Nascono sui social, si picchiano nel mondo reale: adesso ci sono le “bande liquide”
Convegno a Bergamo sul crescente disagio dei minori. Il colonnello Piccini (Gdf): «Aumentano gli scontri tra gruppi che si aggregano in Rete». L’età dei primi reati è sempre più bassa

La convocazione arriva via social: ci si dà appuntamento, si agisce, si posta un video, poi si torna alla vita quotidiana. La violenza giovanile ha dinamiche nuove, costantemente mutevoli: poco stabili o durature, ma ugualmente pericolose. Sono soprattutto le “bande liquide”, oggi, a rappresentare una delle forme più diffuse della pratica dei reati tra i minori: «Gruppi spontanei che prendono vita grazie ai social, privi di gerarchia o organizzazione interna, nelle quali chiunque può entrare o uscire quando vuole». Il tenente colonnello Mario Leone Piccinni, vicecomandante provinciale della Guardia di Finanza di Bergamo, da anni esplora questo mondo con attenzione, tra attività investigative, docenze e pubblicazioni d’approfondimento. Ospite del convegno “Silenzi e grida”, organizzato a Bergamo da realtà istituzionali e associative locali per formare insegnanti e operatori sociali, l’ufficiale ha tratteggiato uno scenario che si muove su più livelli. Le bande liquide, appunto, comprendono soprattutto ragazzi dai 13 ai 17 anni, «che organizzano risse sui social per poi riprendere il tutto con il cellulare e condividere il filmato – prosegue Piccinni -. Nelle adunate virtuali, gruppi di adolescenti fissano un “rendez vous” sul web, chiamando a raccolta coloro che in un contesto criminale vero si chiamerebbero “affiliati”, per poi incontrarsi e scontrarsi nel mondo reale con i coetanei rivali e picchiarsi sino alla vittoria o sconfitta».
Queste aggregazioni stanno nel mezzo di un continuum ; alla base, spesso, c’è il cyberbullismo. «Ma la linea che divide lo scherzo dal reato è sempre più sottile – avverte Piccinni -: l’anonimato è un’illusione, e anche le conseguenze di ciò che si fa in Rete sono serie e concrete». All’altro estremo ci sono le baby gang, i cui contorni vanno però precisati: «Spesso si confondono con le “bad company”, le cattive compagnie di pochi ragazzi che fanno i bulli. Si è invece in presenza di baby gang quando il gruppo agisce stabilmente nel tempo, replicando gravi reati ed è in grado di esercitare un controllo del territorio». Così, nell’epoca delle lame costantemente in tasca, con l’idea perenne di “difendersi” da altri attacchi, il disagio giovanile oggi mostra «un aumento della natura violenta dei reati, un abbassamento dell’età d’esordio e comportamenti predatori non più circoscritti alle sole aree della marginalità – aggiunge Piccinni -. Per i giovani stranieri e di seconda generazione, il fattore scatenante è la rabbia e il rifiuto del modello occidentale; negli adolescenti italiani, c’è invece la volontà di dar sfogo alla frustrazione per il senso di vuoto che li circonda». Alcune evidenze sono anche quantitative: «Negli ultimi trent’anni è diminuito fortemente il numero degli ingressi negli istituti penali per minorenni – rileva il professor Carlo Alberto Romano, criminologo dell’Università di Brescia -, ma è aumentato il numero delle presenze nelle carceri minorili». In altri termini, è l’indizio di reati più gravi, che portano a detenzioni prolungate, ma anche della difficoltà di molti ad accedere a soluzioni alternative fuori dal circuito penitenziario. «È venuto meno il patto generazionale di fiducia – rimarca Romano -. Devono essere recuperati strumenti di dialogo con i giovani».
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