Il giurista Alemanno: «Strumenti deboli, puntare sulla Corte». Talvolta la stessa Ue sembra ignorare i principi dello Stato di diritto, come sulla politica migratoria
di Gabriele Rosana
Il professore di diritto europeo e fondatore di The Good Lobby:
«Si è lasciato che venisse politicizzato il report annuale, ma una recente sentenza dei giudici può rappresentare un cambio di passo»
«Come può l’Ue chiedere ai Paesi membri di garantire lo Stato di diritto quando le stesse istituzioni europee non sempre operano in linea con quei principi?». Conversando con Avvenire , Alberto Alemanno, professore di Diritto dell’Ue all'École des hautes études commerciales (Hec) di Parigi e fondatore di The Good Lobby, ong di Bruxelles che si occupa di partecipazione civica, vede un filo rosso che dalle capitali nazionali porta fino alle istituzioni dell’Ue. Alla base ci sono una «dimensione intergovernativa che ha superato quella sovranazionale» e una normalizzazione «della collaborazione tra popolari ed estrema destra», che va dalla riduzione dello spazio per la società civile alla stretta sui rimpatri. Ma i rimedi giuridici non mancano, spiega: tra questi, un ruolo più marcato della Corte di Giustizia e dei giudici nazionali, chiamati a fare «da guardiani dei Trattati».
Gli strumenti contro l’erosione dello Stato di diritto nei Paesi Ue non mancano: dall’articolo 7 del Trattato, che consente di sospendere i diritti di voto in Consiglio, attivato in passato per Polonia e Ungheria, alla condizionalità sui fondi. Sono stati efficaci?
L’articolo 7 è uno strumento che per il suo disegno istituzionale (richiede l’unanimità di tutti gli altri, meno il Paese in questione, ndr ) può non funzionare, ma non c’è mai stata la volontà o il coraggio politico di tenere una votazione, e quindi non è stato messo alla prova. Il meccanismo di condizionalità nell’erogazione dei fondi Ue (che permette di sospendere i pagamenti in caso di violazione dello Stato di diritto, ndr ), senza il quale il regime di Viktor Orbán non sarebbe caduto in maniera così chiara, costituisce invece una sorta di “managerializzazione” dei principi. È difficile da riconciliare con uno spazio costituzionale e democratico in cui dovremmo dare per scontato che abbiamo valori comuni, ma è diventata centrale in assenza del livello di fiducia reciproca di un tempo. Non sottovalutiamo, però, che questi stessi strumenti potrebbero essere utilizzati a fini di ritorsione nel futuro, con l’arrivo al potere delle destre estreme,
Da anni la Commissione dà le “pagelle” ai Paesi nella sua relazione annuale sullo Stato di diritto. È diventato un esercizio burocratico o ha ancora la capacità di “mordere”?
Si è lasciato che lo strumento venisse politicizzato, di fatto indebolendolo. Ma quest’anno è stata introdotta una novità che secondo me potrebbe rendere più rilevante l’esercizio, cioè l’inserimento di un capitolo sul mercato interno, per legare lo Stato di diritto al dibattito sulla competitività: se i Paesi membri non adempiono ai loro obblighi stanno di fatto smantellando i presupposti per il buon funzionamento del mercato interno, il che ha un costo economico. Ciò detto, non esiste un analogo studio annuale su come si comportino le istituzioni dell’Ue. Da qualche tempo, insieme ad altri giuristi, abbiamo scelto di farlo noi: la prossima edizione uscirà a breve. Ma è una recente sentenza della Corte di Giustizia a fornire un nuovo punto di partenza.
Cioè?
La Corte sostiene, in un passaggio incidentale della pronuncia, che non solo gli Stati membri, ma anche le istituzioni dell’Ue sono soggette al rispetto dei valori dell’articolo 2 del Trattato (tra cui lo Stato di diritto, ndr ). Può rappresentare un cambio di passo: immaginiamo, ad esempio, che sia possibile fare causa contro le istituzioni dell’Unione quando le loro politiche e le loro azioni siano in contrasto con lo Stato di diritto. Pensiamo al dibattito sui rimpatri. Non se ne è parlato ancora abbastanza, ma si potrebbe sostenere davanti alla Corte che la politica migratoria dell’Ue violi lo Stato di diritto perché non rispetta la dignità umana. Una tale impostazione potrebbe fare davvero la differenza in futuro, soprattutto se l'accesso alla giustizia europea verrà reso più flessibile, con maggiore facilità per le ong di invocare questi argomenti. Abbiamo già segnali in questo senso.
Ad esempio?
Anzitutto il caso “Medel”, che dovrebbe essere deciso dalla Corte entro fine anno. È uno dei più importanti degli ultimi tempi. Protagoniste sono le principali associazioni nazionali di giudici, che avevano presentato ricorso contro l’approvazione del “Recovery Plan” della Polonia da parte dei governi dell’Ue riuniti nel Consiglio, poiché allora Varsavia non aveva pienamente attuato le sentenze della Corte di Giustizia (sull’indipendenza della magistratura, ndr). La decisione potrebbe inaugurare un nuovo modo per garantire il funzionamento del sistema quando le istituzioni non fanno il loro lavoro.
Le violazioni dello Stato di diritto sembrano ampiamente normalizzate. Come se ne esce?
Con un’Europa a cerchi concentrici in cui non ci sia solo la destinazione finale, con adesione a pieno titolo e diritti di voto, ma anche status intermedi di compromesso tra benefici e oneri. La bocciatura, in Islanda, del referendum per riaprire i negoziati di ingresso nell’Ue non è stata un momento drammatico, ma può rappresentare un incentivo a creare “scatole” alternative alla piena adesione. Immaginiamo l’Ungheria di cinque anni fa: in questo modello sarebbe potuta slittare in un cerchio esterno, in una situazione di associazione economica che magari era più coerente con le preferenze di elettori e governo in quel momento.
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