quanto ricorda Léon Bloy quando sottolinea che «il profeta è colui che si ricorda dell’avvenire».

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