Trieste e l'Istria ricordano don Francesco Bonifacio, ucciso dai titini 80 anni fa

Tante le iniziative nel nome del sacerdote di Villa Gardossi-Crassiza riconosciuto martire. Così oggi lo racconta Ede Dubaz, 97 anni, allora ragazza dell'Azione Cattolica
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September 11, 2026
Trieste e l'Istria ricordano don Francesco Bonifacio, ucciso dai titini 80 anni fa
Il beato don Francesco Bonifacio con alcuni bambini
«L’11 settembre 1946 successe quello che non doveva succedere». È lucidissimo il ricordo che Ede Dubaz, 97 anni, esule istriana a Trieste, ha del beato Francesco Bonifacio, 80 anni fa oggi catturato e ucciso in odium fidei a soli 34 anni dalle guardie popolari jugoslave di Tito e per questo beatificato nel 2008 da papa Benedetto XVI. Il giovane cappellano di Villa Gardossi-Crassiza era molto amato dall’intera popolazione per l’amore e la grande umanità che dispensava senza distinzioni al suo gregge di anime, italiane o slave che fossero. E ancora oggi folle di fedeli sia croati che italiani si raccolgono con devozione sui luoghi del martirio. Ma a 80 anni dalla sua sparizione, il punto in cui fu occultato il corpo è ancora un mistero sul quale la Procura di Pola non smette di indagare, in stretta collaborazione con la diocesi di Trieste e soprattutto con lo studioso Mario Ravalico, ex presidente dell’Azione Cattolica ed ex direttore della Caritas triestina, autore di diversi saggi sul beato. Gran parte dei testimoni dell’omicidio sono scomparsi da pochi anni, portandosi nella tomba il loro segreto, ma altri sono ancora in vita. E a raccontare ciò che avvenne quella drammatica sera dell’11 settembre 1946, a guerra finita da un anno e mezzo, è stato proprio uno dei suoi aguzzini, dopo decenni di silenzio: i “Poteri popolari” comunisti avevano condannato don Francesco in quanto i giovani accorrevano sempre più numerosi alle sue funzioni e alle riunioni di Azione Cattolica anziché a quelle del partito. Così fu rapito (davanti a pochi testimoni) sull’auto nera dei prelevamenti e, «poiché non smetteva di pregare e perdonare, lo spogliarono della veste e gli ingiunsero di smettere, ma don Francesco, che era in ginocchio con le mani sul viso, alzò la testa – è il racconto dettagliato di uno degli assassini – e uno lo tramortì con una pietra in faccia, poi fu sgozzato. Fino all’ultimo, quell’uomo non ha mai smesso di essere prete». «Don Francesco arrivò a Villa Gardossi quando io avevo dieci anni», ricorda oggi Ede Dubaz, nata nella Crassiza italiana nel 1929 e rimasta a vivere in quella che poi è diventata la Crassiza jugoslava e oggi croata fino agli anni ’50. «Papà allora era morto da un anno e la mamma, rimasta vedova, distribuiva il suo affetto ai quattro figli come meglio poteva, ma grazie a don Francesco, che ha saputo da subito con la sua parola radunare attorno a sé i giovani dei villaggi sparsi nella campagna, la mia vita in quel periodo è stata una gioia. Lui ha formato l’Azione Cattolica e io ero una di loro». La chiesa, racconta, era sempre gremita di fedeli che lo ascoltavano predicare, «c’era una grande partecipazione e tanta armonia. Noi bambini giocavamo assieme a lui a “tocca bandiera e facevamo tanti altri giochi. Poi, a un certo punto, ci diceva sorridendo che dopo il dovere viene il piacere, cioè la preghiera al Signore, che dicevamo insieme. Noi avevamo un gran rispetto per lui, ci ha insegnato tante cose belle, che ancora oggi ricordo…». 
Il beato don Francesco Bonifacio
Il beato don Francesco Bonifacio
Ma gli anni passavano, il secondo conflitto mondiale aveva lasciato una scia di odio che, a guerra finita ovunque ma non in Istria, continuava a uccidere gli innocenti.  «Siamo diventati ragazzini in un periodo difficile: quello che ci succedeva intorno era incomprensibile, per noi che eravamo cresciuti con la Parola del Signore. I tempi cominciavano ad essere brutti perché i titini non volevano saperne della Chiesa. Don Francesco fu minacciato duramente e, con dolore, si chiedeva e ci chiedeva: “Cosa faccio di male?”. Erano mesi di paura». «Don Francesco è sparito!». La notizia di ciò che avvenne l’11 settembre arrivò sottovoce, di bocca in bocca, di casa in casa, come uno tsunami di terrore: «Era mattina, una come tante, ma rimarrà nella mia mente come un momento di smarrimento e insieme di rabbia. Non volevamo crederci, speravamo non fosse vero, volevamo rivederlo ancora vicino al crocifisso davanti alla chiesa, che ci parlava, che ci aiutava a capire, a crescere. Io avevo diciassette anni e compresi che niente sarebbe stato più come prima. Fu un duro colpo, eravamo sconvolti e pieni di paura, se solo parlavi eri minacciato. Per noi, per quelli che frequentavano l’Azione Cattolica e la Chiesa, era la fine. Per i familiari di don Francesco, molto di più».  Nella mente di Ede resta impressa l’immagine di Luigia, la mamma di don Francesco, sempre avvolta nello scialle nero a pregare nella chiesa di suo figlio, ad aspettarlo, a sperare che anche lui tornasse come altri “nemici del popolo” da qualche campo di lavoro forzato. Lo attese fino alla morte, nel 1963, «senza mai pronunciare una sola parola d’odio». D’altra parte il perdono era la cifra di suo figlio e anche il motivo per cui era stato ucciso. «Ricordo ancora che ci raccomandava di “amare il prossimo come te stesso, anche quando ti tradisce o ti odia”, tanto che queste parole mi sono rimaste impresse per sempre. Grazie a don Francesco ho sempre avuto il conforto della fede e oggi ancora di più: quando diventi anziana e hai bisogno di tante cose, specialmente della salute, ti viene da pensare ai suoi insegnamenti veri e profondi e in questi trovi conforto». Nella scatola dei ricordi Ede conserva tante foto dei tempi sereni con il giovane sacerdote e nugoli di bambini e ragazzini attorno a lui. «Tutto ti aiuta a renderti conto di quanto è importante vivere con semplicità, come facevamo allora – commenta –. In alcune foto mi sono ritrovata e ho riconosciuto i visi di persone care che non ho più rivisto dopo che ce ne siamo andati. Tutti spariti: don Francesco in cielo, gli altri sparsi nel mondo. Ho tenerezza per ognuno di quei volti, risento le voci, i profumi dimenticati. Poi richiudo la scatola e anche gli occhi. Ancora un saluto, caro don Francesco… risento il suo “sempre sia lodato” di quando ci salutava e provo un immenso amore, amore per la vita».
 
