Perché l'avanzata degli Houthi in Yemen e nel Mar Rosso è un pessimo segnale per l'America
di Luca Foschi
Le milizie filoiraniane rivendicano il controllo di Dhubab sullo stretto strategico di Bab al-Mandeb e procedono spediti nella conquista del Paese. Il plauso di Teheran, mentre i guerriglieri sono entrati a Mokha gridando «morte agli Usa e morte a Israele». La risposta con i missili dell'Arabia Saudita, che avrebbe chiesto l’intervento (negato) proprio di Washington

Con l’occupazione di Dhubab e Murad, ultime città costiere presidiate fino a ieri dalle forze del governo di Aden, e delle isole strategiche di Mayyun e Zuqar, l’offensiva degli Houthi sembra aver portato a termine la conquista della costa occidentale dello Yemen, e con essa di tutti i centri strategici necessari al controllo sul traffico marittimo del Mar Rosso. Fin dalle prime fasi dell’operazione, cominciata il 3 settembre, l’avanzata del gruppo filo-iraniano si è sviluppata in tre direzioni, puntando sui centri di Taiz, Hodeidah e Mokha, dove giovedì, dopo intensi combattimenti nell’area periferica, il gruppo militare filo-governativo “Resistenza nazionale” ha abbandonato il campo, lasciando la città portuale nelle mani degli Houthi.
Non è chiaro se la ritirata voluta dal comandante Tareq Saleh sia stata determinata dalla necessità di riorganizzare le truppe o dall’incapacità di affrontare la dilagante discesa della milizia affiliata all’Iran, giunta ieri sullo stretto di Bab al-Mandeb incontrando flebile opposizione. Gli scontri, riporta l’Organizzazione mondiale per le migrazioni, hanno tuttavia causato lo sfollamento di almeno 46mila persone. Il controllo della città di Murad e dell’isola di Mayyun, situata a pochi chilometri dalle coste di Gibuti, garantirebbe agli Houthi un più agevole dominio sul breve braccio di mare, cruciale negli equilibri della guerra civile, riaccesasi dopo quattro anni di tregua, così come nel più vasto conflitto regionale.
Da Bab al-Mandeb passa circa il 10% del commercio marittimo mondiale e una quota importante del greggio estratto in Arabia Saudita, potenza regionale alleata alle forze governative. Nel Mar Rosso Riad ha trovato una alternativa fondamentale all’esportazione in seguito al parziale blocco dello stretto di Hormuz, dove prosegue la guerra di attrito fra Stati Uniti e Iran, sostenitore degli Houthi. L’aviazione saudita ha cercato di contenere l’avanzata delle truppe sciite provenienti dalla capitale Sanaa, conquistata nel 2014, con almeno 40 raid, distribuiti sui centri di Taiz, Hodeida, al-Jawf, Mokha e Marib.
La risposta balistica dei “ribelli” potrebbe essere già arrivata. Alcune immagini satellitari, riporta Reuters, mostravano giovedì volute di fumo sollevarsi nelle vicinanze dell’oleodotto saudita Est-Ovest, che attraversa il nord della penisola trasportando il petrolio dal Golfo Persico al Mar Rosso. Nel tentativo di pacificare il turbolento Paese al confine, Riad ha negli ultimi anni combinato l’azione militare, la compiacenza economica e il blocco logistico, attuato con lo strangolamento dei nodi portuali e aeroportuali.
L’operazione cominciata giovedì scorso rappresenta per gli Houthi il tentativo di uscire da un assedio che gravando sulla popolazione, costretta nell’ultimo decennio ad affrontare enormi sofferenze, mina la stabilità di governo. Gli aspetti nazionali e internazionali del conflitto sono strettamente intrecciati. Stando all’agenzia Axios, il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman ha chiamato due volte il presidente americano Donald Trump, chiedendogli di intervenire militarmente per scongiurare il collasso del fronte yemenita. Dalla Casa Bianca è arrivato un cordiale rifiuto, accompagnato da una dichiarazione di un alto funzionario: «Gli Stati Uniti danno ai nostri partner regionali la possibilità di assumere un ruolo guida nella gestione e nella risoluzione delle sfide alla sicurezza regionale».
Un messaggio affine all’apprezzamento mostrato da Trump per l’Accordo della Mecca, che dal 7 agosto stringe in un patto di difesa militare Arabia Saudita, Pakistan e Turchia, al quale potrebbero aggiungersi anche Egitto e Siria. Approvazione che è andata consolidandosi soprattutto dopo il fallito tentativo di portare al collasso il regime iraniano, e in linea con il principio di disimpegno dalle “guerre perenni”. Ciò non significa che Washington desideri rinunciare all’egemonia sul Medio Oriente. L’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Comando centrale degli Stati Uniti (CentCom), si trova da giovedì in Arabia Saudita per sostenere, insieme a circa 200 consiglieri militari, riporta la Cnn, la campagna di Riad contro gli Houthi. Nel frattempo il ministro degli Esteri saudita Faisal bin Farhan ha avuto un colloquio telefonico con l’omologo iraniano Abbas Araghchi, durante il quale è stato ribadito l’impegno a proseguire gli sforzi diplomatici per la stabilità dello Yemen.
Nelle stesse ore il primo vicepresidente della Repubblica islamica, Mohammad Reza Aref, si complimentava per le vittorie «dell’eroica nazione dello Yemen», esortandola a «liberarsi dalla dipendenza e unirsi sotto la bandiera dell’islam». Giovedì i guerriglieri Houthi sono entrati a Mokha al grido di «morte all’America, morte a Israele». Ribadendo un messaggio già espresso nei giorni scorsi, e che non include le imbarcazioni saudite, l’Ufficio politico degli Houthi ha dichiarato che non esiste «motivo di preoccupazione internazionale per la libertà di Bab al-Mandeb». Lunedì, riporta il Financial Times, l’Oman ospiterà un incontro fra i ministri degli Esteri del Golfo e le loro controparti iraniane per discutere un accordo temporaneo sulla gestione del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, ovvero un allentamento della tenaglia sciita.
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