La Svezia va alle urne. E si divide anche sull'espulsione dei britannici
La destra al governo è intransigente con chi non si è regolarizzato dopo la Brexit. Le storie di chi deve lasciare: anziani e disabili immigrati da decenni

Horace Mason ha 74 anni ed è affetto da demenza vascolare e Parkinson. Vive su una sedia a rotelle, senza potersi muovere in autonomia, ed è assistito giorno e notte dal figlio e dal personale della struttura socio-sanitaria in cui è ospite. Fra qualche settimana, Horace potrebbe essere espulso nel Regno Unito, il suo Paese d’origine. All’uomo sono stati dati dieci giorni di preavviso per fare i bagagli – o meglio, per chiedere a qualcun altro di farli al posto suo – e tornare a casa, a Hinckley. Una casa dove, dopo ventisei anni trascorsi in Svezia, non c’è nessuno che possa dargli le cure e le attenzioni necessarie per affrontare la vita di tutti i giorni. Nel 2000, Horace si è trasferito a Skövde dal Leicestershire per stare vicino al figlio e ai nipoti. Allora non poteva prevedere quello che sarebbe successo due decenni dopo, quando in seguito alla Brexit migliaia di cittadini britannici si sono scontrati con le intransigenti politiche migratorie di Stoccolma: «Cosa succederà? Verrà la polizia a prendermi? Butteranno giù la porta?», ha chiesto smarrito Horace al figlio non appena ha ricevuto la notizia. La sua storia è stata raccontata dal Guardian, che nelle ultime settimane sta raccogliendo le testimonianze di cittadini britannici a rischio espulsione.
Dopo la Brexit, la Svezia ha optato per un sistema che prevedeva una richiesta formale, da inoltrare entro fine 2021, da parte di chi volesse estendere il proprio permesso di soggiorno. Come gli altri Stati europei che hanno scelto questa procedura, anche Stoccolma ammette domande tardive, purché i residenti mostrino «motivi validi» per non aver rispettato la scadenza. A fine 2024, le richieste respinte erano un quarto del totale, molte più della media degli altri Stati Ue, che si attesta attorno al 3-4%. Nel caso di Horace, l’Agenzia svedese per la migrazione ha dichiarato che l’uomo «non aveva presentato tutti i documenti necessari». A luglio, la Corte di Appello ha affermato che «l'interesse dello Stato per un'immigrazione regolamentata supera l'interesse di Horace Mason a continuare a risiedere». Oggi, dopo una lunga e dispendiosa battaglia legale condotta dal figlio, l’uomo ha ottenuto la sospensione dell’espulsione fino al 28 settembre, data in cui le autorità dovranno nuovamente pronunciarsi sul caso.
La vicenda di Horace è solo una delle tante che mostrano come il futuro di molti britannici in Svezia sia ormai ostaggio della burocrazia. Il Guardian riporta la storia di Joyce Thomas, una donna di 78 anni che oggi rischia di essere strappata dai propri figli e dalla tomba del marito a causa di una richiesta di permesso di soggiorno inoltrata tardi. Se dovesse rifiutarsi di tornare nel Regno Unito, non solo affronterebbe un'espulsione forzata, ma la Corte di Appello ha già detto che potrebbe ricevere un «divieto di reingresso» ed essere «registrata in una lista di controllo» che le impedirebbe di entrare in un Paese Schengen.
La questione dei britannici si inserisce in un più ampio discorso politico. Secondo David Milstead, dell’associazione British in Sweden, a dettare le scelte della destra al governo sarebbe la politica migratoria, oggetto negli ultimi anni di forti critiche: a maggio, molti cittadini sono scesi nelle piazze dopo che una richiesta di espulsione è arrivata a una 96enne irachena in sedia a rotelle, residente in Svezia da più di vent’anni. Sull’onda dell’indignazione per la situazione dei britannici, alla vigilia delle elezioni parlamentari di domenica 13 settembre, l’opposizione di centro-sinistra attacca il governo: il portavoce per le politiche sull'immigrazione del Partito di Centro, Niels Paarup-Petersen, ha già detto che in caso di vittoria saranno possibili nuove richieste di permesso di soggiorno post-Brexit.
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