Tante in queste settimane le iniziative per l’80esimo anniversario. L’11 settembre nella sua Crassiza la Messa in croato presieduta dal vescovo di Parenzo e Pola, Ivan Stironja e celebrata all’aperto per contenere il gran numero di fedeli;  sempre l’11 settembre a Trieste poi si terrà una solenne celebrazione alle 19 in Cattedrale presieduta dal vescovo Enrico Trevisi.  Il 12 settembre, invece, il vescovo Trevisi guiderà un pellegrinaggio diocesano da Trieste a Crassiza, con sosta al cimitero di San Vito (dove probabilmente furono occultate le spoglie del sacerdote) e la Messa sarà poi solennemente concelebrata dai due vescovi; al termine della funzione, la casa parrocchiale di Crassiza, ristrutturata dopo 80 anni di abbandono, verrà benedetta come luogo di memoria e di vita. Per l’occasione Venicefilm ha presentato al Lido di Venezia il docufilm "In odium fidei – I martiri cristiani della persecuzione titina" per la regia di Maximiliano Hernando Bruno. Di recentissima uscita sono poi i volumi “Francesco Bonifacio, vita e martirio di un uomo di Dio”, di Mario Ravalico, edito da Ares e Irci (Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata) e “Il sentiero Beato Bonifacio” di Diego Masiello (Ediciclo con Azione Cattolica), con un dettagliato itinerario tra Italia, Slovenia e Croazia nel nome della concordia e della fede.
Don Francesco Bonifacio con le ragazze dell'Azione Cattolica
Don Francesco Bonifacio con le ragazze dell'Azione Cattolica

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