Piace al mondo Maga, ma è impopolare come vicepresidente: JD Vance può essere il successore di Trump?

di Elena Molinari, New York
La convention repubblicana di Dallas ha riproposto l'enigma sul numero 2 della Casa Bianca, in testa nella nomination al 2028. È più impostato del tycoon e per scaldare gli elettori deve cavalcare i soliti temi divisivi, non voleva la guerra in Iran eppure fa buon viso a cattivo gioco. Soprattutto su di lui pende la spada di Damocle dell'imprevedibilità di "The Donald"
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September 12, 2026
Piace al mondo Maga, ma è impopolare come vicepresidente: JD Vance può essere il successore di Trump?
Il vicepresidente americano JD Vance alla convention repubblicana di Dallas / Ansa
«È bello sentire una folla scatenata scandire il tuo nome». JD Vance non ha nascosto il piacere, salendo sul palco della prima convention di metà mandato della storia americana, di sentirsi osannato. Il pubblico scandiva le sue iniziali, «JD, JD», seguite da «48», il numero del presidente che sarebbe se fosse eletto nel 2028. E il vicepresidente ha fatto di tutto, durante il discorso pronunciato all'alba di ieri a Dallas, per posizionarsi chiaramente come l’erede di Donald Trump alla Casa Bianca e alla guida del movimento Maga.
Le carte, in teoria, non gli mancano. Un sondaggio lo dà primo tra gli elettori repubblicani per la nomination del 2028, con il 43%, staccando di venti punti il segretario di Stato Marco Rubio (che per ora assicura di «non avere piani di candidarsi»). Trump ha elogiato il suo numero due in pubblico e, riferiscono i media, avrebbe confidato ai donatori del partito di volerlo alla Casa Bianca. Ma non c'è ancora un'investitura esplicita e il presidente non ha alcuna intenzione di allentare la presa sul partito. Né tutti danno Vance per incoronato: il senatore Ted Cruz, possibile rivale, continua a ripetere che «il partito non ha ancora deciso».
Molti intanto continuano a chiedersi se Vance sarà capace di ricompattare un Gop diviso e a prendere la guida di un movimento creato da un solo politico. La base Maga infatti è abituata allo stile ruspante e imprevedibile dei comizi di Trump e Vance, più impostato e legato al copione, fatica ad accendere la sua febbre populista. Non a caso il momento che ha fatto esplodere l'arena della convention conservatrice non era scritto. È stata invece la replica del vicepresidente a un contestatore che sventolava una bandiera messicana. «Se ami tanto il Messico, tornaci, ti pago io il biglietto», sono state le parole di Vance, accolte da un boato. Ma gli applausi della kermesse, fatta di politici e strateghi, non raccontano tutta la storia. Non parlano, ad esempio, della presa di Vance fra gli elettori Maga che sostengono Trump ma disertano le elezioni di midterm (che si terranno a novembre) e in generale ignorano la politica.
Il paradosso è che Vance ha il Dna simile a quello della base che vuole conquistare, con le origini sui monti Appalachi e la nota autobiografia da «hillbilly» (un “montanaro” povero e un po’ rozzo), eppure la sua parlata levigata, da avvocato di Yale, non lo fa vedere dalla base come «uno di loro». Per scaldare i fedelissimi, inoltre, Vance ha calcato la mano sugli elementi più estremi del movimento: l'immigrazione («il Paese ci è stato rubato e regalato a estranei»), il monito ai democratici a «stare lontani dai nostri figli» nei programmi d’istruzione, gli avversari dipinti come «pazzi» e «partito dell’odio» e persino affermazioni infondate. Una linea che, a quanto pare, funziona meno quando non esce dalla bocca di Trump: secondo un sondaggio, Vance è il vicepresidente più impopolare della storia recente. 
C’è poi la guerra con l’Iran, che rende impopolare chiunque la tocchi. Nel discorso Vance ha aggirato i temi più scomodi, citando il conflitto solo di sfuggita ed evitando i dazi. Ma è un equilibrismo rischioso: il vicepresidente ha sostenuto Trump nel 2023 giurando che non avrebbe trascinato l'America in guerre straniere e in privato ha osteggiato gli attacchi a Teheran. Il suo destino resta dunque incatenato a un presidente notoriamente imprevedibile, anche con i suoi più fedeli alleati (basti ricordare la sorte di Mike Pence, il vicepresidente del primo mandato) e alla necessità di sganciarsi da una guerra sempre più invisa. Del resto anche le convinzioni di Vance si sono rivelate elastiche: prima di salire sul carro Maga definiva Trump «l'Hitler d'America», poi si è reinventato falco dell'immigrazione. Ma, soprattutto, le redini del Maga restano saldamente nelle mani di Trump. Non basterà una standing ovation a una convention di fedelissimi per ereditare un movimento costruito sul carisma di un uomo solo.
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