Eraldo Affinati: sulle orme del padre per ritrovare sé stessi
Nel nuovo libro lo scrittore ripercorre una storia familiare tormentata segnata dall’assenza, tra memoria, archivi, viaggi e ricerca delle proprie radici

C’è una persona che non ho mai incontrato e la cui esistenza riveste per me una consistenza leggendaria. Ne sentii parlare molto tempo fa, mentre tra amici discutevamo di quanto sia importante la lettura, di come i libri cambino la vita e, a volte, addirittura la salvino. «Tutto vero – mi sentii replicare –, ma conosco una famiglia che ha un figlio adolescente, un ragazzo buono, sensibile, attento agli altri. Non ha mai letto niente. Non ne ha bisogno, lui è completo così». Questo frammento di conversazione si è trasformato nella pietra di paragone delle mie convinzioni. A volte mi torna in mente con più insistenza, come quando in È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino il protagonista, Fabietto, si sente rivolgere quell’invito misterioso e perentorio: «Non ti disunire!». Anche Fabietto è stato un ragazzo completo, ma poi ha conosciuto il lutto, la perdita, la ferita. Solo in quel momento gli è venuto il desiderio di fare cinema. Di cinema non sa nulla, ma sa che, se non ci provasse, finirebbe per disunirsi.
Non è mai consigliabile usare la prima persona quando si ragiona sul libro di qualcun altro, ma Nella palude del padre di Eraldo Affinati (Feltrinelli Gramma, pagine 272, euro 19, in uscita oggi) è un libro talmente particolare che è inevitabile metterla sul personale.
Si apre e si chiude con una fotografia. Anzi, con due fotografie diverse, separate da un secolo sul piano temporale e da migliaia di chilometri su quello geografico. La prima immagine risale agli Venti del Novecento: tre donne in piedi, delle quali solo una si sforza di sorridere, e due bambini accovacciati a terra, la femmina con un gran fiocco in testa e il maschietto che guarda da sotto in su. La seconda istantanea è stata scattata di recente in Gambia e presenta una configurazione pressoché speculare. Tre uomini di varie età, uno dei quali è un europeo e stranamente tiene in braccio un neonato africano. Al suo fianco una donna molto giovane, che con ogni evidenza è la madre del bambino. Il bianco – l’unico che sorride – è Eraldo Affinati, mentre il piccolo imbronciato dell’altra fotografia è suo padre, Fortunato. Il cognome che portano è lo stesso di Elisa, la donna che sfoggia un po’ allegria nella posa di cent’anni fa. Fortunato non è stato riconosciuto dal padre, come prima di lui non era stata riconosciuta la sorella maggiore, Alberta, che è la bimba con il fiocco. Nella palude del padre è la ricerca di un’origine mancata, della quale Affinati è sempre stato consapevole, parlandone e scrivendo spesso. Ed è proprio a causa di questa consuetudine a dire di sé che un giorno riceve l’e-mail di una sconosciuta, in allegato alla quale trova la fotografia del padre bambino.
Come lo stesso Affinati ammette, fin dall’inizio tutto il suo lavoro ha ruotato intorno a questa assenza. Se è diventato un lettore e viaggiatore infaticabile, se ha messo a punto un metodo di scrittura che privilegia il documento rispetto all’invenzione, se ha scelto di insegnare dalle cattedre più scomode, tessendo l’elogio del ripetente e inventando insieme con la moglie Anna Luce Lenzi una scuola per chi viene da lontano e l’italiano ancora non lo capisce; insomma, se Affinati è Affinati, lo si deve all’incompletezza di cui si sente erede. Lo si deve a quel padre che il padre non l’aveva.
Incalzato dall’enigma della fotografia, Affinati tenta di mettere ordine nella storia di famiglia, consulta archivi, scava tra ricordi dolorosi, si imbatte in coincidenze strabilianti, che non di rado seguono le volute di una labirintica connessione tra luoghi, toponimi e indirizzi. Il riferimento principe è il quadrante nordorientale di Roma, con piazza Vittorio a fare da baricentro, ma da lì si può andare ovunque. In questo libro più ancora che in altri (si pensi, in particolare, a Peregrin d’amore del 2010 e a Le città del mondo del 2024), la prosa di Affinati è attraversata da una febbre nomenclatoria. Le annotazioni di viaggio e le citazioni degli autori prediletti, primo fra tutto Tolstoj, sono accomunate da una volontà di precisione quasi ossessiva, come se la memoria dovesse trattenere tutto, nell’eventualità che uno di quei frammenti serva a ricomporre l’unità perduta.
«Mi sono spesso chiesto chi fosse lo scrittore quando la scrittura ancora non esisteva – confessa Affinati –: suppongo potesse essere una persona legata ai riti, pronta a passare il testimone ai più giovani, in modo che questi potessero proseguire la corsa, quale che fosse la destinazione». Può sembrare, e in parte effettivamente è, un omaggio ai maestri che Affinati si è scelto e ai quali ha dedicato biografie meravigliosamente anticonvenzionali: Dietrich Bonoheffer, dunque, e don Lorenzo Milani. Nello stesso tempo, è un omaggio a quel padre che, non essendo stato amato, ha provato ad amare come meglio gli riusciva. Il sorriso che suo figlio mostra nella foto in fondo al volume, offrendo allo sguardo la creatura che porta il suo stesso nome in ossequio all’ospitalità dovuta allo straniero, è qualcosa di più di un risarcimento. Di nuovo, è un invito a non disunirsi, è l’appello a ritrovare la coscienza di sé. Per farlo non basta una carezza, ma senza una carezza nessuno è capace di farlo.
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