Oltre 50mila firme per una legge di pace: «Un’altra difesa, non armata, è possibile»
La campagna, promossa da Rete italiana Pace e Disarmo, Cnesc e Sbilanciamoci!, ha raggiunto il numero di adesioni necessario per presentare in Parlamento una proposta normativa di iniziativa popolare per istituire un Dipartimento ad hoc

Uno scatto fulminante quasi al fotofinish. Un’altra difesa adesso è davvero possibile. La proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione di un Dipartimento della Difesa civile non armata e nonviolenta ha raggiunto l’obiettivo delle 50mila firme necessarie per l’incardinamento al Senato, dove sarà affidata alle commissioni Affari costituzionali, Esteri e Difesa. Il deposito a Palazzo Madama avverrà la prossima settimana. Un traguardo raggiunto a pochi giorni dalla scadenza massima (il 18 settembre), «grazie a una mobilitazione corale e a una straordinaria accelerazione negli ultimi giorni di raccolta», esultano le reti promotrici (Rete Italiana Pace e Disarmo, Conferenza Nazionale degli Enti di Servizio Civile (Cnesc) e Sbilanciamoci!).
E anche le Acli, lo definiscono «un risultato di grande valore civile e politico». In una stagione «segnata dal ritorno della guerra e dalla crescita delle spese militari - sottolinea Pierangelo Milesi, vicepresidente delle Acli -, migliaia di cittadine e cittadini chiedono alla politica di investire anche nella prevenzione dei conflitti, nella mediazione, nella cooperazione e nella protezione nonviolenta delle comunità». Da qui, l’esortazione al Parlamento: «Ora ascolti questa domanda e discuta la proposta con serietà e responsabilità», incalza Milesi. Che invita i cittadini a continuare a raccogliere firme fino al 18 settembre. Perché «ogni adesione renderà più forte la voce di chi crede che la pace debba essere non soltanto invocata, ma organizzata e costruita con strumenti, risorse e scelte politiche coerenti».
Il testo della proposta prevede l’istituzione di un Dipartimento della difesa civile non armata e nonviolenta presso la Presidenza del Consiglio che metta a sistema strumenti già esistenti nell’ordinamento sotto un’unica strategia orientata alla prevenzione. Quattro i pilastri concreti: il potenziamento del Servizio civile; l'istituzione dei Corpi civili di pace, formati da personale preparato a intervenire nelle aree di crisi prima dell'escalation militare; il rafforzamento della Protezione civile come strumento di difesa del territorio dalla devastazione ambientale e climatica, e la creazione di un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo. Il tutto finanziato da un fondo pluriennale stabile e dalla possibilità per i cittadini di destinare il 6 per mille dell'Irpef a queste attività.
«Questo tipo di difesa - sottolinea Mao Valpiana - presidente del Movimento Nonviolento e coordinatore della campagna “Un’altra difesa è possibile”-, finora non è mai stato preso in considerazione, perché tutti i finanziamenti sono sempre andati esclusivamente alla difesa armata. Noi vogliamo coprire questo vulnus attraverso il Dipartimento, che avrebbe il compito di mettere in campo politiche di difesa civile e non violenta, l'anello di congiunzione tra l'articolo 11 e 52 della Costituzione».
Tuttavia, precisa Valpiana, la proposta non mette in discussione ciò che già esiste: «La nostra è un’aggiunta costruttiva e complementare, sulla scia della sentenza della Corte Costituzionale del 1985, che ha riconosciuto la pari dignità di forme civili di difesa della Patria, ampliando così il concetto oltre la dimensione militare tradizionale». Il dipartimento, nell’idea dei promotori, servirebbe quindi anche a spostare parte dei fondi destinati alla difesa armata sulla pace. «Non chiediamo soldi in più - precisa il presidente -, ma semplicemente un riequilibrio sul piano finanziario dell'intero comparto della Difesa».
Per Valpiana, si potrebbe iniziare, per esempio, «cominciando a stanziare davvero delle risorse certe ogni anno per l’organizzazione del Servizio civile universale, un istituto che ad oggi dipende dagli umori del Governo».
Gli fa eco Laura Milani, presidente della Conferenza nazionale degli enti di servizio civile (Cnesc): «La proposta di legge ha il merito di orientare il servizio civile in modo più chiaro, senza schiacciarlo sulle politiche giovanili o occupazionali». La pdl infatti mette al centro il suo valore di istituto di difesa civile della patria. Ma non solo. «Il dipartimento che si andrebbe a istituire - spiega Milani - darà anche una casa istituzionale a tutte le esperienze che già esistono e le coordinerà».
Tra queste, ci sono i corpi civili di pace, che «hanno un ruolo importante nei luoghi di tensione - spiega Alfio Nicotra, coordinatore dell’esecutivo di Rete italiana pace disarmo -. Parlano direttamente con le vittime dei conflitti, instaurano relazioni con le società civili, spesso zittite dal fragore delle armi». «Noi vorremmo - ribadisce Nicotra - che i corpi civili non fossero un elemento decorativo o sperimentale, ma uno degli aspetti concreti della politica estera del nostro Paese».
E se questa intenzione non è più soltanto un progetto sulla carta, ma potrebbe tradursi in realtà, è grazie alla «grande mobilitazione» di associazioni, organizzazioni del Terzo settore, movimenti, Ong, enti del servizio civile, parrocchie, Comuni, case del popolo, comitati territoriali, che hanno sostenuto l’iniziativa, «nonostante lo scarso spazio riservato al tema da gran parte dei media mainstream», riflette Giulio Marcon, co-portavoce di Sbilanciamoci!. Secondo il quale «non è la pace a essere un’utopia, ma la guerra a essere una distopia».
Decisivo è stato anche l’apporto di diversi volti noti, anche del mondo cattolico, tra cui l’arcivescovo Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi Italia, e don Luigi Ciotti, fondatore di Libera. Negli ultimi giorni pure la segretaria del Pd Elly Schlein e il deputato di Avs Angelo Bonelli avevano sposato la proposta di legge.
Ma Francesco Vignarca, della Rete italiana pace e disarmo, guarda già avanti: «Nello stesso momento in cui depositeremo formalmente le firme, inizieremo un’azione di pressione sui gruppi parlamentari affinché calendarizzino la proposta e inizino a discuterla, anche con una serie di audizioni. E poi - aggiunge - continueremo a parlarne nei territori in tutta Italia». Tradotto: il risultato raggiunto è positivo, ma non basta. L’obiettivo delle reti rimane uno e uno solo: vedere la legge approvata e firmata.
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