Social e minori, i divieti non bastano: «Adesso bisogna avere il coraggio di cambiare le piattaforme»

L'Europa pronta alla stretta: mercoledì i dettagli del piano annunciato da Bruxelles. La sociologa Giovanna Mascheroni: quello che serve è una «sicurezza by design» che riprogetti algoritmi e meccanismi per renderli davvero adatti ai più giovani
Google preferred source
September 13, 2026
Un bimbo col suo smartphone
Un bimbo col suo smartphone
Prende forma la stretta dell’Ue sull’utilizzo dei social network da parte dei minori. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione, ne dettaglierà i contorni mercoledì prossimo dall’emiciclo del Parlamento europeo di Strasburgo, nel corso del suo sesto discorso sullo stato dell’Unione, l’intervento programmatico che definisce le priorità per l’anno politico. «Non dobbiamo rassegnarci a un’infanzia plasmata dagli algoritmi né dobbiamo accettare un sistema che non tutela adeguatamente i nostri figli», ha scritto Von der Leyen sui suoi profili social anticipando che tra qualche giorno, da Strasburgo, «illustrerò la nostra proposta. L’Europa ha la forza e gli strumenti per agire e per garantire ai bambini il tempo di cui hanno bisogno nel mondo reale». 
Visto dall’Italia il patteggiamento di Meta nel ricorso intentato da 29 Stati sulla dipendenza che i social media genera ai minori lascia molti interrogativi aperti. Cambierà qualcosa, in prospettiva, anche in Italia? E, nel caso, funzioneranno le limitazioni di due ore e la modalità notturna così come i correttivi per limitare lo scorrimento automatico di contenuti personalizzati? Difficile fare previsioni al momento ma il dato positivo, secondo la professoressa Giovanna Mascheroni, ordinaria di Sociologia dei processi culturali e comunicativi dell’Università Cattolica di Milano, è che l’intesa ha messo al centro il tema del “safety by design”, vale a dire la tutela integrata nella progettazione delle piattaforme e non limitata al controllo a posteriori dei contenuti.
Professoressa, la Commissione Europea con il portavoce della sovranità tecnologica Thomas Regnier ha annunciato che si sta muovendo per ottenere parità di trattamento da Meta anche dall’altra parte dell’Atlantico.
In realtà la Commissione da anni lavora su questo fronte, facendo delle verifiche sul rispetto delle regole. Al momento ci sono dei procedimenti d’inchiesta aperti con Meta, Tik-Tok e Alphabet che riguardano le stesse argomentazione portate davanti ai giudici in America ma fanno meno clamore. Vengono contestate in particolare la mancata verifica dell’età e l’addictive design che crea dipendenza e che secondo l’articolo 28 del Dsa (Digital Services Act) non dovrebbe esistere. Le piattaforme dovrebbero disattivare questi meccanismi che “incollano” i ragazzi allo schermo come la riproduzione automatica dei video personalizzati, basata sugli algoritmi, e gli stessi like che gratificano ma sono nocivi in termini di benessere e autostima.
In che maniera vengono progettati questi meccanismi che danno dipendenza?
Le modalità sono emerse in tutto il loro cinismo in alcuni processi fatti da singoli cittadini negli Usa. In California, ad esempio, nel processo avviato da una giovane donna contro Meta da alcuni documenti emergeva la spietata costruzione di “aggancio” dei ragazzi con un programma di reclutamento nelle scuole. C’erano degli Ambassador, i ragazzi più popolari e di successo, pagati per dire che lo usavano. L’obiettivo era convincere gli studenti che avere un profilo Instagram fosse una condizione indispensabile per esistere, per essere visti. Si tratta di una dipendenza che nasce da una cosciente strategia di persuasione, direi di intrappolamento. Una ricerca interna fatta molti anni fa da Facebook dimostrava inoltre che i “clienti” più fedeli sono quelli che utilizzano i social sin da piccoli. Siamo di fronte ad una monetizzazione dei nostri dati e del nostro tempo che è uno degli aspetti più invisibili di questo sistema. Il prodotto delle piattaforme non sono i contenuti ma i profili che vendono ad aziende terze. Sono progettate per raccogliere quante più informazioni possibili ed orientare anzi direi decidere non solo i nostri acquisti, ma anche le modalità di pensiero, il modo di relazionarci.
I divieti di accesso ai social introdotti da molti Paesi negli ultimi anni possono arginare questa deriva?
Sino ad oggi non hanno funzionato. In Australia, che è stato il primo Paese a limitare l’accesso agli under 16, si stima che il 70% degli adolescenti sia comunque sui social con vari stratagemmi, la verifica dell’età è stata fatta in maniera arbitraria. E del resto la stessa definizione di social media è riduttiva in quanto anche la messaggistica può creare ansia sociale con il sistema delle visualizzazioni.
Sei i divieti sono inefficaci, cosa di può fare allora di concreto?
Bisogna partire dalle modalità di progettazione delle piattaforme. L’articolo 28 del Dsa chiede già che vengano riconosciuti i diritti dell’infanzia anche in questo ecosistema. Bisogna creare ambienti non soltanto sicuri a misura di bambini ed adolescenti (i bambini in realtà non dovrebbero proprio esserci sui social), riconoscere le diverse età dei fruitori e proporre contenuti di qualità, creare qualcosa di positivo. Il primo step è il divieto della riproduzione automatica dei video in base alle ricerche precedenti. Se un adolescente cerca informazioni sul suicidio la piattaforma dovrebbe automaticamente bloccare contenuti analoghi, non proporgliene di nuovi. Molte delle cause negli Usa riguardano purtroppo questo aspetto. Per questo dico che l’accordo di Meta negli Usa ha comunque un valore positivo: mette l’accento sul modo in cui sono strutturate le piattaforme.
Tornando ai divieti, di chi è il compito di far rispettare il limite di età di accesso ai social?
Su questo punto la posizione di Meta è indifendibile. In occasione del patteggiamento ha continuato a sostenere che la verifica dell’età debba essere fatta dall’app store. L’anno scorso a luglio ha fatto una campagna pubblicitaria analoga in Europa, con tanto di slogan “Instagram ha a cuore la sicurezza degli adolescenti” . Si tratta di uno scaricabarile inaccettabile, le piattaforme sanno benissimo quali sono gli utenti under15, tanto che confezionano per loro contenuti ad hoc. Questo è un problema sociale che richiede risposte e non può essere lasciato sulle spalle dei genitori. Fragilità, ansia, insicurezza e stress sono fenomeni che colpiscono i ragazzi con ricadute molto negative sul fronte sociale e cognitivo.
Il ritorno sui banchi di scuola è imminente. Il divieto di usare i cellulari introdotto l’anno scorso ha avuto effetti positivi?
Direi che si tratta di una questione marginale. Tra i ragazzi di 9-16 anni l’utilizzo del cellulare o altri device durante la cena è marginale, intorno al 18-19%. Un dato interessante arriva da altri Paesi che hanno analizzato – noi in Italia non avevamo i soldi per farlo – il comportamento dei genitori. In Norvegia solo per fare un esempio il 20% dei ragazzi utilizza il telefono a tavola a fronte dell’80% dei genitori. Un dato che dice più di mille parole.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire