Cellulari e droga dal cielo: così le carceri italiane sono sotto l'assedio dei droni
L’ultimo episodio a Poggioreale, ma i casi si moltiplicano in tutta Italia. Il Dap risponde con contromisure sofisticate e addestra i suoi piloti. Ma sale il timore di attentati

Un paio di giorni fa a Poggioreale c’era un detenuto che aspettava droga e cellulare dal cielo. Ma la “contraerea” della polizia penitenziaria ha intercettato e abbattuto il drone diretto verso il carcere. Il velivolo trasportava un iPhone di ultima generazione e 150 grammi di hashish. Come sottolinea il sindacato Uspp, si tratta «dell’ ennesimo tentativo di introdurre materiale illecito nella casa circondariale partenopea, sventato grazie alla vigilanza della polizia penitenziaria». I droni sono ormai lo strumento privilegiato per fare consegne oltre le sbarre: i casi si moltiplicano in tutta Italia. A Rieti, settimana scorsa, due individui sono stati arrestati mentre cercavano di inviare 700 grammi di “droga volante” nel carcere locale.
«È in atto una guerra tecnologica con la criminalità organizzata determinata a superare i sistemi di sicurezza degli istituti penitenziari attraverso l’impiego di velivoli sofisticatissimi» rimarca l’Uspp. Proprio la criminalità campana è all’avanguardia nell’utilizzo degli aggeggi volanti. «Hanno la migliore expertise» spiega ad Avvenire un addetto ai lavori. Un mese fa nei pressi del carcere di Salerno è stato avvistato un velivolo radiocomandato che è poi atterrato in un cantiere vicino. La polizia è intervenuta e ha recuperato un pacco contenente tre cellulari e un piccolo carico di droga, destinato verosimilmente a qualche detenuto. A fine 2025, invece, a Napoli fu arrestato un giovane italiano che girava l’Italia proponendo i suoi servizi ai vari clan: nessuno “bucava” le carceri come lui. «Il problema è che abbiamo sempre considerato la sicurezza come una questione a due dimensioni, trascurando quella aerea: ora le insidie arrivano da lì» spiega la fonte di Avvenire. Per 1.500 euro un pilota di droni recapita oltre le mura quello che serve, a volte persino armi. A Frosinone, già nel 2021, un detenuto aprì il fuoco contro alcuni compagni di cella. La pistola gliel’aveva portata un velivolo direttamente alla finestra.
La tecnica è complessa e artigianale al tempo stesso: il drone arriva con il buio («Centinaia di voli ogni notte» denunciò nel febbraio scorso l’allora sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro) sopra il carcere con il pacco attaccato a un filo da pesca, del tutto invisibile: basta avvicinarlo alle sbarre e il destinatario lo ritira allungando il braccio. «Questi episodi - conclude Giuseppe Moretti, presidente dell’ Uspp - rendono sempre più urgente il potenziamento dei sistemi di controllo perimetrale, l’impiego di adeguate tecnologie hi-tech e il potenziamento degli organici: solo così sarà possibile fronteggiare le nuove modalità di introduzione di cellulari e droga nelle carceri». Il Dap si sta attrezzando: a giugno è stata istituita la Divisione V, che si occupa di impianti di sicurezza, innovazione e – nello specifico – sistemi antidrone. Sono già partiti i corsi per formare operatori specializzati nell’uso dei velivoli senza pilota e nel contrasto di quelli “ostili”, in collaborazione con il Ros dei carabinieri. Ad addestrarli, nel comando di artiglieria contraerea dell’Esercito di Sabaudia, ci sono cinque piloti istruttori della penitenziaria in servizio effettivo, pionieri del settore. Ma già nel 2023 il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria sperimentò sistemi mobili “counter” a Secondigliano, Asti, Siracusa e Catania: ora sono installati in quasi tutti gli istituti.
La “guerra dei droni” è però in continua evoluzione, aggiornarsi è di vitale importanza. Gli sviluppi provengono direttamente dal campo di battaglia ucraino, diventato un enorme laboratorio tecnologico, e le organizzazioni criminali sono le prime a metterci le mani. I narcos messicani sono arrivati ad infiltrare un loro uomo tra i militari di Kiev per carpirne il know how. Per le forze dell’ordine il compito è sempre più arduo, anche perché eliminare la minaccia non basta, anzi. Molto meglio catturare il drone intero, in modo da scoprire chi lo guidava e a chi era diretto. E, soprattutto, evitare che precipiti sulle case vicine. Le contromisure sono sofisticate, come i sistemi “jammer” che disturbano i segnali tra drone e radiocomando, ma anche più rustiche, come la rete installata sopra il carcere di Trieste, che in pochi mesi ha quasi azzerato le incursioni. Metodi disparati, con un imperativo: devono rientrare nella legalità. Un vantaggio indiretto però per i clan, che invece si muovono senza scrupoli. «Loro agiscono fuori dalle regole, senza badare a licenze e certificazioni, quindi sono sempre un passo avanti – spiega la fonte di Avvenire – la rincorsa è costante, ma le istituzioni ormai sono consapevoli che questa è una sfida decisiva per la sicurezza delle carceri». Lo scenario più inquietante non riguarda infatti le “consegne a domicilio”. La posta in gioco è molto più alta: basti pensare a quello che potrebbe accadere se nel mirino finisse un boss rivale o un collaboratore di giustizia. I droni guidati dall’IA, “imbeccati” da qualche gola profonda, potrebbero arrivare a colpirlo. Quello che ieri sembrava fantascienza, oggi può trasformarsi in drammatica cronaca.
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