La lezione del «no» inglese al suicidio medicalmente assistito

La decisione della Camera dei Comuni di bocciare il disegno di legge sullo "Sma" nasce da un confronto ampio, aperto e privo di pregiudizi. Nella capacità e libertà di ascoltare anche le voci ecclesiali
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September 13, 2026
La lezione del «no» inglese al suicidio medicalmente assistito
Proteste davanti al Parlamento a Westminster durante dibattito alla Camera dei Comuni sul tema del fine vita assistito/ FOTOGRAMMA
Dall’Oltremanica è giunta l’altro giorno una notizia buona per la vita. Inattesa, forse, ma certo non insperata. Ed ha subito riscaldato i cuori e illuminato le menti di quanti, credenti e non, ancora pregano e si battono nel nostro Paese, in Germania, Irlanda, Polonia e in altri Stati europei ed americani – con senso del bene civico individuale e sociale, lealtà democratica e rispetto verso le istituzioni – perché la medicina non diventi strumento di morte, ma si dedichi solo e sempre più alla cura della vita e all’alleviamento della sofferenza di tutti, in qualunque condizione e sino all’ultimo istante. La Camera dei Comuni britannica ha detto no al disegno di legge Terminally Ill Adults (End of Life) Bill che prevedeva, per gli adulti malati terminali con un’aspettativa di vita inferiore a sei mesi, il diritto di ottenere il “suicidio medicalmente assistito” (Sma), previa autorizzazione di due medici e una commissione interdisciplinare. Dopo due anni di dibattito parlamentare si è così conclusa la vicenda di questa controversa legge, con 286 voti contrari e 270 favorevoli. Il premier Andy Burnham, leader del Partito Laburista, si è astenuto dal voto per non «influenzare indebitamente il dibattito», precisando però la sua posizione in merito, che è quella di «potenziare le cure palliative».
Una maggioranza trasversale ai partiti è quella che ha respinto la legge sul Sma, già decaduta alla Camera dei Lord nell’aprile 2026 dopo la presentazione di circa 1200 emendamenti. Rispetto agli schieramenti ha prevalso il convincimento personale dei membri del Parlamento, maturato ascoltando medici, infermieri ed altri professionisti, i parenti e le associazioni dei pazienti, e l’opinione dei loro elettori. A detta degli osservatori politici del Regno Unito, un ruolo molto rilevante, se non decisivo, per il conseguimento di questo risultato è stato quello giocato dai due arcivescovi britannici responsabili pastorali della Chiesa cattolica d’Inghilterra e del Galles e della Chiesa anglicana, rispettivamente quello di Westminster, Monsignor Richard Moth, e quello di Canterbury, Sua grazia Sarah Mullally. Sul tema della malattia inguaribile, della cura dei pazienti e del Sma, ciò che unisce le due Chiese è molto più di quello che le divide.
Gli argomenti contrari alla legge portati avanti con precisione e determinazione dai due alti prelati e da altri vescovi britannici non sono di teologia cristiana, ma di ragione laica, sulla base di evidenze antropologiche, etiche, cliniche, psicologiche e sociali accessibili a tutti. Secondo Monsignor Moth, il «disegno di legge [è] sbagliato nei principi e presenta anche gravi lacune. Se approvato, potrebbe indurre persone vulnerabili a sentirsi sotto pressione per porre fine alla propria vita, […] in particolare quelle con disabilità». E aggiunge: esso «mina la libertà di coscienza dei medici e degli operatori sanitari», la cui attività assistenziale è depotenziata dalla «inadeguatezza e disomogeneità dell’offerta di cure palliative in tutto il Paese. […] Per aiutare concretamente i malati terminali – ha detto l’arcivescovo – abbiamo bisogno di un miglioramento delle cure palliative, che siano compassionevoli e di alta qualità, e di un adeguato finanziamento degli hospice».
L’Arcivescovo anglicano di Canterbury, raccontando la sua esperienza di infermiera nei reparti oncologici, ha anch’essa sottolineato come una legge sul Sma «non solo danneggia la nostra comune comprensione del valore della vita, ma mette anche a rischio le persone vulnerabili» e ha richiamato che «l’impegno culturale che ha la società nel prevenire il suicidio […] deve valere anche per i malati terminali». Evitare l’introduzione di una legge nazionale sul diritto al Sma non è impossibile, anche nel nostro Paese. Le sentenze della Corte Costituzionale posso essere recepite nell’ordinamento giudiziario limitatamente alla depenalizzazione del Sma, qualificandolo come un’iniziativa non istituzionalizzata di alcuni malati e medici, che non è perseguibile se sussistono le condizioni previste dalla Consulta, eventualmente precisate o modificate dal Parlamento. Altro è, invece, un percorso legislativo che porti al riconoscimento di un presunto diritto a richiedere ed ottenere dal Servizio sanitario una prestazione che esula dallo spirito e dalla lettera con il quale esso è stato istituito: la prevenzione, la diagnosi, la terapia, la riabilitazione e la cura palliativa per tutti. Ogni cittadino ha diritto a questo, e lo Stato e le Regioni devono garantirlo.

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