Niemi: «Quando la Svezia era proletaria. E magica»

Lo scrittore, ospite oggi a Mantova, ci riporta nel villaggio di Pajala con una storia che incrocia, senza ideologie, le lotte operaie e un senso mistico della vita
Google preferred source
September 11, 2026
Niemi: «Quando la Svezia era proletaria. E magica»
Due anziane a Pajala nel 1935 / WikiCommons
Si torna a parlare di Pajala, villaggio sperduto nel nord della Svezia, al confine con la Finlandia. Quella location nel 2000 fece innamorare l’Europa con il best seller Musica rock da Vittula, primo romanzo di Mikael Niemi e, successivamente immortalato in altre storie come L’uomo che morì come un salmone, ora diventa paradigma della nascita della socialdemocrazia svedese attraverso le lotte operaie degli anni ’30 in La pietra e la seta (Iperborea, pagine 620, euro 22,00). Lo scrittore sessantasettenne, che presenterà questo nuovo romanzo oggi a Festivaletteratura di Mantova, ama scrivere di cose che conosce bene, per questo racconta la storia svedese attraverso il “piccolo mondo antico” del suo villaggio natale, dove ha interrogato i sindacalisti sopravvissuti, dedicando il romanzo proprio a loro.
Che cosa l’ha spinto a rievocare quegli eventi lontani e in che modo possono parlare ai lettori di oggi?
«Porto con me tutte le mie idee per molti anni, le rigiro e le rielaboro prima di iniziare a scrivere. Crescendo, ho conosciuto le persone di cui scrivo e le ricordo benissimo: come parlavano, come si muovevano e si vestivano e, non da ultimo, il loro appassionato impegno politico. Erano lavoratori, ma allo stesso tempo persone colte, persino intellettuali. Finché sono qui e in grado di scrivere, ho voluto dare loro voce, permettere loro di testimoniare un passato che la maggior parte di noi ha ormai dimenticato. La lotta dei lavoratori si è svolta e continua a svolgersi in tutto il mondo. Deve esserci un equilibrio tra lavoratori e datori di lavoro; le persone devono poter negoziare. È una questione universale, e sempre attuale. Forse a noi occidentali questo sembra ovvio, ma con imprenditori abnormi come Elon Musk, che aggirano i sindacati in diversi paesi, forse non dovremmo dare per scontate queste cose nemmeno oggi».
Lassù, nell’isolata regione del Tornedal, si consuma il più antico dei drammi umani, il conflitto tra fratelli e tra le generazioni: come ha costruito la saga familiare partendo dai fatti storici?
«Ho attinto a libri e articoli dell’epoca. La maggior parte dei personaggi è di fantasia, ma si basa su persone che ho conosciuto. Ho deciso fin da subito che due fratelli sarebbero stati al centro della storia da due parti opposte, per renderla più complessa e far capire che non tutti i lavoratori erano buoni, tutti hanno commesso errori. Gran parte della letteratura operaia dell’epoca ritraeva i lavoratori esclusivamente come eroi. Io volevo rendere la storia più complessa, una versione più moderna del romanzo operaio, che risultasse più attuale. Se avessi scritto questo libro negli anni ‘30, probabilmente sarei stato accusato di essere un crumiro! La società è stata plasmata da ideologie potenti e contrapposte che coesistevano a tutti i livelli sociali. Naturalmente, un romanzo risulta più vivido quando queste ideologie vengono incarnate attraverso i personaggi stessi. Per i temi di La pietra e la seta mi sono ispirato a Bertolucci. La più grande esperienza cinematografica della mia vita è Novecento. L’ho visto molte volte e ci penso spesso».
Anche se il centro della storia si svolge negli anni ’30, ben sette diversi strati temporali si alternano nel romanzo, che si apre nel 2017 col ritrovamento di resti umani sconosciuti e accompagna diverse generazioni della famiglia protagonista negli anni ’70 e ’90, generazioni ben rappresentate anche da tre donne: Saara la matriarca, Martha la ribelle, Siv la sensitiva. Segnano l’evoluzione dei ruoli femminili?
«Le tre donne possiedono tratti caratteriali distinti che probabilmente le accompagnerebbero anche se vivessero in periodi storici differenti. Certamente, il romanzo mostra come i nostri ruoli cambino a seconda del periodo storico in cui viviamo. Tutte e tre si trovano ad affrontare i problemi più tipici dell’epoca in cui vivono. Il genere in cui si nasce conta, così come l’epoca in cui si vive. È stato affascinante rappresentare tutto ciò, e altrettanto affascinante cercare di immedesimarmi in loro».
Non manca un elemento di “realismo magico alla svedese”: lungo le generazioni si trasmette la facoltà di prevedere sciagure e morte. È importante questo fenomeno che lei chiama ennustaa?
«Ennustaa può essere tradotto come “presagio”. È un elemento naturale delle credenze e della cultura popolare della regione del Tornedal. Nutro un sincero interesse per la storia popolare tramandata di generazione in generazione nella mia famiglia. Esistono molte storie affascinanti legate al magico che meritano di essere esplorate. La credenza nel soprannaturale è semplicemente una realtà per noi, sia allora che oggi».
L’importanza degli sbalzi temporali è implicitamente adombrata in queste righe: «Più invecchiava, più si sentiva un anello di una catena che si snodava nel passato. Antenati invisibili formavano una lunga fila alle sue spalle, mentre le generazioni non ancora nate aspettavano di proseguire il cammino verso l’orizzonte. E di tutte quelle innumerevoli ombre, era lui quello che viveva nel presente». È la sua stessa voce?
«Sì! Più invecchio, più mi rendo conto che è così che funziona la vita. Siamo anelli di una catena. È meraviglioso! Non si è importanti di per sé, ma come parte di una famiglia, all’interno di un contesto storico».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire