Diamo un senso al dolore di Lea, Denise e di tutte le donne coraggiose
Madri e figlie hanno pagato spesso con la vita la scelta della libertà, ma la violenza non è riuscita a cancellare la loro testimonianza. Perché le mafie possono continuare a ferire chi resta, ma non possono seppellirne la memoria

Il drammatico coraggio delle donne. La vigliacca violenza delle mafie. Giovedì l’incredibile coincidenza della cronaca ci ha portato o riportato tre storie esemplari. La morte di Denise, figlia di Lea Garofalo, la donna calabrese simbolo della scelta di libertà contro la ‘ndrangheta per difendere il futuro della figlia. Le importanti novità nell’inchiesta per la scomparsa di Maria Chindamo, punita con la morte per aver scelto la libertà di donna e imprenditrice. Il processo per la morte di Gelsomina Verde, appena 21 anni, vittima innocente della feroce faida di Scampia perché aveva scelto la libertà di amare e di essere “buona”. Tre scelte di libertà che ‘ndrangheta e camorra non tollerano, che devono eliminare con ferocia fino ad annullarle, distruggendo i corpi per far sparire con loro la memoria di chi ha avuto il coraggio di scegliere. Ma non ci sono riusciti. Lea, Maria, Gelsomina parlano ancora, le loro storie sono ricordate e raccontate. Quelle piante recise ancora fioriscono. Soprattutto grazie ai loro familiari. Come Denise che la violenza della ‘ndrangheta l’ha conosciuta da bambina, che ha accompagnato la scelta di libertà di mamma Lea, fino alla sua morte, per poi testimoniare contro suo padre. Anche Denise aveva scelto. Perché, come ha scritto don Luigi Ciotti, «proprio come Lea, aveva una grande sete di vita, di libertà e di amore». La stava ricostruendo la sua vita Denise, cambiando nome, città, lavoro. Provando anche a ricostruire una famiglia. E continuando a tenere viva la vita della mamma. «Io sono un’orgogliosa testimone di giustizia perché non è facile costituirsi parte civile contro il proprio padre, ma è una scelta di libertà interiore per ripartire con la vita», aveva detto in aula prima di testimoniare contro Carlo Cosco, responsabile della morte della mamma.
E davvero Denise ce l’aveva messa tutta per «ripartire con la vita». E in tanti, uomini delle istituzioni, volontari e familiari delle vittime delle mafie l’avevano aiutata e continuavano a farlo. Ma non è facile una vita dove quella sedia rimane sempre vuota. La grande intuizione di don Ciotti di dare un senso al dolore, trasformando la memoria in impegno, ha reso tanti familiari protagonisti del cambiamento. Girano l’Italia, incontrano giovani, distribuiscono sorrisi. Ma il dolore, i ricordi, le fatiche sono sempre lì. Lo ha detto bene un’altra donna, Matilde Montinaro, sorella di Antonio, caposcorta di Giovanni Falcone morto a Capaci, commentando il dramma di Denise. «La violenza non finisce nel momento in cui porta via una vita. Continua nelle conseguenze, nei silenzi, nelle domande senza risposta, negli anni che passano e che non restituiscono ciò che è stato perduto». Liberarsi dalla violenza delle mafie, come aveva fatto Denise, non significa liberarsi dalle sue ferite. La mafia uccide anche così, continua a uccidere, non solo il corpo ma anche la mente di chi rimane. «Uccide chi si oppone al suo potere, ma continua a uccidere nel tempo anche chi sopravvive, generando veri e propri mostri dentro le vite e le anime di chi resta». Sono le forti parole di Enza Rando, amica e avvocato di Lea e poi di Denise. Per questo chi sceglie la libertà dalle mafie va seguito con continuità e intensità, per evitare che il tanto dolore diventi troppo dolore. Non più sopportabile.
Denise non è mai stata abbandonata ma evidentemente non è bastato. Sarà per questo preziosa la legge “liberi di scegliere” da poche settimane approvata all’unanimità dal Parlamento. Finalmente, dopo che per anni le scelte di libertà di donne e ragazzi sono state sostenute solo da azioni “volontarie” di bravi magistrati, associazioni, famiglie e Chiesa italiana. «Non vi lasceremo sole», disse papa Francesco incontrando un gruppo di queste donne coi loro figli. Ora ci sono strumenti e fondi per accompagnarle in una nuova vita. «Ho scelto un’altra strada, per essere finalmente libera - mi ha detto una di loro, Claudia moglie di un boss al 41bis -. Ogni giorno è molto difficile però io tengo duro, soprattutto per i miei figli, a loro devo dimostrare che si può scegliere». Anche Lea e Denise, anche Maria e Gelsomina, avevano scelto. La loro morte non può essere una sconfitta, non si può lasciare alle mafie l’ultima parola. Loro, vittime della libertà, continuano a parlare. E sono parole di vita.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire Temi





